In memoria di Angelo Casati, morto il 31 agosto 2026, pubblichiamo la recensione che Paola Cavallari ha scritto del libro di don Angelo Il sorriso di Dio. Alla ricerca della bellezza e della libertà dell'uomo, pubblicata nel numero di "Esodo", Bellezza necessaria (2/2015 pp. 61-64).

È arduo fare una presentazione de il Sorriso di Dio, scritto da Angelo Casati1: non è un tipo di scrittura identificabile in un genere.  È prima di tutto un canto, un umanissimo e umilissimo canto alla vita che scorre, che appare nella pienezza e poi   sfuma, ma sempre gravitante attorno al "timore di Dio". In secondo luogo   è una silloge di racconti, di esperienze, di epifanie. Infine una riflessione rapsodica ma tenace sulla fede: una fede che è soave esempio di kenosi, perché si è abbassata e curvata sulle contingenze del mondo, del tempo feriale, nella spoliazione che l’incarnazione comporta; e sa che il dolore ha sempre a fianco un compagno: la Croce. 

Il Sorriso di Dio è una raccolta di testi, già pubblicati in altri momenti, che si snoda per circa 400 pagine. Rispettando la configurazione originaria delle raccolte e riprendendo i vari titoli, si suddivide in quattro sezioni (Diario di un curato di città; Incontri con Gesù; La fede sottovoce; Le paure che ci abitano),  l'impianto di ognuna delle quali ha un suo colore: da quelle intrise di esperienza pastorale (don Angelo è stato parroco), a quelle più segnate dalla meditazione esistenziale, da quelle scaturite dall'incontro casuale, sulla "strada", o da quello amichevole, a quelle che germinano dal versetto biblico.   
Vano sarebbe dare conto esaurientemente del conforto che dona il testo. Come lievito, in una tonalità “sottovoce", esso sollecita la fermentazione dell’anima, irraggiando aria pulita, pura. Come avviene per i testi poetici, non se ne può restituire il senso. Sono costretta a riferire fugaci impressioni, consonanti però con lo spirito epigrammatico dell'opera. Opera non in versi, sia chiaro, ma che col genere poetico ha una intima parentela, spirituale e letteraria insieme.
Chi ha avuto la fortuna di conoscere dal vivo Don Angelo, già lo ritrova lì, nella breve introduzione all’opera, proteso a noi in un sorriso (anche lui). Il lettore riesce quasi a figurarsi quella voce tenue - caratteristica saliente della sua persona, che fa tutt'uno con la sua corporeità minuta - la quale, più che parlare, sussurra. Essa è calma e insieme agile, fresca; incline a instillare la vaporosità della Grazia, a esultare, seppure con mitezza, per la bellezza del creato, ad alleggerire l’aria con un’ironia sottile. Come si legge anche nella quarta di copertina del libro: "Oso pensare che Dio sorrida per chi si lascia trascinare dalla passione per questa umanità, per questa terra, per questo tempo. Oso pensare che Dio sorrida per gli incredibili, per i figli che fanno voto di vastità". Tali parole sono riprese dall'introduzione, in cui si racconta dove aveva attinto i due calembours: "Tra credenti e i non credenti" ha recentemente detto Alessandro Bergonzoni "io scelgo gli incredibili. Io faccio voto di vastità". 

Parafrasando un celebre libro, Angelo Casati ha intitolato una delle sue precedenti opere Diario di un parroco di città (che, come detto, appare nella prima sezione). Già il titolo ci porge l’orizzonte esistenziale e pastorale a cui lui, vero prete minore, ha aderito: prossimità ai poveri; distanza/riluttanza a logiche di potere cui l'universo ecclesiale è troppo spesso contaminato. Inquinamenti che non mancano di essere oggetto di denuncia, in don Angelo. Sono crepe sotto gli occhi di tutti. Ma, prima di papa Bergoglio, era così singolare ammetterlo, affermarlo pubblicamente. Che indignazione per noi, popolo di Dio, che sofferenza, che rabbia, questo palese tradimento del Vangelo, e la dilagante omertà che lo accompagnava! E che sollievo incontrare finalmente tale parresia e onestà, in un uomo di chiesa! Gli farei un torto, credo, se dimenticassi di ricordare uno degli ingredienti più essenziali che vengono marcati nell'introduzione: la riconoscenza per il cardinale C. M. Martini, vescovo di quella Milano che era la diocesi in cui Don Angelo operava come "parroco di città". Martini è stato per lui vera guida spirituale, e insieme fraterno amico.

Con L’ora impigliata nella memoria, entriamo nelle viscere del libro. Così si intitola il primo brano della seconda sezione, dedicata a scrutare figure evangeliche. Tenterò di restituire ciò che di prezioso ho trovato nel libro, incuneandomi in esso, poiché sarebbe impensabile voler azzardare un commento decente, in poco spazio, su più brani.
Questo testo prende le mosse da una pericope evangelica brevissima: " Videro dove dimorava e quel giorno rimasero con lui" (Gv 1,39).
Racconta l’autore di aver scelto questa immagine per dare inizio a un cammino di scoperta delle figure della sequela di Gesù. Don Angelo non riesce proprio però a adeguarsi a stilemi omiletici classici. Si lancia in una visione, che è mistica e politica insieme. Convinto che la Parola sia energia, illuminazione da inverare, da attualizzare, l'autore vede viva la scena descritta dall'evangelista, la sente animarsi. Lo sguardo del narratore/voce fuori campo - che ha come oggetto di analisi proprio lo sguardo, quello dei personaggi - decolla fin dalle prime battute. Sguardo e metasguardo riverberano l'uno nell'altro. Adottare la strategia narrativa degli sguardi, gli consente di indurci a una rotazione dei punti di vista. Significa indurci a immedesimarsi nei vari personaggi della scena. È un espediente non solo retorico: veicola la scelta - etica - di decentrarsi dal proprio io, per incrociare l'altro. E ancora: la sua è l'osservazione attenta di uno spettatore curioso che è lì - infatti il tempo usato è l'indicativo presente - dove si svolgono i fatti, in Galilea. Osservatore meticoloso e penetrante, non solo rispetto alle scene esteriori, ma anche dei sussulti intimi: abilissimo nel cogliere le implicazioni emotive, le debolezze "umane, troppo umane" dei discepoli. Le figure del racconto evangelico, troppe volte consegnateci come relitti, escono dalla abituale sclerosi per assumere vita fresca, palpitante.  
Ci imbattiamo in un Battista che, abbandonato il tono solenne e grave, pare fare il monello e voler "far morire di curiosità" i suoi amici. "In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete" (Gv 1, 26). "Chi sarà?" sogghigna con impertinenza la voce fuori campo? Mi ricorda il quadro di Max Ernst dove la Madonna sculaccia il piccolo Gesù.
Ancora il carrello della macchina da presa procede. "Siamo al terzo giorno" - si dice - "Gesù passa. Giovanni fissa lo sguardo, come se tentasse di dirottare lo sguardo dei discepoli... '[...] fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio»'". "'Erano circa le quattro del pomeriggio'. E noi a chiederci come sarà stata la luce, la magia della luce, alle quattro di pomeriggio, in una casa... d'Israele".  E chi si sarebbe mai interrogato su "quella luce", senza le spericolate manovre di macchina da presa cui ci invita questo prete minore? È un altro Vangelo, che sa restituire respiro - splendido e tragico - agli uomini e alle donne catturati dal fascino di quell'uomo della Galilea.
Gesù "passava": "Un verbo che si prolunga fino a noi. Oggi passa", scrive Angelo Casati, "Oggi, qui, ora passa". Siamo sempre di più dentro quel mondo e quella trama, siamo “contemporanei" al Vangelo. Fecondissima intuizione, centrale anche in Kierkegaard: quella "storia" non poteva essere museificata; tutto il cristianesimo diventava una farsa. O Gesù di Nazaret era nella nostra storia, e ci interpellava sul serio, e sul serio ci colmava di energia, di Spirito, o non era affatto.
È un Gesù che passa, ci passa vicino, ma, come il pastore, è in cerca: "della pecora nera, incerta, che sono io". Piccolo frammento ripreso poi in altri brani: è lui che, per primo, si interessa a me, benché pecora nera.
Ma " il fiume" tematico dello sguardo ci trasporta in altri passaggi del testo: "'Fissando lo sguardo', scrive Angelo Casati, è il verbo greco emblépein [quello che qui compare due volte] ... significa guardare con penetrazione, con intensità". "Che differenza ci può essere in uno sguardo! Noi misuriamo tutta la differenza che passa dal sentirci guardati superficialmente, sbrigativamente, o invece intensamente, appassionatamente. Cerimonie distanti, in cui ti stringono le mani ma gli occhi sono già a guardare chi viene dopo di te. E, al contrario, occasioni di grazia, in cui ti è dato sentire gli occhi dell'altro che ti penetrano, ti accarezzano".
Dalla fenomenologia dello sguardo, così nitida, con le sue direzioni spaziali, soste, movimenti, a un altro bagliore, sospeso, fermo nel tempo, che si nutre di ricordi, del tessuto dei volti delle relazioni fra umani.  Come con in un haiku, il testo ci dona il soffio di un’immagine, coagulatasi nella penombra dei nostri vissuti, quelli impronunciabili, indegni di attenzione, ma nondimeno veri. E il cuore del lettore si scalda nella condivisione di tali inconfessati patimenti o gioie che ci afferrano quando, nell'intermittenza delle esperienze, "ne va dello sguardo". Proprio in questi dettagli sta la vita. A volte, infatti, si apre in noi la ferita, per aver subito uno sguardo che, pur fugace, ha sprigionato la violenza di chi, miserabilmente, guarda oltre di noi; a volte, di contro, un giubilo lievita in noi per lo sguardo dell'altro, che ci ha accarezzato.
Il libro tutto è un pullulare di quest' ascolto attento ai fremiti del cuore.

Azzardo un'inscrizione. Nel loro stile antisistematico, aforistico, e nello stesso così attualizzante la Parola, i brani de Il sorriso di Dio hanno risvegliato in me un'eco: quella della misconosciuta letteratura midrashica. Erano testi che si presentavano come commenti al testo biblico, ma era assente l'esposizione teorica, di natura concettuale. Prossima piuttosto alla tradizione popolare, è una narrazione poliedrica la forma letteraria che tesseva il loro discorso: così da comprendere aneddoti, raccomandazioni pratiche; e da escludere ogni preoccupazione di rigore cronologico o scientificità, come diremmo oggi. Ma in tale guazzabuglio si stemperava in filigrana la propria lingua, il proprio respiro, la propria dimora. Mi piace dire: il proprio riposare in Dio.
E infine: non si cominciava evocando un versetto anche nel Midrash?



Nota

1) Don Angelo Casati, Il sorriso di Dio. Alla ricerca della bellezza e della libertà dell'uomo, il Saggiatore, Milano,2014.