di Paolo Ricca    

Mi è stato chiesto di parlare della risurrezione di Gesù. Lo farò in tre tappe, intitolate rispettivamente. Che cos’è la risurrezione di Gesù? Che cosa non è. Che cosa ha prodotto, cioè qual è stato il suo frutto maggiore.

1. Che cos’è la risurrezione di Gesù? È esattamente ciò che dice la parola: quel Gesù, morto e sepolto, «il terzo giorno risuscitò», cioè tornò in vita, non rimase chiuso nel sepolcro dov’era stato posto, ma «si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro (cioè dagli apostoli, ma non solo da loro, anzi in primo luogo non da loro, sembra intenzionalmente) per quaranta giorni» (Atti 1,3). Lo dice lui stesso: «Ero morto, ma ecco sono vivente per i secoli dei secoli – cioè per sempre – e tengo le chiavi della morte e del soggiorno dei morti» (Apocalisse 1,18), cioè non è più la morte ad avere potere su di me, sono io che ho potere sulla morte.

La risurrezione significa che Gesù non è come tanti grandi uomini del passato che sono morti, ma parlano ancora, a cominciare dagli uomini della Bibbia: Abramo, Mosè, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Pietro, Paolo e Giovanni e tutti gli altri, sono tutti morti, ma parlano ancora mediante i loro scritti  la loro vita. Così pure Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, Saffo, Omero,  Virgilio, Agostino, Dante, Tommaso d’Aquino, Lutero, Bonhoeffer, Oscar Romero, Martin Luther King, Gandhi, e innumerevoli altri, sono tutti morti, ma in un altro senso sono vivi, parlano ancora. Anche Gesù potrebbe parlare come morto, attraverso l’esempio della sua vita, il suo insegnamento e la sua stessa morte, uguale a quella di tanti altri giustiziati, ma anche molto diversa, tanto che il centurione romano che aveva assistito al supplizio essendo «lì presente di fronte a Gesù, avendolo veduto spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio!” (Marco 15,39). La morte di Gesù, per il modo in cui è avvenuta, ha parlato non solo a quel centurione, ma a innumerevoli altre persone attraverso i secoli. La risurrezione, però, vuol dire che Gesù parla a tutti coloro che hanno orecchi per udire non da morto, ma da vivo. Da vivo come siamo vivi noi, anzi molto di più, perché la nostra è vita mortale, la sua è immortale, la nostra è provvisoria, la sua è definitiva.
Risurrezione vuol dunque dire  che Gesù è tornato in vita, ma non più alla vita di prima. Gesù risorto non è un redivivo come Lazzaro: ha un corpo nuovo, simile a quello che ebbe per poco tempo sul monte della Trasfigurazione (Marco 9,2-3) – un corpo di luce, potremmo dire, non più opaco come il nostro, un corpo così diverso da quello di prima che nessuno lo riconosce: non Maria di Magdala, non i discepoli di Emmaus, non gli Undici i quali, quando lo videro, «sconvolti e atterriti, pensavano di vedere un fantasma» (Luca 24,37). È sempre lui, Gesù, il rabbino di Nazareth, il Maestro itinerante, il Profeta del regno di Dio, vicino a pubblicani e prostitute, amico dei bambini e delle donne, medico dei corpi e delle anime, è sempre lui, non un altro Gesù, ma quello stesso Gesù in altra forma o modo di essere, mai visto prima, completamente inedito, una primizia assoluta, come lo chiama l’apostolo Paolo (I Corinzi 15,20). La risurrezione non è un ritorno al passato, una restaurazione della prima creazione, ma l’inaugurazione di una nuova creazione, l’inizio di una cosa nuova.
Ecco perché Gesù risorto è chiamato a più riprese «primogenito»: con lui comincia una nuova discendenza, un nuovo popolo, il popolo della risurrezione; Gesù risorto è «primogenito di molti fratelli», cioè di uomini e donne che lo seguono non più solo come Gesù storico (Marco 1,17) nel cammino terreno che tutti conosciamo e percorriamo dalla nascita alla morte, ma anche come Gesù risorto (Giovanni 21,19.22), nel nuovo cammino da lui indicato a Nicodemo che non capisce (come avrebbe potuto ?): dalla nascita alla nuova nascita, dalla vita a una nuova vita risorta con Cristo. Tanto che il Nuovo Testamento non teme di parlare dei cristiani come di gente già ora risuscitata dai morti: «Presentate voi stessi a Dio come morti fatti viventi» (Romani 6,13). E ancora: «Noi sappiamo che siamo passato passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (I Giovanni 3,14). Il cristiano – si può dire – ha la morte alle sue spalle. Certo, dovrà anche lui morire, come tutti, ma la morte che sta ancora davanti a lui, non lo potrà separare da Dio (Romani 8,38). La vita iniziata con la nuova nascita – la vita nuova nella fede e nell’amore – non è vita mortale, ma eterna. La morte non è non vivere, ma non credere e non amare.
La risurrezione, novità imprevista e imprevedibile, fu per i discepoli una sorpresa assoluta, accolta da un’incredulità generale. Il più antico racconto evangelico della risurrezione (Marco 16,1-8)[1] ci aiuta a capire come l’annuncio della risurrezione sia stato accolto: non con giubilo ed esultanza, ma con spavento e incredulità. Quando le tre donne si recarono al sepolcro «al levar del sole», con gli aromi «per imbalsamare Gesù». Entrate nel sepolcro (la grossa pietra che ne impediva l’accesso era stata misteriosamente rimossa), videro un giovane seduto a destra, vestito di bianco, «e furono spaventate» (v. 5). Il giovane cercò di rassicurarle: «Gesù, che voi cercate, è risuscitato. Non è qui, Ecco il luogo dove l’avevano messo. Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea: lì lo vedrete, come vi ha detto». Cioè: il luogo dov’era, ora è vuoto; «Egli non è qui», non è tra i morti, ma tra i vivi; non vi aspetta al Golgotha, ma in Galilea; non vi riporta al passato, ma al futuro.
Neppure l’annuncio esplicito dell’avvenuta risurrezione di Gesù riempie di gioia le donne, le quali, anzi, «fuggirono via dal sepolcro perché erano prese da tremito e sbigottimento, e non dissero nulla a nessuno perché avevano paura» (v. 8). Spavento, tremito, sbigottimento, paura – ecco la reazione delle donne secondo il più antico racconto della risurrezione. Di fede non ce n’è neppure l’ombra. La stessa accoglienza fu quella dei discepoli: quando Maria di Magdala andò, felice, ad annunciare loro che aveva visto Gesù risorto, «non lo credettero» (v. 11): E non credettero neppure a un’altra testimonianza (v. 13). Secondo ogni evidenza, la notizia della risurrezione non fu creduta da nessuno degli Undici, forse anche perché Gesù scelse delle donne come prime testimoni della sua risurrezione, ma, secondo il diritto ebraico dell’epoca, le donne non avevano la capacità giuridica di essere ascoltate come testimoni in un processo. Fatto sta che, secondo Luca, le parole con le quali Maria di Magdala e le altre annunciarono agli Undici che Gesù era risorto «sembrarono loro un vaneggiare e non prestarono fede alle donne» (Luca 24,11).
Insomma: i primi a non credere alla risurrezione sono stati proprio gli apostoli! Questo dimostra che nessuno di loro se l’aspettava, e neppure la sperava. È vero che Gesù aveva più volte annunciato, insieme alla sua morte, anche la sua risurrezione (Marco 8,31-32; 9.31), se nonché i discepoli «non intendevano il suo dire e temevano di interrogarlo»(v. 32). Ancora più severo è il parere di Luca: «Essi [i Dodici] non capirono nulla di queste cose [cioè dell’annuncio della passione e della risurrezione di Gesù]; quel parlare era per loro oscuro, e non intendevano le cose dette loro» (Luca 18,34). Ma proprio perché i Dodici «non avevano capito nulla» né della passione e ancora meno della risurrezione di Gesù, dopo la sua morte a tutto essi potevano pensare tranne che a una sua possibile risurrezione. Perciò l’ipotesi avanzata da molti, fin dai tempi antichi, che la risurrezione di Gesù sua stata inventata dai discepoli per rifarsi della cocente delusione della morte ignominiosa del loro Maestro (Matteo 28,11-15), è del tutto inverosimile e completamente campata in aria alla luce dei dati certi che possediamo su come essi hanno accolto, all’inizio, la notizia della risurrezione di Gesù: con un netto rifiuto.

2. Se le cose sono andate come le abbiamo sommariamente descritte e la risurrezione è stata considerata dagli Undici «un vaneggiare» di donne giudicate comunque inaffidabili come testimoni, allora, dopo aver cercato di capire e di dire ciò che la risurrezione di Gesù è, possiamo anche cercar di capire e di dire ciò che la risurrezione non è, limitandoci a due modi di intenderla o fraintenderla.
[a]  La risurrezione non è il ritorno i  vita di Gesù dopo una morte apparente. Così qualcuno ha interpretato la sua morte: come una morte apparente, per cui quella che i discepoli chiamano «risurrezione» non è stato altro, in realtà, che il risveglio di una persona solo apparentemente morta. Ora, il fenomeno delle morti apparenti esiste veramente. Persone dichiarate clinicamente morte, in realtà non lo erano affatto, e, contrariamente a quello che sembrava, erano vive. È però letteralmente impossibile che questo sia accaduto a Gesù, per due ragioni almeno. La prima: le morti apparenti possono accadere, sia puro solo molto raramente, in caso di morti – diciamo così – normali. Ma quella di Gesù non è stata una morte normale, è stata tutto il contrario: una morte violenta avvenuta dopo l’interminabile, atroce agonia durata molte ore, di un uomo inchiodato a una croce. E proprio per accertarsi della morte avvenuta, o per provocarla nel caso che non fosse ancora sopraggiunta, «uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua» (Giovanni 19,34). Forare il costato di un uomo crocifisso con una lancia era l’equivalente dell’odierno «colpo di grazia», dopo il quale il condannato è sicuramente morto.
La seconda ragione per la quale la risurrezione non può essere il risveglio di un morto apparente è che se così fosse, cioè se la sua morte fosse davvero stata solo apparente, anche la sua risurrezione sarebbe stata solo apparente, quindi non una vera risurrezione, ma solo il risveglio alla vita di prima. Sarebbe stato, insomma, un vero e proprio ritorno al passato. Ma proprio questo – come abbiamo visto – è ciò che la risurrezione non è: non un ritorno al passato, ma un inizio completamente nuovo, una nuova creazione.
[b]  L’altra interpretazione data delle apparizioni di Gesù risorto è che esse sono state, in realtà, delle visioni dei discepoli, dei miraggi, simili a quello dell’assetato che, nel deserto, «vede» l’oasi che non c’è. Si tratta di fenomeni che accadono realmente: una persona che abbiamo molto amata, e che è morta da poco, abbiamo l’impressione di «vederla» ancora là dove eravamo abituati a vederla, ci «appare» improvvisamente come se fosse ancora là, ma lei non c’è più, è tutto solo una costruzione del nostro animo, una creazione del nostro affetto. Secondo questa interpretazione, le cosiddette apparizioni del Risorto non dimostrano la realtà della risurrezione, ma solo la realtà dell’attaccamento dei discepoli a Gesù; benché tutti lo avessero abbandonato, erano però intimamente legati al loro Maestro e non potevano rassegnarsi a perderlo per sempre. Perciò continuavano a «vederlo». Sarebbero state queste loro visioni (qualcuno le chiamerebbe “allucinazioni”) a tenere in vita Gesù. Sarebbe la fede (per quanto barcollante) dei discepoli che avrebbe «risuscitato» Gesù e non Gesù risorto che avrebbe risuscitato la fede (defunta) dei discepoli.
Qual è il tallone d’Achille di questa interpretazione ? È che, se fosse vera, si ripeterebbe lo stesso errore di prima: se fossero stati i discepoli a «risuscitare» Gesù, avrebbero potuto far rivivere solo il Gesù di prima, quello che hanno conosciuto, seguito e di cui hanno condiviso per tre anni l’esistenza itinerante, «senza avere dove posare il capo» (Luca 9,58); sarebbe un ripristino del Gesù storico, un ritorno al passato. Ma abbiamo detto e ripetiamo: la risurrezione è un’altra cosa! Non la replica di ciò che è stato, ma l’apparizione di ciò che non era stato mai, del perfettamente nuovo, dell’inedito assoluto. Se le apparizioni del Risorto fossero effettivamente state visioni dei discepoli, sarebbero qualcosa che con la risurrezione di Gesù non ha nulla a che fare.
Dobbiamo dunque concludere che la risurrezione di Gesù è quello che dice la parola: Gesù, che era morto, è ora vivente, ma non più com’era prima, anche se il suo corpo completamente nuovo reca ancora i segni del suo martirio: è dunque sempre lui, Gesù di Nazareth, figlio di Maria, figlio dell’Uomo, figlio di Dio.

3. Che cosa ha prodotto la risurrezione? Qual è il suo frutto maggiore? È la religione cristiana. Se Gesù non fosse risorto, non sarebbe mai nato il cristianesimo e non esisterebbe la Chiesa cristiana. Perché ? Perché il Venerdì Santo non è morto solo Gesù, è morto anche quel poco di fede in Gesù che i discepoli ancora nutrivano. E a Pasqua, non è risorto solo Gesù, è risorta anche la fede in Gesù.
E qui dobbiamo fermarci un istante per mettere bene in luce questo carattere «pasquale» della fede cristiana, che in realtà è ben più che un «carattere» della fede, è il suo unico fondamento, la pietra angolare sulla quale si regge l’intero edificio cristiano. Il cristianesimo è,  nostra conoscenza, l’unica religione al mondo che sia fondata su una risurrezione. Tutte le cosiddette «grandi religioni» (ma anche le altre) in generale fanno riferimento alla vita e soprattutto all’insegnamento di un Fondatore oppure a testi religiosi antichi considerati autorevoli e normativi: così abbiamo i grandi poemi dei Veda o del Bhagavadgita per l’induismo, gli scritti attribuiti a Mosè per l’ebraismo, l’insegnamento di Siddhārta per il buddhismo, il Corano e i Detti di Muhammad per l’islam. Anche il cristianesimo avrebbe potuto essere fondato sulla vita esemplare di Gesù e sul suo insegnamento: l’una e l’altro, insieme, costituivano un ricchissimo patrimonio più che sufficiente per fondare una religione. Sarebbe anche stato un messaggio molto più immediatamente accessibile e comprensibile, quindi molto più convincente rispetto al messaggio centrato sulla morte e risurrezione di Gesù, indubbiamente più complicato, non facile da capire e ancora meno da accettare.
Sarebbe stato molto più agevole e anche più conveniente per gli apostoli fondare la religione cristiana sulla vita e sull’insegnamento di Gesù, ma nessuno ci ha pensato neppure lontanamente, e probabilmente nessuno, tra i Dodici, era in grado di compiere un’impresa del genere, che comunque richiedeva un livello di cultura che nessuno di loro possedeva: erano «popolani senza istruzione» (Atti 4,13). L’apostolo Paolo sarebbe stato all’altezza di un’opera simile, ma proprio lui dichiarò apertamente di non essere interessato alla vita di Gesù (II Corinzi 5,16), ma solo alla sua morte e risurrezione: «Quando venni tra voi [cristiani di Corinto], mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo, e lui crocifisso» (I Corinzi 2,2). Nessuno quindi, tra gli apostoli, ha mai pensato di fondare il cristianesimo sulle vita e sull’insegnamento di Gesù, malgrado gli evidenti vantaggi che questa scelta avrebbe comportato.
È chiaro infatti che scegliendo di fondare la religione cristiana sulla morte e soprattutto sulla risurrezione di Gesù, è stato scelto il fondamento più discutibile, più problematico, meno credibile che si potesse immaginare. Qualunque altro fondamento sarebbe stato più plausibile. È allora inevitabile chiedersi: Perché questa scelta così facile da contestare? Perché porre il cristianesimo su un fondamento così opinabile, quindi, alla fine, così poco affidabile? La risposta può essere una sola: perché le cose sono andate proprio così. La fede dei discepoli era morta e sepolta insieme a Gesù, e nulla e nessuno avrebbe potuto risuscitarla se non Gesù stesso «risorto d’infra i morti» (II Timoteo 2,8).
Che cos’è dunque la risurrezione di Gesù? È per eccellenza l’“impossibile possibilità” (Karl Barth). Impossibile all’uomo, possibile a Dio. Dobbiamo parlare di miracolo? Sì, certamente. Siamo circondati da miracolo, per chi ha occhi per vedere, e non solo per guardare, per chi possiede ancora (o di nuovo) lo sguardo del bambino capace di stupirsi davanti a ciò che l’adulto considera normalità, mentre invece non lo è, come l’esistenza dell’universo, il sorgere del sole ogni giorno, un fiore che sboccia, un bambino che nasce. Il miracolo è la normalità di Dio. Dio fa solo miracoli. Quello accaduto nella notte di quel lontano «primo giorno della settimana» (Marco 16,2) è il più fecondo di tutti: ogni vivente trova lì la sua seconda nascita. Beato chi crede non nei miracoli, ma in Dio che li fa.
                                                                                                                                            

Nota
[1]  I versetti 9-20 di Marco 16 sono un’aggiunta tardiva non rilevante per il nostro tema.

Esodo, n. 2/2022, Se ci fosse la luce pp. 36-41