di Mariacristina Cacco, priora monastero di Marango 

Questi versetti di Giovanni si inseriscono nel contesto della passione di Gesù e delle parole di saluto che egli pronuncia per sostenere e incoraggiare i discepoli nel tempo della prova.
Infatti qui e all’inizio del capitolo, Gesù ripete: “Non sia turbato il vostro cuore”.
Gesù conosce il cuore dell’uomo, il suo smarrimento e la sua paura e invita ad avere fiducia nel Padre e in lui, assicurando che la morte non li separerà definitivamente.
E il testo di oggi ci ricorda che, prima del suo distacco terreno, Gesù lascia un grande dono: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo io la do a voi”.
Qui si parla di una pace che ha due provenienze contrapposte: la pace che lascia Gesù e la pace come la dà il mondo. E su questo vorrei soffermarmi.

Qual è la pace che lascia e dà Gesù? Secondo il vangelo di Giovanni la pace è l’eredità che Gesù ha voluto lasciare per sempre ai suoi discepoli.
Come scrive san Paolo nella lettera agli Efesini, Gesù ci regala una certezza: la pace è già qui perché è lui stesso la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola abbattendo il muro dell’inimicizia, per mezzo della sua carne. (Ef 2,14).
La sua pace non isola, unisce e crea comunione, rende uno nell’accoglienza delle diversità.

Ricordiamo quanto Gesù aveva raccomandato ai suoi prima di inviarli in missione: “In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa”.
Per rendere umana la vita, le relazioni, la prima cosa è seminare pace, non violenza, promuovere rispetto, dialogo e ascolto reciproco, non imposizione e aggressione.
Gesù ci lascia la sua pace, quella pace disarmata, che ha caratterizzato tutta la sua esistenza e si è espressa in atteggiamenti di mitezza, non violenza, ricerca del bene, lotta contro il male, denuncia dell’ingiustizia e dell’ipocrisia.
Anche nella lettera ai Romani, (Rm 12,18), san Paolo insiste su questo: “Per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti”.

Gesù dice: “Bisogna che il mondo sappia che amo il Padre e come il Padre mi ha comandato, così io agisco”.
Gesù vive ancorato ai pensieri e alla Parola del Padre che lo porta a vincere le tentazioni del Principe del mondo, colui che opera divisione e porta alla ricerca del proprio benessere, prestigio e potere.
Ma il divisore non può nulla contro Gesù perché egli lo vince con l’amore, dando la sua vita in eccesso, senza calcolo, amando i suoi sino alla fine.
La pace che dona Gesù deve abitare il nostro cuore ed ha bisogno continuamente di nutrirsi della Parola di Dio e del suo Santo Spirito, di uno sguardo fisso su Gesù per non lasciare spazio all’odio, alla vendetta, all’intolleranza.
Credere che “Cristo è la nostra pace” deve disarmare i nostri cuori, le nostre parole, i nostri gesti,  lasciandoci investire dai suoi stessi sentimenti di misericordia, bontà, mansuetudine.

Solo se ci sarà pace in noi, potremo vivere la beatitudine di essere artigiani di pace nel quotidiano, apportando nelle nostre relazioni e nella società un clima amichevole, inclusivo, dilatando così gli spazi di una fraternità universale.

Qual è invece la pace come la dà il mondo? Anche il mondo dà una pace interiore, una certa tranquillità, ma spesso egoista, che separa dagli altri, una pace corazzata dallo scudo del disinteresse e rivestita della terribile arma dell’indifferenza.
Viceversa Papa Leone ci richiama a considerare lo sdegno come la prima azione di pace.
È doveroso sdegnarsi e alzare la voce contro le guerre e i mercanti di morte che le nutrono. 

Una bellissima testimonianza in questo senso è la lettera recente che ha scritto don Mimmo Battaglia, vescovo di Napoli, indirizzandola proprio ai mercanti di morte.
Ne riporto un breve passaggio: “ E ditemi come fate? Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta? Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato? Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile : peccato? Quanto sangue vi basta? Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio”.
Le attuali vicissitudini storiche e geopolitiche ci consentono di osservare che la pace del mondo è frutto di ingiustizie, menzogne, compromessi dettati da interessi economici.

 In un tempo di distrazione collettiva, di crisi dell’ascolto e della parola umana come dialogo  e mediazione, è facile giungere allo scontro violento. Allora si dà la pace con le armi, si giustifica la necessità del riarmo e della guerra intesa come giusta. Ma tutto questo risponde a una logica di male. Basta che ci guardiamo intorno in questi tempi in cui prevale la forza della prepotenza e la negazione di ogni diritto internazionale.
La pace che dà il mondo è frutto di inganni a danno dei più deboli e crea una cultura dello scarto. Basti pensare alla pace fasulla ed ingiusta che riguarda Gaza, dove si continua a uccidere e a lasciar morire, dove la pace è in mano ad un gruppo di affaristi che vogliono lucrare sulla povera gente e fare affari con il sangue degli uomini.

Di fronte alla cultura della violenza, così dilagante ai giorni nostri, rischiamo come società di credere che i conflitti si possono risolvere solo con l’imposizione della forza.
Ma noi, credenti in Cristo, abbiamo una grossa responsabilità in ordine alla promozione di una cultura di pace, capace di sciogliere i conflitti, generare empatia, fiducia, speranza in un futuro di convivenza non violenta, di rispetto del diritto e della giustizia.

Come ci testimonia Michel Sabbah, per il cristiano è fondamentale e urgente pregare per la pace elevando a Dio un grido accorato, incessante. Tutti i giorni, instancabilmente, il Patriarca di Gerusalemme intercede per il suo popolo così martoriato. La sua preghiera incessante nasce da un dolore insopportabile, che è lo stesso dolore che soffre la sua gente.
La pace è un compito che Dio ci affida come bene da ricercare continuamente.
Operare la pace è compiere la volontà di Dio nella storia che viviamo.
Allora dobbiamo continuamente rimboccarci le maniche e non smettere di operare, senza lasciarci vincere da un senso di impotenza e sfiducia.

Vorrei concludere questa riflessione con le parole di una testimone di pace: Hetty Hillesum:
“ Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso, se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quell’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. E’ l’unica soluzione possibile”.
E in un altro passo scrive: “Quasi ad ogni battito del mio cuore cresce la certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi... Sì mio Dio sembra che tu non possa fare molto per cambiare le circostanze attuali, ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi”.


Questa riflessione è stata tenuta da Mariacristina Cacco durante la preghiera della Giornata di spiritualità della pace del 21 marzo 2026, organizzata da Pax Christi - punto pace di Venezia-Mestre, guidata dalla teologa Maria Bianco sul tema "Pace a voi! Per una comunità di risorti" che si è svolta presso il Monastero di Marango di Caorle.
Ringraziamo Maria Cristina e il Punto pace veneziano di Pax Christi per aver consentito la pubblicazione.