di Annachiara Banzoli
Davanti agli straordinari eventi che il Novecento ha portato con sé, la letteratura si è spesso dedicata a narrare l'umanità all'interno delle pieghe della storia: guerre, eventi, stravolgimenti sociali e politici hanno accompagnato grandi riflessioni anche in campo artistico e letterario.
Esiste però, ed è in questo mondo che i paragrafi che seguono vogliono calarsi, un'altra corrente sotterranea che non ha bisogno del clamore dei grandi avvenimenti per dire qualcosa sull'uomo.
Esistono storie che si rifugiano nel silenzio e nell'ombra, che si muovono caute quasi avessero paura di disturbare e vanno a creare lo sfumato panorama della letteratura “dei margini”, una letteratura che cerca il senso profondo dell’esistenza umana in quei vicoli e in quei paesaggi dove la Storia sembra non essere mai passata, una letteratura che si muove tra esistenze minime e non memorabili che pure sono in grado di restituire la complessa fatica e la profonda bellezza del dramma umano.
In questo orizzonte, così intimo e discreto, si inserisce Casa d’altri, il racconto lungo di Silvio D’Arzo che Eugenio Montale non esitò a definire «un perfetto racconto».
Un racconto perfetto che si muove tra le pietre e i canali di Montelice un paesino sull’appennino emiliano dove il rigido inverno dura sei mesi e la gente sembra solo lasciarsi vivere.
Tra le pietre delle case e la desolazione del paesaggio nulla di straordinario accade se non l’incontro tra due anime diversamente in ricerca, il parroco del paese e la vecchia Zelinda, uno degli incontri più alti, laceranti e al contempo umili sulla questione della dignità umana di cui la letteratura si sia mai fatta portavoce.
La dignità sociale negata e il riscatto ontologico
La trama di Casa d’altri, spoglia di ogni eccezionalità, pone il lettore in un contesto di profonda tensione dato proprio dalla straordinaria normalità quasi asettica di quanto avviene tra le pagine.
Da una parte c'è un vecchio parroco di campagna, ormai anestetizzato da una routine pastorale polverosa, convinto che il suo unico compito sia battezzare, sposare e seppellire.
Dall'altra c'è la vecchia Zelinda, che vive sola, lava i panni al canale e raccoglie stracci.
Esistenze senza guizzi esteriori. Un prete che fa il suo dovere e guarda le persone vivere e morire, una vecchia lavandaia senza contatti con il resto del mondo.
Se guardassimo la vicenda attraverso la lente della dignità sociale, intesa come momento di riconoscimento reciproco all'interno di una comunità, Zelinda sembrerebbe quasi non esistere.
Invisibile, dimenticata, relegata ai margini del mondo dai quali sembra volersi estraniare.
Solo il prete la nota e in lei qualcosa risuona con forza più che nelle altre anime, una postura, un senso di integrità, una solitudine portata al contempo con fatica e serena accettazione.
Zelinda non sembra avere all’interno del piccolo villaggio un vero vivere sociale, la solitudine che le è cucita addosso è estrema immagine di una comunità in cui lei non trova il suo spazio, eppure D’Arzo la riveste di una fiera dignità ontologica: quel valore intrinseco che appartiene all'uomo in quanto tale e che nessun isolamento o miseria può cancellare.
Zelinda fa una «vita da capra» ed è lei stessa a dirlo al parroco con queste parole:
- Io ho una capra che porto sempre con me: e la mia vita è quella che fa lei, tale e quale. Viene in fondo alla valle, torna su a mezzogiorno, si ferma davanti al fosso con me, e poi la porto al canale, e quando vado a dormire va a dormire anche lei. E anche nel mangiare non c’è gran differenza, perché lei mangia dell’erba, e io radicchi e insalata, e la differenza sta solo nel pane. E poi a momenti io non potrò mangiare più nemmeno quello … come me … come me. Ecco che cosa faccio io: una vita da capra. Una vita da capra e nient’altro. (D’Arzo 1980, 43)
Parole dure di fatica e pena. Parole di pasti poveri consumati in solitudine, di mani piagate dall’acqua del torrente, di pensieri taciuti nel cuore e affidati solo all’affetto della capra che porta con sé.
Eppure la dignità di questa donna sta nel suo pensare, nel moto interiore del suo spirito che, lungi dal poter essere affiancato alla dimensione animale la riporta sul piano umano, le conferisce una dignità umana straordinaria e irripetibile.
Ed è proprio nel suo avvertire lo scarto tra la propria natura pensante e l’aridità dei suoi giorni che la vecchia elabora, coltiva e cura un pensiero immane che la spaventa.
Un segreto che è il vero motore di movimento di questa storia.
La fatica del dire e il valore della vita
La grandezza del racconto di D’Arzo risiede oltre che nella magistrale costruzione letteraria nel modo in cui fotografa la faticosa ricerca di senso di questa donna.
Zelinda, che pure definisce la sua esistenza al pari di quella di un animale da pascolo, non getta via la sua vita con leggerezza, non la vive con la superficialità di chi semplicemente lascia scorrere i giorni.
Al contrario, le attribuisce un peso immenso e nel suo percorso di ricerca tratta la vita come un dono prezioso, come unico tesoro da custodire.
Nel suo cuore l’interrogativo più difficile si inserisce nelle pieghe dei giorni, viene elaborato, vissuto, stropicciato come un vestito incollato alla pelle.
E quando sente di aver bisogno di qualcuno vicino nella sua ricerca il suo tentativo di comunicare col prete diventa un percorso rituale fatto di un pudore quasi sacro.
C’è una dignità commovente nei dettagli di questo avvicinarsi silenzioso: la vecchia percorre chilometri a piedi nel buio, dopo ore di spossante lavoro, solo per parlare con il prete.
Entra in canonica e prima di pronunciare la domanda gira intorno a questioni più futili.
Mette alla prova il prete per non lasciare il suo dono, la sua fatica, il suo percorso difficile nelle mani di chi potrebbe trattarlo senza la dignità che merita.
Arriva, la vecchia Zelinda, a scrivere al prete una lettera per poi sottrarla all'ultimo momento, incapace di reggere il peso delle sue stesse parole appoggiate sulla scrivania di un altro.
Quando finalmente sotto il cielo viola della sera arriva il momento oltre il quale è impossibile tacere, Zelinda chiede al parroco di voltarsi dall’altra parte.
Troppo grandi i pensieri per potersi mostrare in quell’estrema fragilità. E la rivelazione arriva tentennando, il percorso delle parole è tortuoso, la vergogna per la domanda che sta per riempire il silenzio della sera fa vacillare la donna che sa perfettamente ciò che vorrebbe chiedere.
- Nella lettera c’era scritto che io capivo benissimo quello che dite voi preti […] ma siccome il mio era proprio un caso speciale, tutto diverso dagli altri, e so che sarà sempre così e ogni giorno che passa anche peggio (perché questo lo so, questo io proprio lo so, la sola cosa che io so proprio bene…) Non voltate la faccia. Guardate sempre di là per piacere … Allora, senza fare dispetto a nessuno, io chiedevo … No, ma io me l’immagino già quel che voi rispondete. (D’Arzo 1980, 45)
E per un attimo il lettore pensa che mai leggerà quella domanda, che mai le orecchie del prete sapranno cosa porta nell’animo questa donna.
E invece dopo poche righe, con una semplicità disarmante e una rapidità inaspettata, la domanda arriva ed è la più pesante di tutte.
- Senza fare dispetto a nessuno …
- Ecco, nella lettera c’era scritto se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza fare dispetto a nessuno, qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima. (D’Arzo 1980, 45)
Parole lapidarie ma poco limpide per il parroco che nel raccontare il momento descrive la sua incredulità, quasi il suo cuore fosse incapace di credere che fosse proprio quella la domanda a lungo taciuta. Ma Zelinda, che ormai ha oltrepassato la cima, non esita a specificare con parole più crude.
Mi voltai senza aver ben capito.
- Anche uccidersi … sì, - spiegò lei con una tranquillità da bambina.
E si mise a guardarsi gli zoccoli. (D’Arzo 1980, 45-46)
Ed è qui che la domanda che questa donna ha custodito nel cuore si rivela in tutta la sua tragica altezza: è lecito, per chi ha consumato ogni forza e ha paura che la totale decadenza le tolga l’ultimo briciolo di pudore, trovare una strada per smettere di vivere senza incorrere nella dannazione eterna? È la richiesta di una deroga etica. È il paradosso di chi difende la propria dignità morale chiedendo se sia possibile congedarsi dall’esistenza.
È una vita che urla per trovare il senso e che si chiede se non possa essere il morire il definitivo abbandonarsi a Dio.
Il crollo del dogma e la complessità dell'esistere
Di fronte a questo abisso, l'impalcatura del parroco crolla. L'uomo che avrebbe dovuto avere risposte pronte, attinte dai manuali e da sottili indagini teologiche, scopre l'insufficienza di ogni studio davanti alla carne viva del dolore. Il prete resta muto, impacciato.
Tutto questo mi prese così all’improvviso che sul momento non mi venne parola. Nessuna. Ma poi no, non fu neanche così: alla bocca mi salirono parole e parole e raccomandazioni e consigli e «per carità» e «cosa dite» tutte prediche e pagine intere e tutto quel che volete. Tutte cose d’altri, però: cose antiche: e per di più dette mille e una volta. Di mio non una mezza parola: e lì invece ci voleva qualcosa di nuovo e di mio e tutto il resto era meno che niente. (D’Arzo 1980, 46)
Il parroco non trova la risposta tanto le parole di Zelinda l’hanno colpito nel profondo e la vecchia donna si sente tradita da quel silenzio.
Eppure è in questa fatica che il prete entra nella complessità autentica della vita.
Non ha parole abbastanza umane per accarezzare il pezzo di anima che quella donna gli ha appena consegnato. Non può rifugiarsi nei libri, nelle parole di altri, nei dogmi. Non può perché quella che gli si è mostrata imprevista sulla strada di campagna è la vita vera e sofferta che chiede disperata un senso ma che per la fragilità della mente e del cuore umano forse non potrà mai coglierlo pienamente.
Il prete non risponde, la donna se ne va. Cala il silenzio sulla domanda dell’esistenza, una domanda fatta al prete ma forse, in definitiva, sussurrata con un filo di voce allo stesso Dio.
Il religioso non può togliersela dalla testa e nei mesi successivi continua a sorvegliare da lontano la vecchia al canale.
Ogni sera il prete esce a spiare la vecchia che continua a lavare i suoi stracci nel buio, scambiando con lei solo un muto cenno del capo. È l'incontro di due solitudini che non possono risolversi, ma che scelgono di sorvegliarsi a vicenda, trasformando una «assurda storia da un soldo» nell'unico spazio possibile di compassione e di riconoscimento.
Il confine tra vissuto esistenziale e valore inalienabile
È proprio in questa tessitura drammatica che emerge la questione più complessa legata all'accezione di dignità esistenziale. La dichiarazione Dignitas Infinita. Circa la dignità umana del dicastero per la dottrina della fede mette in evidenza come sempre più spesso, nel dibattito contemporaneo, si faccia ricorso alle definizioni di vita “degna” e vita “non degna”, formule che tentano di perimetrare situazioni strettamente legate al vissuto individuale: la fatica di abitare i propri giorni con pace, gioia e speranza, o lo schiacciamento provocato da malattie gravi, solitudini radicali e disagi profondi. In queste circostanze estreme, la persona può arrivare a sperimentare la propria condizione come “indegna”.
Zelinda incarna esattamente questa lacerazione. La sua «vita da capra» è la descrizione di un'esistenza percepita come priva di valore residuo.
Tuttavia, il racconto di D'Arzo ci ricorda che le oscillazioni della dignità esistenziale non fanno altro che far risaltare, per contrasto, il valore inalienabile di quella dignità ontologica che è radicata nell’essere stesso della persona e che sussiste al di là di ogni circostanza.
Il disperato bisogno di Zelinda di ricevere una risposta "cristiana", la sua ricerca di una legittimazione teologica, dimostra che la sua non è una resa nichilista, ma l'ultimo, fiero tentativo di far dialogare la fragilità della sua condizione con quell'assoluta dignità ontologica che pur nella sua fatica avverte ancora dentro di sé.
Il congedo e la pienezza della dignità esistenziale
Il compimento del racconto giunge tre mesi dopo quella fatidica sera quando il parroco si trova a preparare con meticolosa cura il funerale di Zelinda.
D’Arzo non ci dice se si sia trattato di una morte naturale o dell'estremo gesto. Ciò che conta è che qualcosa si è compiuto, non solo per lei ma anche per il sacerdote che da quella domanda a cui non ha saputo rispondere è uscito svuotato ma anche profondamente umanizzato.
Rimasto solo, l'anziano prete sembra mostrare nei suoi gesti affaticati, nel suo operare stanco, il senso profondo del titolo Casa d’altri.
La terra, la parrocchia, i dogmi, la vita stessa non sono un possesso intoccabile, ma una «casa d'altri», un affitto precario da abitare con rispetto e da cui, prima o poi, bisogna congedarsi. Guardando i viottoli di Montelice, anche lui sente che è tempo di preparare le valigie e, senza fare chiasso, prepararsi al viaggio verso Casa.
Consumato infatti il destino di Zelinda anche per il vecchio parroco è tempo di ridefinire il proprio orizzonte:
Allora mi vien sempre più da pensare ch’è ormai ora di preparare le valigie per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d’avere anche il biglietto. (D’Arzo 1980, 50)
In questa accettazione serena e spoglia del congedo si condensa la lezione più pura di Silvio D’Arzo.
La dignità non abita nelle risposte certe o nelle soluzioni preconfezionate, ma nella capacità etica di sostare davanti al mistero della sofferenza propria e altrui.
Casa d’altri, forse più di ogni altro racconto, ci insegna che l'essere umano custodisce il proprio valore, la propria dignità, nella consapevolezza del limite e nell’accettazione della vulnerabilità.
Raccontare la dignità, attraverso la lezione di D'Arzo, significa riconoscere che l’uomo rimane tale anche quando, giunto all'estremo delle forze, chiede solo che qualcuno rimanga a guardarlo mentre lava i suoi stracci nel buio, sostando davanti al mistero del suo soffrire senza la pretesa di risolverlo,ma sapendo di non poterlo abbandonare.
Fonti
• D’Arzo, S. (1980), Casa d’altri. E altri racconti. Torino: Giulio Einaudi Editore s.p.a.
• Dicastero per la Dottrina della Fede (2024), Dignitas infinita. Dichiarazione sulla dignità umana. 2 aprile 2024. Disponibile su: https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ddf_doc_20240402_dignitas-infinita_it.html