Il bambino nella neve
Wlodek Goldkom
Feltrinelli 2016
Ho letto Il bambino nella neve di Wlodek Goldkorn per l’episodio che cita Gad Lerner nel suo libro Gaza. L’episodio autobiografico è questo: quando Goldkorn faceva il servizio militare in Israele, dove era andato ad abitare con la sua famiglia, il suo superiore gli aveva ordinato di puntare il fucile su un bambino palestinese. Goldkorn si era rifiutato e il sergente gli aveva preso il fucile e lo aveva puntato lui stesso contro il bambino a mani alzate che si era fatto la pipì addosso. A proposito di questa scena Goldkorn cita la famosissima fotografia che ritrae il bambino con le mani alzate nel ghetto di Varsavia e scrive: “È un’immagine che nelle scuole israeliane veniva mostrata agli alunni. Ma aver visto un’immagine non significa niente se non c’è nessuno a spiegare. E non è detto che tu sia il ragazzino anche se sei ebreo e israeliano”.
Al di là di questo drammatico episodio, il libro racconta l’esperienza della Shoà vissuta dalla seconda generazione, o meglio denuncia il fatto che la seconda generazione non può avere nessuna esperienza della Shoà perché non l’ha vissuta e quindi ciò che ha è un senso di vuoto, di perdita, di assenza. Ma racconta molto di più e lo fa anche con le foto che accompagnano l’inizio di ogni capitolo, come a voler coinvolgere ancora di più il lettore facendogli vedere ciò di cui si racconta.
Goldkorn è un ebreo polacco e, come tutta la sua famiglia, ci tiene a definirsi così. I suoi genitori erano comunisti e sono scappati dalla Polonia in Russia all’inizio della seconda guerra mondiale. Alla fine degli anni sessanta sono scappati di nuovo dalla Polonia, dove erano tornati pieni di speranza, per andare in Israele. È un libro che parla di identità e di un mondo che non c’è praticamente più, quello degli ebrei che vivevano in Europa centrale, con la sua lingua e le sue tradizioni; parla della memoria, di cosa è, a cosa serve e come si può usare, in particolare quella della Shoà. Sottolinea, e mi sembra importante, che le persone possono avere memorie diverse di una stessa vicenda.
Un libro da leggere per continuare a riflettere sul passato, ma anche sul presente e sul futuro contro il pericolo di un’unica storia come dice la scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie.
di Anna Urbani