di Mariacristina Cacco, priora monastero di Marango

Siamo in cammino verso la Pasqua, giorni che odorano di passione, non solo per la vicenda di Gesù, ma anche per gli avvenimenti attuali così folli e drammatici: sembra che l’uomo cerchi la distruzione e la morte di questo mondo. Per non rassegnarci a un orizzonte ineluttabile di guerra, sentiamo il bisogno di ricominciare a sperare, ritrovare una direzione di senso alla vita che contrasti la deriva della violenza e prepotenza, dell’ansia del futuro sempre più incerto. In questo contesto, che tocca la nostra vita quotidiana, penso al Vangelo che ci indica una via che va in senso contrario, e in particolare a una figura di donna, che mi affascina per un gesto di squisita tenerezza che rivolge a Gesù negli ultimi giorni della sua vita terrena, svelandone così la preziosità della persona. 

L’episodio ha per protagonista Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro, che Gesù aveva risuscitato. Come ci indica il vangelo di Giovanni, Gesù, sei giorni prima della Pasqua, si recò nella loro casa, dove fecero per lui una cena. Sappiamo dai Vangeli che quella casa era frequentata da Gesù. Era una casa accogliente in cui egli poteva sostare dopo i suoi lunghi viaggi a piedi, riposare e trovare ristoro, attorniato dall’affetto dei tre fratelli, molto premurosi nei suoi confronti.
C’è un legame d’amore che tiene vicini e uniti i tre amici anche nel tempo del dolore e della morte.
La casa di Betania è aperta all’ospitalità, è figura del quotidiano dove il Signore ci visita e ci chiede uno sguardo di attenzione e ascolto perché in lui possiamo trovare luce e vita. 
Si dice nel testo che Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Ci sono modalità diverse di vivere l’ospitalità e l’amicizia, di condividere la gioia del volersi bene. C’è in ognuno dei fratelli un grande amore nello stare con Gesù: in Marta si esprime sempre nel servizio e, questa volta, senza lamento ma con il cuore della carità; in Lazzaro nello stare a tavola con la disponibilità e l’apertura dell’incontro. E poi c’è Maria che compie un gesto inaspettato e criticato. Dice il testo: «Maria prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso e ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo» (Gv 12,3). 

Maria comprende che Gesù sta per affrontare la morte e condivide quell’ora tragica coinvolgendosi totalmente, con tutta la persona, per mostrare l’affetto di un’amicizia profonda che non lascia solo l’amico nel passaggio più difficile della propria esistenza terrena. Ella compie un gesto d’amore molto intimo: profuma i piedi di Gesù con un olio prezioso che non si preoccupa di sprecare.
Quella “liturgia” emana una grande audacia e libertà e valorizza tutta la persona di Gesù. Lo spreco del profumo suggerisce lo spreco della vita di Gesù, una vita data gratuitamente per amore fino all’eccesso, fino al dono totale di se stesso. «La vita preziosa del figlio dell’uomo, spezzata e versata per molti, espande il suo profumo per tutta la casa. La morte non può trattenere quel profumo di vita» (Lidia Maggi). Il profumo è Gesù stesso, nel suo essere malato d’amore per l’umanità. 

Di fronte a questa immagine il pensiero va a Lorena Fornasir che, instancabilmente, ogni sera, a Trieste, nella “piazza del mondo” cura le ferite dei piedi ai migranti che giungono dalla rotta balcanica. «Lorena vi trova vesciche, infezioni, talloni in pezzi, dita rotte o annerite dal gelo. [...]
Il balsamo delle sue mani e del suo sguardo si posa su di loro permettendo di risentire addosso quel calore umano perduto, quell’affettività familiare così lontana» (Massimo Orlandi). Lei dice: «Io non sono credente, ma vedo questi ragazzi come dei cristi, dei cristi capaci di portare una croce davvero pesante, dei cristi capaci di sostenere pesi incredibili. La loro domanda muta è la stessa che anche Cristo non ha saputo trattenere sulla croce: perché?». 

Ritornando a Maria, quel gesto di grande cura e consolazione annuncia la morte di Gesù e prepara il corpo per la sepoltura. Allude, inoltre, alla sua resurrezione dal momento che quell’unzione viene anticipata perché il sepolcro sarà trovato vuoto.
La cena a Betania ci riporta all’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli, in cui il gesto compiuto da Maria viene ripreso da Gesù stesso quando si mette a lavare i piedi dei discepoli mostrandosi così nelle vesti del servo. Anche Gesù, pur essendo il maestro e il Signore, impara da una donna la sua identità di servo. All’inizio del capitolo 13 Giovanni scrive: «Gesù sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv13,1). Questo amore del Signore verso tutti, che precede sempre il nostro amore, sottolinea un amore rivolto ai peccatori, come i figli più amati, più esposti alla fragilità e al potere del male, i più lontani. Così le nostre eucarestie dovrebbero esprimere la festa degli esclusi, di quelli che non contano, ma hanno fame, sete e nostalgia di Dio. 

Il gesto di Maria viene letto da uno dei discepoli, Giuda, con un altro sguardo: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?» (Gv 12,5). Giuda, ma anche gli altri discepoli, come troviamo in Marco 26,8-9, provano sdegno per questo spreco forse perché «loro hanno in mente la carità da organizzare e criticano la tenerezza. Gerarchie senza tenerezza non hanno occhi per leggere i segreti del cuore, neanche quello del loro maestro» (Angelo Casati). I poveri sono strumentalizzati da chi vuole giustificarsi per prendere per sé e non è capace di riconoscere in Gesù il povero per eccellenza, respinto, non accolto. Gesù si nasconde nei poveri che sono la garanzia della sua presenza in mezzo a noi. 

«Lasciala fare, i poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» (Gv 12,7-8).
Il gesto di Maria criticato, incompreso anche dai suoi discepoli, trova accoglienza e viene difeso da Gesù. Viene da chiedersi come mai nel segreto di quanto Gesù sta per vivere entri Maria, una donna, e non entrino i discepoli, quelli che Gesù aveva chiamato perché stessero con lui e imparassero a conoscerlo e a seguirlo. Maria ha uno sguardo che va oltre il presente e già vede la dismisura, l’eccesso dell’amore del suo maestro. Ed ella di fronte a questo amore risponde con la concretezza, con il coinvolgimento di tutta se stessa, anche con il suo corpo, con l’eccesso del profumo, rendendosi simile alla follia di colui che è pronto a morire sulla croce. 

Maria ci lascia un grande insegnamento: c’è un solo modo per vincere le tenebre e l’odore della morte ed è quello di uscire dai nostri calcoli, da un amore misurato e di lasciarci condurre invece dall’eccesso. Anche ai nostri giorni così intrisi dell’odore di morte, a causa della prepotenza di chi si mette al di sopra del Creatore, negando la dignità e il diritto dell’uomo, ci sono molti testimoni che mettono a repentaglio la propria vita come operatori di giustizia e di pace.
Penso a tanti giovani iraniani che hanno esposto la loro vita, in maniera non violenta, per opporsi a un regime di ingiustizia sacrificandosi così per il bene del paese.
Ho in mente Maysa di Gaza che, assieme al marito, raccoglie i bambini sfollati del quartiere per fare arte-terapia e allontanare dalla loro mente, almeno per un po’, il terrore della guerra.
Questi sono solo un esempio di come ci siano dei testimoni che resistono al male attraverso modalità non violente e senza il timore di perdere la propria vita, ma offrendola come denuncia dell’ingiustizia e opera di pace e di speranza. 

Lasciamoci catturare dall’ebbrezza del profumo di Maria, simbolo del profumo della Pasqua di Gesù, perché anche noi possiamo essere «il buon profumo di Cristo sulla terra» (2Cor 2,15).