di Loredana Cadamuro, sorella della Comunità monastica di Marango
Nasciamo, per così dire,
provvisoriamente
da qualche parte.
Soltanto poco a poco
andiamo componendo
in noi il luogo
della nostra origine,
per nascervi dopo,
e ogni giorno
più definitivamente.
Rainer Maria Rilke
Sono parole che ci ricordano l'instancabile cammino dell'uomo nella continua ricerca del senso dell'esistere. Si viene al mondo in un determinato momento ma occorre rinascere ripetutamente, riannodare infiniti fili, per comporre quell'unicità che è in ciascuno di noi.
Così, credo, si possa dire anche nei riguardi della nascita di Gesù. La verità del Natale non è soltanto memoria di un evento lontano, tutto posto nel passato. Ricordare, portare di anno in anno al cuore quell'evento, fa crescere la disponibilità della vita a ciò che accade nel grembo della storia, verso una novità che ci sta davanti. Questo sguardo sul futuro ci permette di iniziare ogni giorno una nuova avventura, di orientare i passi e di dare un senso alla nostra fatica quotidiana. La vicenda umana, con tutto il peso dei suoi limiti, le sue inquietudini, il suo vagabondare, viene raggiunta, lì dov'è, dall'amore di Dio che la vuol salvare. Ma gli uomini non sempre sanno accogliere "la parola in noi iniziale, aurora di una comunione universale" (Maurice Bellet). Si procede per tentativi, per cadute e riprese. "Sempre, di nuovo, occorre lavorare a correggere, ripensare, reinventare. Forse è questo l'errore più devastante: abbandonare le nostre anime erranti alle blandizie dell'inerzia" (Gabriella Caramore).
Quello che siamo
è prezioso più dell'opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente,
leggermente poggia il tuo piede.
Mariangela Gualtieri
L'evangelista Luca si pone con accuratezza a comporre il racconto delle origini di Gesù. Ci accompagna, quasi tenendoci per mano, a scoprire storie di donne che hanno saputo vivere il tempo lento dell'attesa, congiungendo ciò che gli uomini della religione avevano in gran parte separato: Dio e il corpo. Si sono messe in cammino, con piede leggero, facendosi ospitali della Parola per far nascere un mondo altro, consegnando la vita alla promessa di quel Dio che si veste di umanità, come uno di noi. Quella di Elisabetta è una di queste storie. Potrebbe sembrare una storia minore ma Luca, nel suo Vangelo, ci stupisce nel riconoscerla protagonista del mistero di un Dio che viene nella carne.
C'era (una volta)..., così inizia il suo Vangelo, «nei giorni di Erode, re della Giudea, un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia, e aveva per moglie una discendente di Aronne, e il suo nome era Elisabetta» (Lc 1,5). Elisabetta ci è presentata non per se stessa ma in quanto moglie di Zaccaria e la sua figura sembra rimanere in secondo piano nella narrazione. Tutta l'attenzione è posta sul marito, sacerdote del tempio, e sul figlio che Dio concederà loro. Con occhio attento però ci si accorge che quel che Luca dice di Zaccaria vale anche per lei, così da rivelarci poco alla volta il suo vero volto. Entrambi vengono chiamati per nome, anche Elisabetta, quando molte donne nella Bibbia restano anonime, a sottolineare che ha un suo ruolo personale da svolgere. Viene indicata la loro comune discendenza da famiglie sacerdotali; sono presentati come modelli nella fede: erano giusti davanti a Dio e camminavano irreprensibili secondo le leggi e i precetti del Signore (cfr. Lc 1,6). Luca continua a stupirci perché nessuna donna, prima di lei, era stata riconosciuta giusta se non Tamar (cfr. Gen 38,26), la quale, rimasta vedova di Er e Onan, figli di Giuda, aveva dovuto tornare sotto la custodia paterna. Le era stato promesso, secondo la legge del levirato, di essere ripresa nel clan di Giuda quando l'ultimo dei suoi figli sarebbe cresciuto. Ma è una promessa che non sarà mantenuta. Allora Tamar, prende nelle mani la propria vita e, agendo con astuzia, si fa prostituta per avere quella discendenza dal suocero che le era stata negata. Giuda dovrà riconoscere che dietro il suo agire, apparentemente scorretto, gridava la giustizia.
Nonostante la loro santità di vita, Elisabetta e Zaccaria portano il peso della sterilità. Sono ormai anziani e senza più speranza di una fecondità futura. La giustizia 'che viene dalla legge' non può generare con le sue sole forze la vita, non basta a dare la salvezza. Dio guarda alla vita bella di Elisabetta, intessuta nella fedeltà al Signore e la giustifica per la sua grazia; anche attraverso di lei prenderà corpo il progetto di amore di Dio per l'umanità. Zaccaria sarà muto e incapace di parlare fino alla nascita di Giovanni, perché non ha saputo affidarsi alla parola dell'angelo e aprirsi con fede creativa alla promessa insperata di Dio. Chi non ascolta la Parola non la può neppure donare. Elisabetta, nel nascondimento, accoglie nella fede e nella gratitudine l'intervento miracoloso di Dio. Come lei una lunga serie di donne sterili in Israele - Sara, Rebecca, Rachele, la madre di Sansone, Anna, madre di Samuele - sono diventate madri perché hanno creduto a quel Dio che fa nuove tutte le cose e a cui nulla è impossibile. Dio ha tolto loro l'abito della vergogna. Elisabetta, con coraggio, può allora riconoscere quello che ha fatto per lei il Signore (cfr. Lc 1,25).
Elisabetta, dopo il concepimento, rimane nascosta, in un prolungato silenzio, fino ai giorni della visitazione. Accoglie Maria, sua parente, aprendo la sua casa, che diventa lo spazio dell'affetto e della relazione, il luogo della liturgia più vera. Chi ce lo ha mai insegnato che possono bastare parole semplici di saluto, un abbraccio, per celebrare una liturgia? E saranno Maria ed Elisabetta a parlare con autorità delle grandi cose che Dio ha appena compiuto in loro esercitando una inedita funzione sacerdotale che sarà di tutto il popolo di Dio.
«E avvenne che, appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo, ed Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo» (Lc 1,41).
Elisabetta si pone in ascolto e nel saluto di Maria accoglie la Parola che la visita, suscita domande, fa sussultare le viscere e sobbalzare l'intera esistenza. Che genera vita. Nell'ascolto e nell'osservanza della parola di Dio, ogni discepolo può diventare madre del Signore (cfr. Lc 8,21). Spinta dal vento dello Spirito la sua voce si fa «forte grido» (cfr. Lc 1,42), come per gli Israeliti quando salutavano l'arca dell'alleanza, come Giaele (cfr. Gdc 5,24) e Giuditta (cfr. Gdt 13,18) che, forti solo dell'aiuto di Dio, si fanno portatrici di salvezza per il loro popolo. Elisabetta accoglie chi la visita con parole di benedizione. Arte che dobbiamo imparare. Dire bene, cercare parole buone, semplici e pacificanti. Verso tutti, anche per coloro che ci perseguitano. Per non lasciarci vincere dal male, ma vincere con il bene il male. Come ha fatto Dio, che ci ha benedetti, prima ancora che nascessimo, con ogni benedizione spirituale, nei cieli in Cristo. La gioia e lo Spirito Santo che caratterizzano i tempi messianici colmano il grembo e la vita dei vari protagonisti: Maria, Giovanni, Elisabetta, poi Zaccaria, i pastori, Simeone e più tardi, alla Pentecoste, tutti i credenti.
Apriamoci alla venuta del Signore.
Anche il nostro grembo comincerà a danzare e a benedire il Signore che viene a prendere casa con l'uomo.
Danzate, ovunque voi siate, dice Dio,
perché io sono il Signore della danza:
io guiderò la danza di tutti voi.
Io danzavo il primo mattino
dell'universo,
io danzavo circondato dalla luna,
dalle stelle e dal sole
disceso dal cielo danzavo sulla terra
e sono venuto al mondo a Betlemme.
Sydney Carter