di Carlo Rubini
Carlo Alberto mi ha espressamente invitato a formulare un pensiero sui quattro interventi della — si fa per dire — recente assemblea di Esodo, chiedendomi un'opinione (sic). È passato del tempo, a caldo sarebbe stato meglio, ma accolgo la proposta e a uno di quei testi mi riferisco come richiesto. Gli interventi sono pubblicati nel sito di Esodo [Coscienza e responsabilità nella società polarizzata] e gli spunti sono tanti per un tema generale veramente onnicomprensivo, Coscienza e responsabilità nella società polarizzata. Sotto questo cappello, infatti, i quattro interventi affrontano temi anche molto diversi tra loro. E alla fine non sciolgono la riserva sul contesto del cappello, la società polarizzata (polarizzata prevede solitamente due poli, e quali siano i due nella indefinita società non è emerso, almeno nella mia, mi rendo conto, limitata comprensione).
In ogni caso dovendo sceglierne uno, prendo spunto dall’intervento di Carlo Beraldo e butto giù alcune note, più come appunti che come discorso organico, prendeteli così, a distanza di tempo non posso fare altro.
Condivido ciò che dice Carlo, con molte citazioni (Levinas, Goisis, Weber, Recalcati, Ravasi e molti altri), circa una “fratellanza universale” da ricercare con tenacia in quanto “etica della responsabilità”. Molteplici possono essere le motivazioni che dovrebbero spingere in questa direzione, ma l’obiettivo comune è questo, concordo con lui. La situazione conflittuale e dis-eguale in diverse parti del pianeta, e che Carlo evoca, deve interrogare le coscienze. L’etica della responsabilità richiede uno scarto, un cambio di passo che inverta alcune tendenze disgregatrici e autoannientarici, e uso termini forti cercando di interpretare il suo sentire, che ho colto come trasversale nella esposizione che ha fatto.
A me pare in realtà che questa dialettica tra annientamento irresponsabile ed etica della responsabilità sia una dialettica eterna con delle costanti nella storia. Perché un po' di prospettiva storica bisogna pur averla, e non per consolarci con il passato, ma per capire. Carlo nelle sue prime parole parla di “tempo triste che stiamo vivendo”, ma nelle costanti storiche non vedo in verità un tempo più allegro o meno triste. Non le vedo nel passato recente, per non parlare di quello remoto.
Vedo un tempo costantemente in attesa di un riscatto, un’attesa vigile, né triste né allegra, diciamo concentrata. A me pare che non ci sia mai stato un tempo di un’umanità felice non corrotta. Per questo uso con molto cautela la frase “restiamo umani”, perché un certo tipo di umano, il tipo Caino per capirci, è quello di cui l’etica della responsabilità dovrebbe piuttosto liberarci, facendoci semmai dis-umani. C’è anche un umano da mantenere? Forse sì, c’è un filo che ci lega a lui. Per ritrovarlo e non continuare a sognare un pianeta irrealizzabile bisogna partire da dati realistici, se no non ci sia avvicina di un centimetro.
Partiamo dal fatto, piuttosto assodato, che la violenza è stata una costante nella storia umana. E mi spiego con una breve digressione. Prendetela per quello che è, senza pretese.
Come sapete l’Intelligenza artificiale, se interrogata, dà risposte da prendere sempre con le molle e bisogna farci la tara dieci volte. E va bene. Tuttavia, qualcosa di orientativo alla fine dice sempre e lo si può tenere in conto. Ebbene, interpellata su quanti giorni della storia umana (per la cronaca a conti fatti sono 1.952.000 in 5500 anni) ci sono stati di pace integrale senza alcuna violenza chiamiamola collettiva e di gruppo (oggi la chiameremmo guerra) in contemporanea in ogni ettaro della sfera Terra, risponde: “lo posso sapere solo per gli ultimi tre secoli, di cui ho certezza”.
Controreplico: “vada allora per gli ultimi tre secoli”.
Mi risponde lapidaria: “0”. Ovvero nessun giorno della storia degli ultimi tre secoli ha registrato pace integrale nel pianeta contemporaneamente, nemmeno uno.
Può sconcertare, ma in effetti è un dato credibile.
“E prima?”
“Non abbiamo certezze, non lo possiamo sapere dalle fonti dirette”.
Insisto: “vai per probabilità, quante probabilità ci sono che la risposta sia la stessa, cioè 0?”
Di nuovo lapidaria: “99%”.
È credibile anche questo. In definitiva se fosse per questa indagine a braccio, che può lasciare il tempo che trova ma che qualcosa ci suggerisce, saremmo quasi certi che nell'unmilionenovecentocinquantadue (1.952.000) giorni della storia umana non ce n’è mai stato uno, uno solo, di pace integrale, o di non conflitto violento, in tutto il pianeta contemporaneamente. Da qualche parte ogni santo giorno della storia un conflitto collettivo violento, grande, medio, piccolo, c’è stato, per non parlare delle violenze individuali che sono fuori da questo conteggio.
Insisto: “E in tutta la preistoria da quando esiste l’uomo?”
“È probabile che sia la stessa cosa, stesso dato”.
L’uomo dunque è nato nella violenza e nella violenza c’è rimasto.
Una responsabilità matura parte da questa consapevolezza e ne trae le conseguenze. La responsabilità cerca non di mantenere l’umano ma di ribaltarlo, o meglio, di ribaltare quell’umano, sapendo tuttavia che ci deve arrivare per gradi, pena rimanere al punto di partenza, pena non avvicinarsi di un millimetro all’obiettivo. Perché poi da sempre e dall’inizio c’è stato anche l’umano della cooperazione, del mutuo soccorso, dell’altro, anche della pietas verso l’altro, ci sono stati entrambi. Meno brutale, meno emotivo e istintivo e, lo vedremo, razionale.
Però in questa condizione realistica della costante monotona violenza umana, oggi come ieri, lo stato d’animo a cui bisognerebbe non abbandonarsi mai dovrebbe essere l’angoscia o l’ira. Leggo alcune citazioni di Carlo e trovo invece sul nostro tempo triste anche parole angosciate e, più che severe, arrabbiate, nei termini quantomeno. Anche quelle, se devo dire, riportate dagli interventi del Papa in carica, (“cibo sprecato da chi si ingozza” … “l’umanità dilaniata da un manipolo di tiranni”). Capisco l’esigenza della denuncia che ha bisogno di parole potenti e immaginifiche da parte sua (anche se i responsabili dello scempio – chi… manipolo – rimangono indefiniti). Eppure, c’è qualcosa che non quadra se la condizione del mondo attuale è descritta solo così, una specie di inferno di sopraffazioni e di disperazione, ovunque, sembra di capire.
Preferisco altre parole citate da Carlo, quelle di Mattarella che a sua volta sceglie la citazione delle parole di Johan Huizinga: “Vediamo distintamente come quasi tutte le cose, che altra volta ci apparivano salde e sacre, si siano messe a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto”. In queste parole invece mi riconosco. Prima di tutto nel tono. Da una parte sono parole equilibrate che Mattarella fa sue: “quasi tutte” appunto (e non “tutte” le cose) e soprattutto a “vacillare”, il che significa che le cose stanno comunque ancora in piedi, seppure vacillino. Se la speranza ha bisogno di un ancoraggio, essa parte da quel “quasi” e da quel “vacillamento” da raddrizzare. Sono parole lucide, non disperate, preoccupate, realistiche, ancorate al presente senza isterismi.
In realtà, se si vede nella citazione la data in cui sono state scritte, il 1935, Huizinga si è dimostrato fin troppo moderato, essendoci già in quell’anno il totalitarismo nazista a due passi da casa sua che gli muove un presentimento poi concretizzato in una guerra mondiale, quella sì veramente devastante. Anche per lui stesso che morirà incarcerato dai tedeschi. Ma indirettamente, in più, quel presentimento di novant’anni fa qualcosa ci dice sulle costanti storiche in cui inserire la situazione attuale. Inserirla con il senso delle proporzioni.
Devo dire che mi lasciano perplesso anche le parole del 57° Rapporto CENSIS “La società italiana al 2025” citate da Carlo. La perplessità nasce dal tono e dalla lettura che gli stessi estensori del CENSIS danno dei propri dati. Stimo il CENSIS da quando l’ho conosciuto sui banchi universitari, soprattutto per l’elaborazione originale e aggiornata delle loro rilevazioni, sempre preziose perché articolate e comparate e di cui spesso mi sono servito; ma la lettura che, secondo la citazione, danno dei dati gli estensori del rapporto la trovo del tutto soggettiva e discutibile. Cosa dicono gli estensori del rapporto nella citazione riportata testualmente da Carlo? “Siamo entrati in un’età selvaggia, un’età del ferro e del fuoco, di predatori e di prede”. In Italia, pare, leggendo il titolo del rapporto, ma evidentemente, messi in questo contesto, ritenuti estendibili al mondo intero (immagino, almeno).
In Italia? Ha senso usare una drammatizzazione di questo tipo per l’Italia o ci allontana dalla realtà che il CENSIS stesso delinea con i suoi dati? Verrebbe da chiedere agli estensori del rapporto: siamo entrati in questa età così tragica provenendo da un’età dell’oro precedente non selvaggia, armoniosamente civilizzata, senza ferro e fuoco, senza predatori e prede, ma idillica in cui tutti si volevano bene? E se sì, quando ci siamo entrati, abbandonando questo magico stato di grazia? Perché, torno a dirlo, un minimo di prospettiva storica ci vorrà per potere essere così determinati ed estremi nel giudizio.
Di dati per poter rilevare l’ingresso fatidico nell’inferno italiano al CENSIS non dovrebbero mancare. La mia domanda precedente non è retorica. “Ferro, fuoco, prede e predatori” sono aggettivi non proporzionati ai nostri tempi, in Italia di sicuro e in definitiva sproporzionati, se questa era l’intenzione, anche per il pianeta. In ogni caso non è dato conoscere il metro con cui si valuta i dati forniti. Vero che gli estensori citano le risposte degli italiani e le commentano: “un vitalismo irrazionale sembra soppiantare la fiducia ragionevole in un illuminato e impersonale progressismo liberal”. C’è però da chiedersi se era proprio ragionevole quella fiducia in quel magico determinato momento? O invece mal riposta? A me pare che i dati cambino continuamente, ma il contesto generale (e italiano) cambi molto meno e mi fa dire con buone ragioni che non c’era un eden prima in Italia e non c’è un inferno adesso (e parlo di Italia perché, ripeto, è lo scenario del rapporto). C’è costantemente invece una forte tensione tra diritti sanciti, doveri e loro attuazione, determinata senza tregua da una prevaricazione sempre in agguato, determinata da, appunto, un vitalismo irrazionale. Non di oggi, ma eterno, di sempre, però.
Che la percezione comune un tempo, in Italia, in una certa fase ormai molto lontana, vivesse in un’illusione di ingenuo progresso questo è altrettanto vero, ma di percezione si trattava. E la percezione sovente distorce la realtà, se è vero che fa apparire la terra piatta e ferma, nella realtà sferica e in movimento perpetuo. Giusto e utile fare il sondaggio su come viene percepito l’infausto presente, ma basarsi sulle risposte emotive degli italiani per farne un dato certo, scientifico, e fondare su di esse un giudizio, questo, onestamente, non mi sembra da CENSIS.
Concludendo mi pare che un ritrovato equilibrio esigerebbe la lucida consapevolezza dei limiti dell’umano, italiano o planetario che sia. La crisi non è l’eccezione ma la costante storica e con questa crisi costante bisogna convivere senza evocare ogni volta l’apocalisse, preferendo la moderazione di Huizinga, che nell’ormai lontano 1935 ha saputo controllarsi, senza abbandonarsi a una disperazione che in quelle circostanze sarebbe persino stata comprensibile.
Meglio far prevalere un tipo diverso di fiducia. Che valuta un’altra costante nella storia, messa di traverso come un filo rosso. Nella storia c’è, emotivo, sensoriale, istintivo, il dis-umano della violenza, ma c’è anche una talpa che scava sotto, una talpa dalle sembianze spiccatamente umane, progredendo lenta ma inesorabile perché di tanto in tanto se ne vedono i frutti. Non è il progresso dell’ingenua illusione attribuita dal CENSIS all’Italia, ma quello duraturo della ragione umana, la talpa che scava da millenni in controtendenza. Se la “grande fratellanza” degli auspici di Carlo ha qualche chance di trovare una realizzazione allo scoperto a me pare risieda nella ragione umana, che non è poi così fredda come i suoi detrattori la descrivono. È calda e appassionata nel cercare il concreto di una vincente sopravvivenza: saremo fraterni perché alla fine ci conviene per non estinguerci. E se questa conclusione si allinea alla fratellanza del messaggio cristiano, che ha altre motivazioni, prendiamola come una buona congiunzione astrale.
Se devo trovare una morale, o, come si dice, il succo di tutto il mio ragionamento, è questo: non serve immaginare di vivere nel peggiore dei mondi per assumersi responsabilità; anzi, la responsabilità nasce proprio dalla consapevolezza che la storia è sempre stata conflitto e che, nonostante ciò, la ragione ha lentamente allargato gli spazi della convivenza. E continuerà a farlo. Con l’amore cristiano come prezioso valore aggiunto.
Sono stato lungo, ma mi è venuto così, di getto, il compito bene o male l’ho fatto. Con voluto disincanto.