Necessità e bene. Intorno al pensiero di Simone Weil 
di Isabella Adinolfi (a cura)
il melangolo 2025

Pensatrice scomoda e mistica (im)perfetta, Simone Weil è una figura che resiste a ogni tentativo di catalogazione e incasellamento, ma che non esitava a pronunciarsi su qualsiasi opera d’arte in cui si imbattesse. Era solita distinguere tra opere di primo e di secondo ordine non in base alla godibilità estetica, bensì all’afflato etico-religioso che le animava. Un criterio spiazzante, che può valere per i grandi classici – da Omero a Sofocle, da Shakespeare a Molière, da Montaigne ai teologi di Port-Royal –, ma che lascia aperta una domanda insidiosa – almeno, per chi lavora al presente scritto: quale metro adottare per giudicare un saggio critico? Forse la capacità di ricostruire le argomentazioni, il rispetto della loro complessità teorica, l’eleganza dell’esposizione, l’abilità nell’individuare nessi, figure e ricorrenze? Così facendo, non si rischia per caso di perdere di vista il primo segnale di un’intelligenza fuori dal comune: la capacità di contemplare idee di segno opposto senza che pensiero e azione si paralizzino? È questo tipo di intelligenza che Weil – tanto diffidente nei confronti del termine “genio” – incarna appieno. Avvezza com’era tanto a maneggiare concetti che normalmente irretiscono quanto a esporsi al caos spirituale del suo secolo, uno spirito tanto pervicace non poteva di certo ritrarsi di fronte all’abisso spalancato dalla separazione, apparentemente incolmabile, tra Necessità e Bene.

Come suggerito dal titolo, la raccolta di saggi curata da Isabella Adinolfi, Necessità e Bene. Intorno al pensiero di Simone Weil, si innesta proprio su questo nodo concettuale; dapprima attraverso la disamina di nozioni correlate e poi mediante la ricostruzione di dialoghi reali e virtuali con maestri, avversari polemici e pensatrici affini. Ne emerge una costellazione di grandi menti che include, tra gli altri, Platone, Pascal, Hegel, Marx, Nietzsche, Bespaloff e Aleksievič.

A differenza di molti studi che seguono uno sviluppo prettamente cronologico della riflessione weiliana, facendo leva sullo stretto nesso tra vita e pensiero, questo lavoro corale opta per un impianto tematico rigoroso e riunisce penne raffinate e autorevoli, come quelle di Giancarlo Gaeta, Maria Concetta Sala e Domenico Canciani. La coralità del volume non è dunque un semplice effetto delle circostanze da cui il progetto ha preso avvio – gli atti di un convegno, organizzato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia e dall’Ateneo Veneto –, ma una risorsa che consente di non semplificare ciò che oppone strenua resistenza alla linearità. Da qui il rifiuto implicito di separare artificialmente, com’è accaduto, per esempio, con Ludwig Wittgenstein, una “prima” Weil, quella dell’indignazione di fronte alla brutalità del gioco sociale e delle lotte sindacali, e una “seconda” Weil, intimisticamente ripiegata in una riflessività mistica che porta a “leggere la necessità dietro la sensazione, l’ordine dietro la necessità, Dio dietro l’ordine” (Quaderni II, p. 205). Nell’autrice, queste dimensioni non si succedono: coesistono e si co-implicano.

Prima di addentrarsi nella sua fucina di idee – avvisa infatti la curatrice –, “è bene tenere presente che il suo non è un pensiero sistematico, ma piuttosto una postura filosofica” (Necessità e Bene, p. 19). Un avvertimento prezioso, che mette in guardia dalla tentazione – tanto diffusa quanto fuorviante – di divaricare theoría e prâxis, che vanno invece tenute congiunte, pur partendo da ciò che è fenomenologicamente prioritario: l’osservazione stupita – nel senso del thaûma – di fronte allo spettacolo del mondo. È da quella scintilla che da Talete in poi divampa ininterrottamente il fuoco del lógos. In questa prospettiva, appare particolarmente felice l’idea di avvicinarsi al volume iniziando dal saggio di Paul Clavier dedicato a Platone, primo e decisivo amore filosofico della pensatrice, nonché pietra di paragone nel confronto con la produzione filosofica successiva. “Non esercitando il suo potere ovunque ne abbia la possibilità, il demiurgo platonico è per Simone Weil il vero Dio” (Ivi, p. 193): basterebbe questa formula per comprendere perché il discepolo di Socrate, e i concetti di Necessità e Bene siano per lei così decisivi.

Chiarito il rapporto con il maestro par excellence, diventa allora più agevole addentrarsi nei saggi dedicati ad altri concetti essenziali. Tra questi, i contributi di Adinolfi, Sala e Tommasi, incentrati su attenzione e compassione, hanno il merito di smorzare quell’immagine di Weil che già i compagni di università, ironizzando sul suo rigorismo di ascendenza kantiana, avevano fissato nell’etichetta di “imperativo categorico in gonnella”. Ne emerge, per converso, il volto più umano della pensatrice: l’implacabile sete di bene, la disponibilità ad accogliere in sé la vulnerabilità altrui nel tentativo di preservare, eo ipso, la propria e l’altrui umanità, senza arretrare di fronte all’enormità del male di cui pure non cessò mai di rendere testimonianza. Solo a partire da questo nucleo etico diventa pienamente intelligibile l’approdo agli snodi più attuali, quelli che riguardano politica e giustizia, ricostruiti con sensibilità e rigore da Gaeta e Tommaso Greco; quest’ultimo, in particolare, affronta la questione più controversa del pensiero weiliano – il diritto penale – con la competenza di un giurista.

Un lettore accorto di Weil, da un saggio critico di prim’ordine, si aspetta la capacità di restituire l’asistematicità e la complessità del suo pensiero, senza ricondurlo a uno sviluppo lineare o a una sintesi pacificata: un’attesa che la lettura di questo volume soddisfa pienamente. Il libro, nel suo insieme, presenta così la riflessione weiliana come una tessitura dialettica di concetti filosofici, sensibili a registri teologici e scientifici, e di immagini poetiche, che, a seconda di come le si guardi, possono o atterrire o confortare. Non è casuale, allora, la presenza, in appendice, della sceneggiatura di Sventura. L’inferno di Jaffier (2019) della regista e pittrice Serena Nono: una scelta che illustra come il pensiero weiliano interroghi linguaggi diversi, chiedendo di essere espresso non solo discorsivamente, ma anche visivamente.

L’opera fa, però, qualcosa di più: offrendosi al lettore come guida nell’attraversamento del pensiero weiliano, si configura come una piccola porta messianica. Ne emerge infatti l’immagine di una Weil che, pur condividendo con l’Angelus Novus benjaminiano la postura di uno sguardo rivolto alle rovine della storia, non arresta lì il proprio movimento, ma continua a cercare – contro ogni evidenza e oltre l’orizzonte storico – una possibilità di riscatto e pacificazione per gli ultimi. È una lezione che, nel 2026, ci riguarda ancora direttamente. Alla luce di queste considerazioni, il contributo di Giancarlo Gaeta, dedicato a La prima radice, pur collocato in apertura, si lascia proficuamente leggere come approdo conclusivo, dulcis in fundo. In quelle pagine sul testamento filosofico-politico dell’autrice, emerge con particolare chiarezza l’errore compiuto dai suoi contemporanei: non aver colto fino in fondo la portata delle sue critiche alla cultura dominante, atta a perpetuarsi sotto forme sempre diverse. Un errore che, muovendoci oggi in un humus culturale e politico non dissimile, non possiamo più permetterci di ripetere. È di questo lascito, esigente e scomodo, che siamo chiamati a farci carico.

di Veronica Antoniazzi.

Isabella Adinolfi
Necessità e Bene. Intorno al pensiero di Simone Weil 
il melangolo 2025, pp. 350, € 28,00