di Mariacristina Cacco, sorella della Comunità monastica di Marango   

Tra i personaggi tratteggiati dall’evangelista Giovanni troviamo alcune donne. Una di queste è l’adultera, una donna che incontra in Gesù il volto compassionevole e misericordioso del Padre. Sant’Agostino definisce questo brano come l’incontro tra «la misera e la misericordia».
Ho scelto questo testo perché ricorda alla chiesa, «ospedale da campo» dell’umanità, di essere chiamata ad amare con lo stesso sguardo di Gesù, senza durezza, ma con quella tenerezza che sa abbracciare, accogliere, rialzare e rimettere in cammino. È fondamentale che la chiesa ricordi che non è fatta di giusti, ma di peccatori perdonati affinché anch’essa cammini nell’umiltà e nella misericordia. Inoltre, in questo tempo di follia in cui ci si arroga il potere di distruggere paesi, sterminare popoli, negare il diritto di ricevere aiuti umanitari, espellere lo straniero - se migrante e povero - diventa urgente ritrovare nel Vangelo quella via che ci indica come restare umani e percorrere vie di compassione, pace e fraternità.  

L’episodio è ambientato nel tempio dove Gesù insegna e al quale alcuni Giudei, scribi e farisei, presentano una donna colta in flagrante adulterio. La moralità ebraica, a proposito dell’adulterio, si basava sulla primitiva concezione della donna come proprietà del marito. Anche oggi assistiamo a una logica in cui ci si sente padroni dell’altro, anche nelle relazioni affettive, fino a considerarlo una proprietà in quanto "cosificato", spogliato della dignità umana, giudicato inferiore alla propria.
Il femminicidio, sempre più frequente, è un esempio di violenza, in cui il sentimento di odio diviene gesto, che si sprigiona nell’aggressione, fino all’uccisione di chi non si riesce a dominare e a sottomettere.

Nel brano del Vangelo la donna è collocata nel mezzo, ritta in piedi nelle vesti dell’accusata, esposta pubblicamente a un condanna per aver trasgredito la Legge. La donna è sola, colui che ha commesso la colpa con lei è assente. Ha tutti gli occhi puntati, «sguardi pesanti come macigni, che colpiscono prima ancora delle pietre» (L. Maggi). Con lo sguardo possiamo penetrare nel profondo del cuore dell’altro e provarne pietà e compassione, ma possiamo anche trafiggere, giudicare, uccidere. 

Gli scribi e i farisei, fingendo di riconoscere Gesù quale maestro, gli presentano il caso e chiedono il suo giudizio, dopo aver richiamato quanto prescrive la legge mosaica. Di fronte all’adulterio, la pena in cui si incorreva era la lapidazione e quindi la morte. Ai nostri giorni la lapidazione è ancora una pena presente nella legislazione di alcuni paesi islamici. In Afghanistan, ad esempio, i maschi, fin da ragazzi, sono coinvolti nell’esecuzione di questa pena inferta alle donne accusate di adulterio o di altre colpe. Questo ci dice quanto sia necessario che la nostra umanità cresca in compassione perché essa possa reggere i rapporti e diventare il fondamento del legame sociale e della fraternità universale. 

Ritornando al nostro testo, l’intervento dei responsabili giudei non è teso a chiedere un parere a Gesù. Ma si tratta di una domanda trabocchetto per contestarlo, come precisa il testo: «Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo» (Gv 8,6a). Ma Gesù non si lascia intrappolare nella discussione giuridico-religiosa e sorprende gli interlocutori con un gesto inaspettato: «Gesù si chinò e si mise a scrivere per terra» (Gv 8,6b). Mentre la legge mosaica era stata scritta su pietra, Gesù, senza rispondere, chinato scriveva sulla terra. Le parole scritte nella polvere non lasciano traccia. Il suo dito non è puntato su quella donna mentre «c’è una religione pietrificata dal fondamentalismo che la condanna in nome della Legge e dei simboli religiosi» (L. Maggi).
Immagino quegli accusatori in piedi con una pietra in mano, pronti a scagliarla sull’accusata, mentre Gesù si china, non li degna neppure di uno sguardo, prende le distanze da chi ha come obiettivo la morte, un giudizio senza appello. Il fine della Legge dovrebbe permettere la vita, non distruggerla.
È difficile capire come nella religione ebraica fosse ammissibile una legge punitiva che uccideva, in contrasto con lo stesso comandamento: «Non uccidere». Quante contraddizioni di tipo religioso giustificano la violenza, l’odio, l’eliminazione dell’altro, la guerra. Questo avveniva nel passato e accade ancora ai nostri giorni.
Pensiamo anche a noi cristiani quando, nelle nostre scelte di stare dalla parte di chi decide la guerra, non ci scopriamo in contraddizione col Vangelo di pace e degeneriamo «in un delittuoso conformismo alle opinioni dominanti» (don Primo Mazzolari).
«Se Dio è il Dio della vita - e lo è -, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace - e lo è -, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore - e lo è -, a noi non è lecito odiare i fratelli» (Papa Francesco).

Il silenzio e il gesto di Gesù sembrano manifestare un rifiuto nel trattare la questione dando un parere sull’interpretazione della legge ebraica. Di fronte all’insistenza nell’interrogarlo, Gesù si alza e dice loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». È come se Gesù riportasse la Legge al suo vero senso: chi esige un’applicazione rigorosa della stessa deve contestualmente applicarla a se stesso. In questo modo «il giudizio contro l’altro è diventato un boomerang che ha colpito chi lo ha lanciato» come commenta Lidia Maggi.
Questa risposta piena di saggezza costringe gli accusatori a guardare dentro di sé, così ognuno si scopre, al pari della donna, in situazione di peccato e, quindi, non in condizione di giudicarla.

A questo punto «se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là nel mezzo» (Gv 8,9). Nella scena ora rimangono Gesù e la donna; quel luogo di condanna da parte degli accusatori diventa uno spazio altro, quello della misericordia. Chi avrebbe potuto condannarla perché senza peccato, è colui che perdona, salva e dona la novità di una vita da risorti.
«Allora Gesù si alzò e le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata"» (Gv 8,10). Gesù, alzandosi e guardandola negli occhi, entra in dialogo con la donna e le restituisce la sua dignità, calpestata dagli scribi e farisei. È come se Gesù le dicesse che quegli uomini non erano migliori di lei e questo fa decadere il concetto stesso di accusa: nessuno ha il diritto di condannare.
Gesù la chiama «donna», non è più la peccatrice, l’adultera, l’accusata. Il termine richiama la nuzialità e, dunque, l’autenticità del legame.
«Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: Neanch’io ti condanno, va ed ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). La donna esce dal suo silenzio e chiama Gesù «Signore» che, secondo l’uso del tempo, era il modo col quale le mogli si rivolgevano ai mariti. Gesù apre alla donna un nuovo orizzonte di vita, la rimette in movimento e la invita a cogliere quel momento come un’opportunità per scegliere un nuovo modo di vivere, una rinnovata fedeltà.
La misericordia divina è più grande della trasgressione, libera e scioglie dal peccato.
Gesù non giudica i nostri sbagli, le nostre imperfezioni umane e, nello stesso tempo, ci invita a uscire dalla logica del giudizio, che identifica l’altro con il suo errore. Gesù ci sollecita ad andare oltre e ad assomigliare al Padre misericordioso, che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Le parole di Gesù ci ricordano che Dio, il Padre, si lega al mondo e lo ama, nonostante la sua debolezza, le sue infedeltà e gli usa misericordia, che è il suo modo di essere e amare gratuitamente l’umanità. 
Come Gesù incontrava tutti con uno sguardo d’amore, di tenerezza e di misericordia, sanando e liberando dalla schiavitù del male, così la Chiesa, suo corpo, sia immagine tangibile della sua presenza vivente nella storia.