restiamo umani

Nello Scavo dal 2001 è giornalista dell’Avvenire. Ha realizzato inchieste sulla criminalità organizzata e il terrorismo globale, in ex Jugoslavia, Sudest Asiatico, in paesi dell’ex URSS, America Latina, Corno d’Africa, Maghreb. Nel settembre del 2017 è riuscito a introdursi in una prigione degli scafisti libici. Nel 2016 ha percorso la rotta terrestre dei Balcani assieme alle carovane dei profughi ed è stato in Siria scoprendo le catacombe dove vivevano i cristiani sotto i bombardamenti. Nel 2011 è stato tra i primi giornalisti a entrare a Mogadiscio mentre la capitale somala veniva devastata dai combattimenti. Con altri giornalisti internazionali è stato nelle navi di salvataggio di migranti nel Mediterraneo. Nel gennaio del 2019 è salito a bordo della Sea Watch 3, per tre settimane bloccata in  mare dopo aver soccorso, con la Sea Eye, 45 migranti. Ha scritto numerosi libri. Continua su Avvenire a raccontare il traffico di migranti in Libia.  In particolare ha condotto un’inchiesta che ha svelato la presenza del trafficante di esseri umani Abd al-Rahman al-Milad, meglio conosciuto come Bija, all’incontro nel 2007 tra le autorità italiane e le autorità libiche per un accordo finalizzato a finanziare i libici e bloccare le partenze di profughi da quel Paese verso il nostro.  Per questo vive sotto scorta dopo le  minacce ricevute da Bija.

Prima che sia troppo tardi riflettiamo e agiamo. Che Paese siamo se un giornalista per dire ciò che vede e ascolta deve vivere sotto scorta, ha limitata la sua libertà personale e della sua famiglia?

Lo abbiamo sentito nell’incontro organizzato sabato 23 novembre a Venezia dall’Associazione Casa di Amadou[1]dal significativo titolo “Ho cercato, ho visto e non ho taciuto”. Coordinava Giorgio Malavasi del giornale diocesano Gente Veneta. Questo resoconto dell’intervento di Nello Scavo intende essere anche un segno di solidarietà verso il giornalista e di sostegno all’Avvenire. La responsabilità della sintesi è quindi totalmente del redattore Carlo Bolpin. Ha mantenuto il carattere discorsivo. Mi scuso di possibili inesattezze. Ringrazia Nello che lo ha autorizzato a scrivere ma non ha potuto leggere questo testo prima della pubblicazione.

  

Non sono un esperto della questione “immigrazione”, ma mi interessa capire cosa c’è dietro. Attraverso le voci dirette delle persone migranti si possono infatti denunciare le situazioni, spesso volutamente nascoste, che causano le immigrazioni. Dietro a ogni immigrato c’è un coagulo di interessi e di connessioni, manipolate, che vanno raccontate. La mia prima esperienza l’ho fatta a Comiso, nell’ex base americana in Sicilia, dove arrivavano rifugiati dai Balcani. Allora sono andato a vedere e capire direttamente nei paesi di provenienza. Abbiamo poi denunciato in Somalia l’uso della carestia, della fame, come arma di distruzione non convenzionale e questo l’abbiamo capito attraverso le testimonianze dei migranti.

Oggi si tende a differenziare i migranti economici dai rifugiati per cause di guerra. Si dice che quelli che scappano dalla fame non sono da considerare profughi ma immigrati economici, mentre invece spesso la fame è una potente arma non convenzionale.

Quando sono andato in Libia ho capito alcune questioni a cui non ero preparato. Ricordo che ad alcuni giornalisti non veniva dato il visto e ad altri sì. Allora ho capito che venivano fatti arrivare solo alcuni testimoni selezionati. Questo mi ha spinto ancora di più ad andare in Libia e ci sono arrivato attraverso la Tunisia clandestinamente grazie a un tunisino che all’epoca faceva il contrabbandiere di gasolio. Tra i due paesi è abbastanza naturale che alla frontiera di mattina entrassero in Libia le autobotti vuote e alla sera rientrassero in Tunisia piene soprattutto di nafta.

Entriamo in un centro petrolifero, che è una struttura statale dell’Ente libico che controlla produzione e mercato degli idrocarburi, all’interno del quale c’erano dei migranti trattati come schiavi, che lavoravano a servizio delle milizie private collegate con le autorità statali. Per entrare dovevo camuffarmi. La milizia utilizza gli immigrati in vario modo. In primo luogo li tortura a scopo di estorsione, telefona ai parenti per ricevere denaro e liberare questi disgraziati. Le torture sono riprese in diretta, a volte con telefono aperto in modo che i parenti possano sentire le urla delle persone torturate. Questo accadeva in questo campo. Mi colpiva molto il fatto che avveniva in una struttura statale. Non era un campo clandestino di scafisti che agivano di nascosto dall’esercito. Mi ricordo in particolare una ragazza sub sahariana che in francese mi ha detto: “Voglio essere ogni giorno più brutta”. Non occorre molta fantasia per capire il motivo di questa affermazione! In questo campo sono accadute molte altre storie che non racconto anche perché in questa sala ci sono dei minorenni (ma di questo è facile documentarsi, per chi vuole vedere, ndr). Tutte queste vicende avvenivano alla luce del sole, non venivano nascoste.

C’erano anche militari. Nei giorni in cui vedevo tutto questo male, si pensava di finanziare la Guardia costiera libica, di sostenere le milizie e soprattutto lo sforzo libico di stabilizzare il paese e riportare il rispetto dei diritti umani in questi campi. Ci veniva detto: “Ci sono le Nazioni Unite, le strutture dell’ONU per i rifugiati che si fanno garanti. Mentre diveniva drammatico e disumano questo trattamento delle persone, mi chiedevo quale uso si facesse del mio denaro, usato per finanziare dei criminali che non hanno portato alcun miglioramento alle condizioni di vita di queste persone. Anzi. Allora smetti di domandarti perché dai paesi sub sahariani vanno in Libia e vogliono venire in Europa ad ogni costo, se vedi chi in Libia viene torturato, abusato, reso schiavo, e questo è fatto con i miei soldi. Da quel momento il mio lavoro è cambiato radicalmente. Il problema è che mai come ora usufruiamo di così tante informazioni. Col telefonino crediamo di sapere tutto, da tutto il mondo. Credo invece che siamo sottoposti a una sorta di bulimia informativa, che provoca una dipendenza per cui non si cerca più la qualità delle notizie. L’importante è accumulare informazioni e credere così di essere informati. Mai come in questo momento è invece necessario mettere in ordine i fatti, selezionare le notizie. Quello che il giornalista deve fare oggi è collegare i fatti, andare a cercare storie che possono sembrare lontanissime, capire come sono interconnesse. Deve perciò andare di persona nelle situazioni, non raccontare per sentito dire.

Ad esempio non si può trascurare il nesso tra migrazioni e cambiamento climatico in Africa. Così La produzione e il commercio di armi ha effetti nei processi migratori. Papa Francesco parla di terza guerra mondiale a pezzi. Il caso drammatico è nello Yemen, in cui si sta realizzando la più grave crisi umanitaria a causa della guerra. Il principale esportatore di armi verso i paesi che combattono in questa guerra è l’Italia. Dallo Yemen sono costrette ad andarsene le centinaia di migliaia di lavoratori africani, che erano andati a lavorare. Entrano nel giro dei trafficanti sperando di venire in Europa e non sono considerati rifugiati perché vengono da paesi africani non in guerra.

Per il giornalista il problema è nel filtro delle informazioni: entrando in un campo di concentramento nazista non si vedevano i forni crematori in azione. È ovvio che sembrava tutto più bello. Il tema del filtro delle informazioni è centrale oggi ancor più di ieri. Non ci si può aspettare che le notizie chiare arrivino dalla Guardia costiera libica. Nella nostra epoca si deve fare attenzione all’uso delle parole. Ci sono infatti molti termini che vengono usati con una manipolazione della nostra cultura. Penso a parole come invasione. Certamente esiste una concentrazione forte in alcune città e questo può creare preoccupazione. Però le parole hanno un senso. Se una persona venisse in questa sala dove siamo in circa cento e cominciasse a imbrattare e insultare, e domani i giornali scrivessero “invasione nella Scuola di San Giovanni a Venezia”, noi ci metteremo a ridere. Non si tratta certo di invasione. La presenza di migranti dall’inizio della guerra siriana a oggi, quando comincia il grande flusso, corrisponde allo 0,8 per cento della popolazione europea dei 28 paesi (circa mezzo miliardo). Ci dimentichiamo di questi dati.

Perché l’1 per cento diventa un problema? Perché si è voluto confezionare il problema che non esisterebbe se si fossero distribuiti tra i vari paesi europei. Vengono invece concentrati nelle grandi città, e quindi si crea il problema: lì arrivano le telecamere e si crea la scena dell’invasione. L’altra grande manipolazione fatta in questi anni  riguarda altri due termini: identità e sicurezza. Sulla sicurezza devo dire una cosa molto scomoda. Credo ci sia un problema sicurezza perché si è voluto creare. Nello scorso anno ho trascorso più di due mesi in una nave di soccorso. Abbiamo incrociato un barchino a sud dell’isola di Pantelleria con tredici tunisini. Abbiamo chiamato la Guardia costiera sia di Malta che dell’Italia e una diceva che era competenza dell’altra. A un certo momento il barchino si è allontanato e certamente è arrivato in una costa italiana, come tanti altri. Nessuno sa dove i tunisini siano andati in giro per l’Italia. Avevano buone intenzioni? Erano criminali? Si sono associati a bande criminali? Si sa che non sono stati identificati, fotografati, non sono state prese le impronte digitali. Qualcuno di intelligente ha pensato di eliminare dal mare tutte le navi militari che salvavano le persone ed esercitavano un controllo vero. Questo permetteva di conoscere i malintenzionati. Va ricordato il caso di chi ha fatto la strage a Berlino il giorno di Natale. Riesce a fuggire ma le polizie di tutta Europa dopo 5 minuti sanno tutto di lui perché quando era arrivato in Italia era stato identificato. E quindi quando fugge in Italia si vede bruciati tutti i collegamenti. Non trova appoggio. Isolato incorre in una pattuglia di polizia che lo uccide. Di chi invece riesce a sbarcare in Italia in uno dei tanti barchini incontrollati, se decide di compiere una strage, come è accaduto in tante città europee, non sapremmo più niente. Dare la residenza a qualcuno significa che può essere controllato nei suoi spostamenti e chi frequenta.

Quando si parla di sicurezza quindi occorre pensare che non si è sicuri quando migliaia di persone arrivano non con le navi di salvataggio ma in tutta la costa in modo “invisibile” e incontrollato. Perché si sono “chiusi i porti”, criminalizzate le ONG. La parola sicurezza è stata quindi manipolata e si è ottenuto il contrario. Esiste una convergenza di interessi per costruire insicurezza.

Bisogna dire con grande chiarezza che c’è stata una grande operazione di manipolazione attraverso la diffusione di “notizie false”. Sono numerosi gli esempi di condizionamento anche del voto per paura degli immigrati in luoghi dove non esistono immigrati. Chi vuole promuovere un prodotto o un’idea (come “paura degli immigrati”) paga perché siano bombardati di false notizie, su facebook e altri mezzi social, fasce di popolazione per età, cultura, interessi, località. Ricevere ogni giorno notizie di un certo tipo, contribuisce a formare la propria opinione. Tanto più che spesso è consolatorio voler essere confermato nei propri pregiudizi. Si pone il problema della responsabilità dei giornalisti, ma anche di ciascuno di noi, che deve essere capace di usare un filtro per valutare le informazioni e sentire la responsabilità di come usa i social; ad esempio cliccando “mi piace” conferma e diffonde certe notizie e fonti. Come è facile produrre e diffondere false immagini, così oggi non è difficile controllarle.

 

Nello Scavo

 

 

 

[1] La Casa di Amadou è una Associazione di volontariato che gestisce molte iniziative a Venezia. Per chi è interessato: www.casadiamadou.com e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Nello Scavo, giornalista di Avvenire e autore di approfondite inchieste sulle condizioni di vita dei migranti nell’area del mediterraneo e, soprattutto, sugli ambigui e spesso delittuosi comportamenti degli Stati che si affacciano in quest’area, è stato pesantemente minacciato da un politico maltese

Emersione - Comunicato Tavolo Comunità Accoglienti 

Il 19 maggio è stato pubblicato il Decreto Legge che all’articolo 103 contiene le indicazioni relative alla regolarizzazione delle migliaia di cittadini immigrati, presenti sul territorio Italiano senza permesso di soggiorno. Cittadini invisibili e “prigionieri”, vista l’impossibilità di movimento, anche verso i paesi di origine, a causa della emergenza sanitaria. 

Abbiamo compreso il dolore di chi in questo periodo non ha potuto stare vicino al proprio caro morente.
Nelle ultime telefonate abbiamo detto a Franco: appena permesso ti veniamo a trovare a casa.

Emersione - Comunicato Stampa del Tavolo delle Comunità Accoglienti - Venezia                                              

È di mercoledì 13.05.2020 l’approvazione del decreto governativo che all’articolo 110 bis contiene le indicazioni relative alla regolarizzazione delle migliaia di cittadini immigrati, presenti sul territorio italiano senza permesso di soggiorno.

Oggi, nella giornata internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori, come partecipanti al tavolo delle comunità accoglienti di Venezia (a cui Esodo associazione aderisce) facciamo nostra la proposta di A.S.G.I. per una sanatoria di tutti i migranti che abbiano o stiano cercando un impiego in Italia.
Riteniamo che la regolarizzazione del soggiorno in Italia sia indispensabile per garantire pari dignità e diritti a tutte le lavoratrici e ai lavoratori, così come un’effettiva tutela dalle condizioni di sfruttamento e per cure sanitarie adeguate.
Invitiamo tutte e tutti a sottoscrivere l’appello e a darvi massima diffusione.

di Gianfranco Bonesso

Il Tavolo Comunità Accoglienti, da poco formatosi - di cui è parte l'associazione Esodo -, ha deciso di inviare una lettera alle Istituzioni del territorio veneziano (Prefetto, Sindaci, Ulss) per sottolineare la necessità che le istituzioni si occupino anche delle persone più fragili, dentro la situazione di emergenza che tutti viviamo per la pandemia.

 

In un documento decine di associazioni presentano alle istituzioni le richieste per far fronte all’emergenza sanitaria contro la marginalità giuridica ed esistenziale dei cittadini e cittadine straniere. 

di Mariangela Gualtieri, Doppiozero.com

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.

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