di Maria Pia Accordini, sorella della Comunità monastica di Marango

L’episodio della donna cananea che incontra Gesù è raccontato da Matteo e da Marco in termini simili, ma con alcune sottolineature che evidenziano la diversa storia delle comunità a cui i due evangelisti si rivolgono. 
Gesù, scrive Matteo, «si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone» (15,21). Gesù, come in altre occasioni, dopo dispute e discussioni con i giudei e in questo caso anche con i discepoli increduli, cerca un po’ di pace, e spesso si dirige verso le periferie, verso i confini, in luoghi dove può stare lontano dal potere e da una religione formale ridotta a formule e divieti.

Matteo non dice che Gesù entra nel territorio pagano, si limita a dire che egli si dirige verso Tiro e Sidone. È la donna che per prima varca il confine e va incontro a Gesù e lo fa piegata dal dolore per sua figlia tormentata dal male. È una donna straniera e Marco sottolinea di lingua greca, siro fenicia (cfr Mc 7,24-30), quasi a evidenziare ulteriori elementi di diversità, di distanza tra Gesù e la donna. Donna dunque, straniera e pagana, in una terra storicamente nemica di Israele, tra gente considerata eretica, senza Dio, gente da tenere lontana. Ci sono tutti gli elementi di una grande marginalità: donna, straniera, bisognosa di aiuto, impotente di fronte alla sofferenza della figlia. Ma questa donna è prima di tutto una madre che non può più sopportare tanto dolore. È questo dolore che la rende audace, che le fa oltrepassare il confine non solo territoriale, ma anche relazionale. Non conosce Dio, non conosce le promesse e l’Alleanza, ma il suo cuore di madre intuisce, crede, che l’uomo che sta dall’altra parte, sul confine, la può aiutare. Ne ha sentito parlare probabilmente, o forse ha ascoltato le parole di questo Rabbi che ama le periferie, che si ritira nel deserto… E lei osa. Una madre può sopportare tanto dolore, ma non quello dei figli. Grida la sua disperazione per quella bimba che non trova pace, grida perché non ha più né parole, né lacrime, grida davanti a quell’uomo che viene da un territorio, da un popolo storicamente non in buoni rapporti con la sua gente, un uomo che potrebbe guardarla con disprezzo, ma lei nel suo cuore sente che potrà aiutarla. La sua è una preghiera che chiede pietà, compassione, una parola oltre le divisioni, oltre gli steccati posti dalle religioni e dal potere. «Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, Figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio”» (15,22). Questa donna esclusa dalla fede, si rivolge a Gesù, come al Messia atteso da Israele, sembra già pensare che il bene che Lui va facendo non possa essere riservato solo ad alcuni: «Se c’è in te una potenza che viene dall’alto, sia un bene per tutti, non escludere nessuno».

«Ma egli non le rivolse neppure una parola» (15,23).   
Ci stupisce questo silenzio di Gesù, la sua assenza di qualsiasi reazione. Gesù sembra non vedere questa donna, come non esistesse per lui, non si lascia coinvolgere dal suo dolore e dalla sua supplica, e prosegue per la sua strada. Non siamo abituati a un Gesù che sembra insensibile e privo di misericordia. Ma la donna non si scoraggia, e continua a gridare il suo dolore, dentro di lei sa che l’amore può fare miracoli. Non desiste, deve a ogni costo farsi ascoltare da questo Rabbi, cerca una possibilità. Per questo insiste nella sua richiesta fino quasi a diventare molesta. Lo è certamente per i discepoli che sembrano essere più sensibili di Gesù, tanto da perorare la sua causa (cfr 15,23). In realtà sono solo spazientiti e desiderosi di essere lasciati in pace e proseguire serenamente la strada. Non è nuovo questo atteggiamento dei discepoli che cercano di allontanare le persone, i poveri, da Gesù, come se certi incontri rallentassero la sua missione. Si tratti dei bambini o di malati, come il cieco nato, o delle folle che instancabili seguono il Maestro.

Gesù che non ha detto fin qui una parola, risponde ai discepoli secondo la sua missione che per Lui, in quel momento è quella di rivolgersi a Israele, popolo destinatario delle Promesse: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele» (15,24). Ma questa madre non si arrende, nonostante il silenzio di Gesù, nonostante i discepoli la vogliano allontanare, troppo grave è il motivo che la spinge, e crede che Dio, comunque lo si chiami, non può essere pastore di un piccolo gruppo, ma di ogni popolo e questo Dio non può non ascoltare la preghiera delle madri. E per nulla intimorita dalla risposta che Gesù dà ai discepoli, si avvicina a lui, si prostra ai suoi piedi impedendogli di proseguire e di nuovo esprime il suo disperato bisogno di aiuto nel tentativo di trovare una breccia nel cuore di Gesù… Questa donna pagana sembra sostenuta dalla preghiera di Israele, dalle bellissime parole che troviamo nel libro del Siracide o nei Salmi: «La preghiera del povero attraversa le nubi e non si quieta, non desiste finché non sia arrivata e l’Altissimo non abbia risposto» (Sir 35,15). «Egli libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto, avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri» (Sal 72,12-13).  E dunque ai piedi di Gesù, grida ancora: «Signore aiutami!» (15,25). Questa donna ora non guarda a Gesù solo nel nome della figlia, ma si mette in primo piano: guardami, anch’io sono una pecora perduta! Gesù si ferma, ascolta, si rivolge direttamente alla donna e cambia in un certo senso argomento, ma non la sostanza del suo pensiero. Non parla più di pastore e pecore, ma del pane, bene così prezioso da riservare ai figli, ai figli d’Israele, non ai cagnolini, come erano considerati all’epoca i pagani. Gesù risponde con quella affermazione tanto dura che tutti conosciamo: «Non è bene prendere il pane dei figli e darlo ai cagnolini!» (15,25).

Risposta che potrebbe riempire il cuore di amarezza, di delusione, di sconforto. Ma la donna con umiltà, in un estremo tentativo di arrivare al cuore di Gesù, come intuendo la sua tenerezza, non si altera, non si offende, non cerca scorciatoie, è realista e riconosce: «Sono un cagnolino Signore, siamo tutti cagnolini... ti parlo della mia lontananza, so che non ho nessun diritto, non ti chiedo di sedermi alla tavola dei figli, non ti chiedo il pane dei figli…  Non è bene, è vero, dare il pane dei figli ai cagnolini, ma nessuno nega ai cagnolini le briciole che cadono sotto la tavola. Anche a me Signore, basta una briciola del tuo amore».
Gesù rimase stupito da questa donna che si metteva sì tra i cagnolini, ma gli parlava di un Dio che le briciole non le può negare a nessuno. Altrimenti che Dio sarebbe?

«Allora Gesù le replicò: Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (15,28). Gesù ascolta ammirato e si arrende alla fede di una donna pagana, all’amore di una madre che sa accontentarsi anche delle briciole… Come Maria alle nozze di Cana, spinge il Figlio ad anticipare la sua “ora”, così la cananea porta lo sguardo di Gesù oltre Israele; qualcosa commuove, muove Gesù e possiamo dire cambia il suo pensiero, lo “converte” ad allargare la sua missione oltre i confini di Israele, alle pecore che provengono da altri ovili (cfr Gv 10,16). E Gesù passò il confine una volta per tutte, fece dei due un popolo solo eliminando tutte le barriere (cfr Ef 2,14), chiamando tutti alla stessa mensa, dove il pane non è contato,  ma si raccoglieranno ceste perché nulla vada sprecato, nessuno perduto.

Insieme alla grande fede in Gesù di questa donna che era estranea alla fede di Israele, in questo brano possiamo anche sottolineare come sia possibile con l’umiltà, la pazienza, la fiducia nell’altro, superare i confini, le barriere poste dalla diversità di cultura, di religione, di genere, di prospettive. In un mondo in cui la violenza sembra essere sempre più l’unico mezzo di relazione fino a togliere valore alla parola, a escludere la mediazione, questa donna ci indica come si possono raggiungere i propri obiettivi, senza imporsi, accettando passo dopo passo piccoli sentieri che portano a tessere percorsi di reciproco rispetto, passi indispensabili sulla via della pace.