di Maurizio Ambrosini in “Avvenire” del 13 febbraio 2026 e nella rassegna stampa del sito finesettimana.org
Il disegno di legge governativo sull’immigrazione ha due facce: la prima è quella istituzionale e paludata dell’attuazione della nuova normativa europea, anche se poi le disposizioni introdotte si allargano a materie che c’entrano poco o nulla con quella normativa. La seconda faccia è quella esibita nella comunicazione verso l’opinione pubblica ed enfatizzata da tv e giornali amici: il disegno di legge anti-immigrati è un complemento del decreto sicurezza appena varato, ribadendo la visione dell’immigrazione come minaccia per la sicurezza del Paese. Parlare di «blocco navale» e di «difesa dei confini» enfatizza infatti il messaggio. E preannuncia una possibile estensione dell’applicazione di norme che di per sé si riferiscono a una componente molto minoritaria dell’immigrazione, quella che arriva dal Mediterraneo, e dovrebbero scattare, come dice il testo circolato in bozza, soltanto in presenza di circostanze eccezionali.
Così come fa coincidere il fenomeno immigrazione con gli sbarchi, il governo comunicherà agli italiani – tentando di convincerli – che comprimendo la tutela del diritto di asilo e ostacolando ancora di più i salvataggi in mare da parte delle navi umanitarie accrescerà la sicurezza del Paese.
Sono associazioni infondate: la prima perché i 5,4 milioni di residenti stranieri solo in minima parte (circa 500.000, ucraini compresi) provengono dal circuito dell’asilo, la seconda perché le cronache, anche quando sbattono in prima pagina i crimini commessi da persone di origine immigrata, coinvolgono principalmente giovani di seconda generazione cresciuti (male) nelle periferie delle nostre città: i cosiddetti “maranza”. Con un tipico esempio di sostituzione del bersaglio, il governo prende di mira i profughi salvati in mare.
Occorre poi domandarsi che cosa abbiano a che fare con la sicurezza una serie di norme contenute nel testo, come la crudele riduzione dei contatti telefonici per i migranti trattenuti in centri per l’espulsione, ma che non sono condannati alla prigione. O la limitazione a pochi soggetti autorizzati della facoltà di visitare quelle strutture (viene da domandarsi: di che cosa si ha paura, se tutto è in regola?). O l’aggravamento delle condizioni richieste per ricongiungere i familiari, con tanto d’ispezioni fiscali nelle imprese dei lavoratori autonomi: una norma che, ostacolando il ristabilimento di una normale vita familiare, non sembra esattamente favorire l’integrazione e la sicurezza.
Oppure la riduzione dell’accoglienza fin qui offerta, come proseguimento della tutela, ai minori non accompagnati che raggiungono la maggiore età: da 21 a 19 anni. È una misura quest’ultima che sa di ritorsione per la caduta nell’illegalità di alcuni di loro, ma c’è da chiedersi: una volta privati dell’accoglienza, saranno più o meno esposti alla povertà e alla fatale attrazione di qualche strada illecita per procurarsi i mezzi per vivere e magari un pezzo di presunto benessere?
Quanto alla protezione dei confini, se si colloca il disegno di legge nel contesto complessivo delle politiche dell’immigrazione, sorge una questione: anche gli oltre 500.000 lavoratori che il governo pianifica di far entrare in tre anni ai sensi dei decreti-flussi attraversano i confini.
Saranno autorizzati e indubbiamente utili per l’economia (e per le nostre famiglie), ma anch’essi finiranno per popolare le nostre vere o presunte banlieue, ricongiungere i familiari, costruire luoghi di culto.
Il governo dovrebbe spiegare agli italiani anche e soprattutto quale modello di convivenza intende promuovere, oltre a suonare l’allarme insicurezza e pensare d’importare soltanto delle braccia.