Un progetto globale di liberazione. Paolo di Tarso interpella la chiesa di Roma
di Alessandro Sacchi
Gabrielli Editori
Nel suo libro Un progetto globale di liberazione. Paolo di Tarso interpella la chiesa di Roma, Alessandro Sacchi collega l'apostolo Paolo alle sue radici ebraiche, mostrando come il suo "vangelo" non sia una negazione dell'Antico Testamento, ma la sua radicale attuazione e come le sue parole interroghino in modo significativo la chiesa di oggi.
Il mito
In primo luogo il pensiero di Sacchi evidenzia come l'esposizione di Paolo sia debitrice di una cultura di carattere mitologico e di categorie temporali (come l'imminenza del Regno) che non appartengono più alla sensibilità e alla cultura odierna.
Il trascendente, per definizione, è ciò che "va oltre" l'esperienza sensibile. Poiché il nostro linguaggio è nato per descrivere oggetti, azioni e relazioni nel mondo fisico, quando cerchiamo di parlare di ciò che sta "oltre", siamo costretti a usare le parole "in prestito", la metafora e il mito.
Sacchi sostiene che il problema sorge quando confondiamo la metafora e il mito con la realtà. Se "cristallizziamo" il mito, pensando a Dio come a un re o a un pastore (p. 72 e 80 ss), la sua gloria come un fuoco (p. 72) e lo facciamo diventare un dogma, qualcosa di non discutibile, perdiamo il significato del vero messaggio di liberazione della bibbia, con conseguenze pesanti.
Beninteso metafora e mito sono un linguaggio simbolico capace di veicolare verità che la logica pura non riesce a contenere. Paolo usa il mito del "nuovo Adamo" o del "sacrificio" perché nel I° secolo quelle erano le categorie per spiegare un cambiamento esistenziale profondo. Se diciamo "Dio è padre", non stiamo parlando di biologia, ma stiamo usando un'immagine umana, una metafora, per descrivere una relazione di cura.
Oggi, secondo l’autore, dobbiamo compiere una "traduzione semantica": non possiamo eliminare il mito o la metafora, ma dobbiamo riscoprire il significato vitale sotto i vecchi modi di dire o trovarne di nuovi. Paradossalmente, anche il termine "liberazione" che Sacchi usa è una metafora.
Viene dal linguaggio politico e sociale (l'uscita dalla schiavitù, la fine di un'occupazione). Sacchi la sceglie perché oggi "suona" più vera e urgente della parola "salvezza" altra metafora che oggi è diventata troppo astratta e religiosa. Ma liberazione resta una metafora: la "liberazione" di cui parla Paolo non è solo rompere delle catene fisiche, è qualcosa di più profondo che riguarda l'essere stesso dell'uomo (Dio come forza interiore, p.89). Interessante la conseguenza: “il vero ateo non è dunque chi rifiuta la rappresentazione mitologica di Dio, ma chi nega la possibilità di un mondo diverso per il quale vale la pena di impegnarsi” (p. 89).
Gli "agganci" di Paolo con l'ebraismo e il vecchio Testamento ruotano attorno a due cardini:
1. La Liberazione globale e il Sinai
Per Paolo, l'esperienza del Sinai (la consegna della Legge dopo la liberazione dall'Egitto) è stato un momento fondamentale di costituzione del popolo. Tuttavia, Sacchi spiega che nel pensiero paolino la Legge era diventata col tempo un limite. Erano rassicuranti perché "costruite" sul popolo, ma diventavano un limite perché escludevano chiunque non vi si uniformasse. Paolo vede la liberazione portata da Cristo come un "nuovo Esodo", la vera liberazione è quella portata dallo spirito. Sacchi cita spesso il contrasto, che si trova in Paolo, tra la "schiavitù della Legge" e la "libertà dei figli di Dio". Il progetto è "globale" perché la liberazione non riguarda più solo un popolo specifico (Israele), ma l'intera umanità, chiamata a un nuovo Sinai non più scritto su pietra ma nei cuori (2 Corinzi 3 e Romani cap. 1: anche i gentili conoscono la volontà di Dio (p. 109); la legge per Paolo è nota nei suoi elementi essenziali anche ai gentili, (p. 115), trovano in se stessi la luce di cui hanno bisogno per praticare il bene (p. 141 e anche p. 151).
Il riferimento al Sinai serve a mostrare il passaggio dalla Legge, intesa come norma esterna e barriera identitaria, alla Grazia intesa come libertà interiore che si traduce in responsabilità universale, non come un'abolizione ma come un'interiorizzazione. Nel Sinai Dio scrive sulla pietra (esterno) mentre con la Grazia scrive nel cuore (interno).
Sacchi si sofferma soprattutto su Romani 7 e 8. Qui Paolo parla del contrasto tra la "Legge del peccato" (che rende schiavi) e la "Legge dello Spirito" (che libera). Ad esempio Romani 7,6, “Ora invece, morti a ciò che ci teneva prigionieri, siamo stati liberati dalla Legge per servire secondo lo Spirito, che è nuovo, e non secondo la lettera, che è antiquata” e Romani 8, 2: "La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte". Qui l'aggancio è terminologico: la "Legge" del Sinai viene trasformata in una "Legge dello Spirito", portando a termine il progetto di liberazione iniziato con Mosè. Lo Spirito tende alla vita e alla pace (8,6).
Per Paolo, nella lettura di Sacchi, la Legge Mosaica non era solo un insieme di regole religiose, ma una vera e propria struttura identitaria e sociale. Diceva cosa si poteva mangiare, come si doveva gestire l'economia e con chi si poteva parlare. Era rassicurante perché era "costruita" rispetto al popolo. Chi osserva meglio la norma si sente superiore agli altri: chi non può o non vuole seguire quei tratti identitari è fuori. La grazia è invece una "cittadinanza universale" basata sulla sola fiducia (fede) e sull'amore gratuito (non la legge ma la fede, p. 245 ss).
Paolo usa la metafora di Abramo che è diventato giusto non per le opere prescritte dalla legge ma mediante la fede (p. 233; Romani, 4, 1-25). La fede di Abramo non è stata l’obbedienza a un comando divino, ma la disponibilità a collaborare con Dio per un grande progetto di liberazione (p. 238).
Alla fine Paolo interpella la Chiesa di Roma ricordando che la Legge data al Sinai era "santa" ma non poteva dare la vita. La vera liberazione del popolo (il "Nuovo Esodo") avviene quando l'uomo passa dall'obbedienza esterna a un precetto alla libertà interiore guidata dallo Spirito.
2. La non violenza e il servo sofferente (Isaia 53)
Sacchi sottolinea che Paolo interpreta la morte di Gesù non come una sconfitta, ma come l'attuazione della figura del Servo di YHWH descritta dal profeta Isaia. Questa è la base della "non violenza" cristiana. Questo è uno dei punti più originali della lettura di Sacchi: l'idea che la forza di Paolo (e di Gesù) risieda nella debolezza e nella rinuncia alla violenza per spezzare il cerchio del male. Sacchi ricollega l'interpretazione paolina della croce alla figura del Servo di YHWH descritto in Isaia (capp. 42-53). Gesù non libera il popolo come un messia guerriero, ma caricandosi del male altrui.
Sacchi rilegge Romani 3, 21-26 e Romani 12. Spiega che la "non violenza" di Paolo non è solo un precetto morale, ma deriva dal modo in cui Dio ha scelto di salvare il mondo: non con la forza, ma "consegnando" suo Figlio. Sacchi nota come il linguaggio paolino del "consegnarsi" e del morire per gli empi sia una chiara eco della teologia del Servo Sofferenze. Romani 4, 25: "Egli è stato consegnato per le nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione". Questa è una citazione quasi letterale di Isaia 53, 12 ("ha consegnato se stesso alla morte... e portava il peccato
di molti"). Sacchi vede in questo "consegnarsi" l'essenza della non violenza: Gesù non usa la forza per liberare il popolo, ma la propria sofferenza.
La conseguenza pratica si ha nel capitolo 12 di Romani ("Non rendete a nessuno male per male... vincete il male con il bene"), Sacchi vede l'attuazione politica del progetto globale: la non violenza del Servo diventa lo stile di vita della comunità che vuole trasformare la società senza usare le armi del potere.
Nelle conclusioni del libro, Sacchi sottolinea che la "non violenza" di Paolo non è passività, ma una forza politica sovversiva: amando i nemici e non rendendo male per male (Romani 12,17-21), il cristiano attua il "progetto globale" distruggendo le strutture di oppressione dall'interno.
Ribadiamo il già detto: per Sacchi, Paolo usa il Sinai per definire l'obiettivo (la libertà, punto 1) e Isaia per definire il metodo (la non violenza del servo, punto 2).
L'Ebraismo di Paolo
Sacchi cerca di dimostrare che Paolo rimane un ebreo fedele e enuclea tre punti:
1. L'universalismo: come i profeti speravano che tutte le nazioni andassero al monte del Signore, Paolo vede in Cristo l'apertura della promessa di Abramo a tutti i popoli.
2. La giustizia: la "giustizia di Dio" in Paolo non è un tribunale, ma la fedeltà di Dio alle sue promesse di salvezza (la Zedaqah ebraica, il termine ebraico per giustizia, p. 192). Non significa "dare a ciascuno il suo", ma "Dio che interviene per chi non ha nulla". La Zedaqah di Dio è la Sua fedeltà all'alleanza: vede un popolo schiavo e lo libera. Fare Zedaqah, giustizia, tra esseri umani significa imitare Dio in questo progetto di liberazione. Per gli ebrei (e per Paolo), Dio è "giusto" non perché punisce, ma perché interviene per liberare gli oppressi. Giustizia è il termine significativo per indicare l'alleanza (p. 194, cita Abacuc e Abramo, p 195-196).
3. La struttura del peccato: come nell'Antico Testamento il peccato è spesso un'oppressione sociale (i profeti che gridano contro l'ingiustizia), Sacchi legge in Paolo una liberazione che non è solo "dai peccati personali", ma dalle strutture di peccato che schiavizzano l'umanità.
In conclusione
Il libro è concepito come una domanda rivolta specialmente alla Chiesa di Roma attuale, affinché si liberi da un linguaggio mitologico che spesso lascia perplessi i fedeli e ostacola la comprensione del messaggio di speranza.
Il progetto di Paolo è "globale" e concreto perché vuole abbattere i muri (tra Giudei e Gentili, tra schiavi e liberi, tra uomo e donna) che la Legge invece contribuiva a mantenere. È "indeterminato" perché la vera liberazione non può essere programmata a tavolino da un'autorità superiore, ma deve nascere dalla coscienza del singolo che scopre la forza dell’amore. Questi riferimenti servono all'autore per dimostrare che il cristianesimo delle origini non era una dottrina astratta, ma un movimento concreto per una società nuova basata sulla gratuità e sulla pace.
Quella di Paolo, secondo Sacchi, è una scommessa enorme sulla maturità dell'essere umano.
Sacchi sembra suggerire che la Chiesa, nel tempo, abbia avuto "paura" di questa indeterminatezza e abbia cercato di ricostruire una nuova Legge (fatta di dogmi e precetti morali rigidi) perché è molto più facile gestire sudditi che seguono regole piuttosto che persone libere che seguono lo spirito.
La conclusione ribadisce che il messaggio di Paolo non è puramente dottrinale o individuale, ma mira a una "trasformazione radicale della società" attraverso la liberazione della persona, proponendo un modello di Chiesa e di comunità basato sull'uguaglianza e sulla fede come atto pubblico e politico e sul rifiuto delle norme rassicuranti di una nuova legge.
di Giuseppe Tattara