Per un mondo migliore
di Jürgen Habermas
Feltrinelli 2026

Mancato agli inizi del 2026, a tre anni dal compimento del secolo di vita (era infatti nato a Düsseldorf nel 1929), Jürgen Habermas è stato, a tutti gli effetti, forse l’ultimo intellettuale europeo, se per intellettuale si intende quella funzione sociale – inaugurata dall’illuminismo – in grado di collegare permanentemente riflessione teorica e realtà sociale e storica, in un circolo di reciproca contaminazione.
Per questo, la pubblicazione, ad aprile di quest’anno, del volume intitolato Per un mondo migliore (anche se l’originale tedesco Es müsste etwas besser werden letteralmente significherebbe “qualcosa doveva migliorare”) rappresenta una preziosa testimonianza dell’opera del filosofo tedesco, un’occasione per scoprirne la ricchezza sia della biografia che delle ricerche. 

Il volume si articola in una serie di colloqui tra Habermas e due dei suoi biografi, Stefan Müller-Doohn e Roman Yos, e ripercorre secondo un classico schema diacronico le diverse tappe della vita del filosofo, a partire dagli studi giovanili fino alle opere della tarda età. L’adozione di questo viaggio per le diverse tappe di una vita ricchissima consente di penetrare in un doppio livello. 
Il primo è senza dubbio quello del percorso di maturazione di Habermas, che ha attraversato – da protagonista – l’intera seconda metà del '900 e il primo quarto di secolo del terzo millennio. Esponente della seconda generazione della “scuola di Francoforte”, inaugurata da Horkheimer e Adorno nel segno di una rilettura problematica del marxismo e di una critica della cultura, Habermas entra gradualmente in contatto con i principali centri di pensiero della Germania, dall’università di Heidelberg alla direzione del Max Planck Institut per la ricerca scientifica e tecnologica a Starnberg, fino all’ateneo di Francoforte, non mancando peraltro di trascorrere ampi periodi di studio e insegnamento presso le università della California e di Berkeley. Costante, in tutta la sua opera, sarà il riferimento in particolare ad autori come Kant, Hegel e Marx, le cui opere problematizzerà e reinterpreterà lungo tutto l’arco della vita. 
Inizialmente avviato alla ricerca sociale, sulla scia del magistero francofortese di Adorno, Habermas innesta questa iniziale attitudine sulla ricerca filosofica, mettendo a punto nel tempo gli aspetti più originali della propria elaborazione, a partire dalla teorizzazione del pensiero post metafisico e di una teoria dell’agire comunicativo e deliberativo che prevede sostanzialmente la possibilità per le persone all’interno di una comunità di partecipare e alimentare il dibattito pubblico con opinioni razionalmente fondate. Centrale, nella formazione dell’agire comunicativo, è pertanto, come Habermas afferma nelle pagine iniziali del volume, la “costituzione linguistica del modo di esistenza umano”, in un percorso che da Humboldt arriva a Wittgenstein. 
L’originalità della concezione habermasiana dell’agire comunicativo nello spazio pubblico lo porta ad animare il dibattito tedesco ed europeo, in particolare intervenendo nella cosiddetta historikerstreit aperta dallo storico Ernst Nolte nel 1986 con una rilettura revisionista del nazionalsocialismo, elaborando la nozione di “patriottismo costituzionale” ancorato sui valori democratici e universalistici. 
Il secondo livello di lettura, cui il primo è fondamentalmente correlato, è costituito dalla fitta trama di rapporti, relazioni, legami filosofici e personali che Habermas ha intessuto lungo tutto il corso della sua vita e che, nei fatti, costituiscono la tramatura dell’intellettualità europea del secondo novecento, nonché di parte di quella anglosassone. 
In forza di questa sovrapposizione, scorrere la biografia intellettuale di Habermas consente di scorrere in buona parte la biografia intellettuale e filosofica dell’Europa continentale e del mondo anglosassone dalla fine delle seconda guerra mondiale in poi, dai già citati Horkheimer e Adorno a Gadamer, Löwith, Rorty, Rawls, Putnam, Searle, solo per citare i nomi più importanti. 
L’ulteriore elemento che i colloqui del testo aggiungono, nel ripercorrere la vita di Habermas, è la relazione tra percorso intellettuale e percorso di vita, lo stabilirsi, accanto ai legami accademici, di legami di prossimità amicale e familiare con i diversi interlocutori destinati a perdurare anche quando sul piano filosofico si instillano distinzioni e relative prese di distanza.

Ferma rimanendo la ricchezza dell’intero volume, a personale giudizio dello scrivente è nel 5° capitolo che il lettore può trovare il cuore ultimo dell’instancabile lavoro habermasiano. La conversazione ospitata in questo capitolo fa riferimento all’ultima grande opera di Habermas1Una storia della filosofia. Per una genealogia del pensiero postmetafisico, in cui l’autore tenta una propria originale lettura della storia del pensiero filosofico dalle origini del mito fino al ‘900, quando la filosofia chiude alle proprie spalle le porte di ferro della metafisica. 
Habermas non può che partire, nello spiegare questo suo ultimo impegno, da una concezione antropologica che legge l’uomo sostanzialmente come l’essere vivente per il quale è “impossibile non apprendere”, tanto che “nella storia dell’umanità i mutamenti genetici sono passati quasi del tutto in secondo piano rispetto ai processi culturali di apprendimento”; se è così, allora la “forma storica di esistenza della persona adulta è caratterizzata soprattutto dalla capacità di risolvere problemi”.
Letta quindi secondo questa prospettiva antropologica, che colloca l’uomo come mediatore tra natura e cultura, la filosofia non può che essere la storia dei processi di apprendimento cui l’uomo è stato sollecitato dalle contingenze storiche e sociali (quelle che Habermas chiama le dissonanze cognitive), e che lo hanno spinto progressivamente a integrare le proprie immagini del mondo e della vita, oltreché a fondare la propria prassi.
In questo cammino, fondamentale risulta il rapporto tra fede e sapere, su cui buona parte della Storia è improntata: Habermas riconosce il ruolo di mediazione del sacro nel permettere il potere socialmente integrativo dell’agire comunicativo, e quindi in primo luogo la morale, ma anche l’etica e l’estetica, intese come esperienze originarie che attivano lo stesso agire comunicativo, il quale agisce poi entro la progressiva secolarizzazione dei contenuti. Tale processo, lungi dal determinare una separatezza tra sacro e secolo, consente al primo di agire come “riserva di senso”, purché alimenti lo spazio del dibattito pubblico e la reciproca capacità argomentativa.
Il cuore ultimo della riflessione che Habermas consegna a questi colloqui, ma del resto si tratta del fil rouge della sua vita, è la domanda circa che cosa la filosofia debba e possa permettersi nella contemporaneità. La risposta del pensatore è coerente con la sua riflessione, mira al cuore del nostro tempo, e riguarda esattamente le condizioni per cui la libertà razionale, intesa come la possibilità di vita autentica dell’uomo, possa continuare ad alimentare lo spazio pubblico. Habermas, che ormai dichiara come la sua sia prima di tutto una teoria sociale dell’uomo e del pensiero, lega immediatamente la libertà razionale alla giustizia e, da ultimo, all’universalismo dei diritti umani. Pur ammettendo che essi sono fondamentalmente concetti occidentali (e ammettendo, dopo la stagione dei postcolonial studies, la necessità di una loro rilettura all’interno di una prospettiva che “relativizza” lo stesso occidente), Habermas non può non concludere che i diritti fondamentali e umani determinano la coesistenza giuridicamente organizzata dei cittadini nelle varie comunità politiche e tra di esse e che l’universalismo dei diritti umani è parte costitutiva del diritto internazionale.
In controluce rispetto a questo ancoraggio del diritto internazionale sulla libertà razionale agisce la realtà del tempo contemporaneo, dalla cui lettura Habermas non si sottrae. Con disincanto l’autore legge il crepuscolo morale degli Stati Unit d’America (iniziato ben prima della stagione della presidenza di Trump) e la persistente acefalia dell’Unione Europea. Nel conflitto russo-ucraino, oltre al sostegno all’Ucraina aggredita, Habermas denuncia il prevalere della logica bellicista nelle élites europee e la miopia di un occidente privo di una visione, l’assenza di qualsiasi iniziativa autonoma e tempestiva di fronte alla barbarie di una guerra il cui protrarsi stagnante e senza prospettive vede lo stesso occidente corresponsabile.

I colloqui raccolti nel volume datano del 2024, e sono immediatamente precedenti alla vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni statunitensi e dell’accelerazione verso il caos delle relazioni internazionali che il Tycoon e l’ultra destra evangelica americana hanno impresso.
Non conosciamo quali sarebbero, oggi, le reazioni di Habermas a questo nuovo e preoccupante scenario, ma possiamo trovare in uno dei passi del capitolo 5° quale sarebbe l’atteggiamento cui spronerebbe la filosofia e tutti coloro che continuano a credere nella libertà razionale, attingendo una volta in più alla propria vita: infatti, è convinzione di Habermas che nonostante il pessimismo sulla situazione mondiale e sulla capacità della ragione di fare la differenza nella politica e nella storia, non possiamo permettere al disfattismo di avere l’ultima parola! Non si tratta di un po’ di ottimismo o pessimismo in più […] ma nella fondazione di quel briciolo di fiducia nella ragione e del dovere di usarla.
A quella fiducia, a quel dovere è ancora giusto ancorarsi.

di Gabriele Scaramuzza



Nota

1) se si eccettuano le molte interviste degli ultimi anni e le riscritture di alcuni saggi come, p.es. Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa in cui Habermas aggiorna uno dei propri concetti fondamentali alla luce della mutata struttura dell’informazione e della comunicazione derivante dai social media