di Annachiara Banzoli

Ci sono libri che non cercano di spiegare l’uomo, ma lo espongono nella sua verità più nuda.
Libri che non nascono per essere letteratura e che tuttavia lo diventano perché nessun’altra forma potrebbe contenere la densità dell’esperienza che mettono sulla pagina.
Se questo è un uomo di Primo Levi appartiene a questa categoria di opere che, nate da un’urgenza prima che da un’intenzione artistica, diventano letteratura per il modo in cui raccontano la realtà ed entrano nelle pieghe dell’agire e del vivere umano.
Leggere Se questo è un uomo è addentrarsi in un territorio che mette alla prova l’umanità oltre ogni limite, in cui la dignità umana è minacciata, negata, quasi cancellata, e proprio per questo interrogata con estrema forza.

Una sobria straordinarietà
Definire Se questo è un uomo un’opera di “straordinaria” letteratura non significa attribuirle un valore estetico superiore ad altri testi, ma riconoscere la sua natura eccedente, il suo scarto incolmabile rispetto alla dimensione dell’ordinario.
Nulla, infatti, è ordinario nel mondo da cui questo libro nasce: non lo è l’esperienza vissuta, non lo è la materia umana che racconta, non lo è il gesto stesso dello scrivere dopo Auschwitz.
E nulla, allo stesso modo, è ordinario nel modo in cui Levi riesce a tradurre in parole ciò che dovrebbe essere indicibile.
Il ruolo di testimone di Levi sembra a tratti scontrarsi con il suo essere autore, come se definire Se questo è un uomo, un’opera letteraria potesse in qualche modo sminuirne la forza e la genesi.  
Ma è proprio in questo paradosso che si rivela la sua unicità: Levi è testimone perché è scrittore e scrittore perché è testimone.
Il suo linguaggio asciutto, essenziale e denso di ossimori non estetizza l’orrore, lo rende dicibile in una lingua che pur mancando di parole esatte riesce a raccontare l’umano e il non umano con la sobrietà di chi si accorge che non servono proclami per narrare e ascoltare: basta uno sguardo e l’autentico desiderio di incontrare l’esperienza dell’altro.

La lingua insufficiente, il racconto necessario
Fin dai primi capitoli di Se questo è un uomo, fin dai primi momenti trascorsi nel campo, Levi avverte e comunica la sproporzione tra l’orrore vissuto e gli strumenti della nostra lingua:

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. (Levi 1992, 24) 

Non è una resa, ma una consapevolezza: nessun linguaggio quotidiano è in grado di contenere l’abisso del Lager, nessuna lingua umana può esprimere con verità la disumanizzazione. 
Cosa fare quindi davanti a un’esperienza che trascende anche la possibilità di essere raccontata? 
Davanti a eventi e circostanze in cui l’uomo sembra non potersi addentrare restando tale?
Abbandonare la prova sembrerebbe la via più semplice eppure Levi non rinuncia: continua per tutta la vita a cercare parole possibili, credibili, giuste, con la costanza del testimone e l’abilità del grande autore.
L’uomo non può capire ma può immaginare e Levi invita il lettore a osservare anche ciò che sembrerebbe impossibile.

Si immagini ora un uomo, a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto di perdere sé stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana. (Levi 1992, 25)

Levi e i compagni hanno perso tutto, casa, famiglia, abitudini, hanno perso quel disegno della quotidianità che dà significato all’esistenza ma più di ogni cosa, riconoscono subito che ciò che rischiano di dimenticare è la propria dignità. 
La dignità umana ontologica e inalienabile, non può essere cancellata ma può essere dimenticata. 
Dimenticata entro confini in cui vita e morte non hanno più peso, in mezzo a un mondo contrario a ogni affinità umana.

La dignità come resistenza: conservare sé stessi tra le baracche del campo
Uno degli episodi più emblematici di Se questo è un uomo per parlare del valore della dignità umana è l’incontro tra Primo Levi e Steinlauf.

Devo confessarlo: dopo una sola settimana di prigionia, in me l’istinto della pulizia è sparito.
Mi aggiro ciondolando per il lavatoio, ed ecco Steinlauf, il mio amico quasi cinquantenne, a torso nudo, che si strofina collo e spalle con scarso esito (non ha sapone) ma con estrema energia. (Levi 1992, 43)

Lavarsi nel campo per Primo Levi è sinonimo di spreco di energie, è un lavoro inutile, dannoso, osserva il sergente Seinlauf con lo sguardo di chi pensa di aver capito è alla sua domanda severa sul perché lui non si stia lavando risponde nella sua testa:

Perché dovrei lavarmi? Starei forse meglio di quanto sto? Piacerei di più a qualcuno? Vivrei un giorno, un’ora di più? Vivrei anzi di meno, perché lavarsi è un lavoro, uno spreco di energia e di calore. Non sa Steinlauf che dopo mezz’ora ai sacchi di carbone ogni differenza tra me e lui sarà scomparsa? (Levi 1992, 43)

Il ragionamento di Levi è lucido, razionale. 
Il pensiero di Steinlauf è umano, è pura resistenza alla disumanizzazione.

Ho scordato ormai, e me ne duole, le sue parole diritte e chiare […] Me ne duole perché dovrò tradurre il suo italiano incerto nel mio linguaggio di uomo incredulo. Ma questo era il senso non dimenticato allora né poi:  […] Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi certamente lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e per proprietà. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire. (Levi 1992, 44)

E pensando alla dignità dimenticata di cui si è già trattato le parole di Steinlauf sembrano uno strenuo, sobrio, composto atto di resistenza.
Una resistenza umana e umanizzante, una resistenza profonda e una verità sottile: davanti a chi vuole togliere all’uomo la sua dignità sentirsi degni di essere ancora chiamati uomini è il più grande oltraggio, il più grande coraggio.

Ricordarsi di essere umani: seppellire e ritrovare la dignità morale  
La penna lucida e sensibile di Levi mai traccia un quadro vittimistico dei prigionieri del campo.
Lo sguardo analitico di chimico porta l’autore e il testimone a riconoscere che, in situazioni estreme, la dignità morale dell’uomo può atrofizzarsi.
Due sono i modi per perdere la dignità morale nelle pagine di Se questo è un uomo: seppellire la dignità altrui e dimenticarsi della propria dignità sotto il peso dell’ingiustizia.
Tanti sono i momenti in cui Levi si interroga sulla questione.
In Storia di dieci giorni, la parte conclusiva di Se questo è un uomo, Levi, che pure ha già disseminato di questo monito la sua intera testimonianza, esplicita con forza ciò che è davvero il segno di una disumanizzazione riuscita quasi totalmente.

Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. 
È uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell’uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce. (Levi 1992, 212)

Primo Levi sembra aver compreso che per quanto i carnefici possano opprimere le vittime queste non possono essere davvero disumanizzate senza un loro drammatico, a volte inevitabile, consenso. 
La dignità umana nella sua dimensione ontologica non è stata persa dalle vittime, è stata calpestata la loro dignità sociale, la loro vita, la loro esistenza in quanto uomini e donne, ma la dignità ontologica in quanto tale non è possibile sradicarla.
Ciò che Levi evidenzia è che l’uomo perde davvero la sua dignità, e si parla in questo caso di quella morale, quando accetta di non agire da essere umano.
Quando l’ultima possibilità di mantenersi in vita è affidata a un gesto disumano e disumanizzante come rubare il pane a chi già sta morendo è lì che l’opera di bestializzazione è compiuta, che la dignità umana è davvero annientata.

Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo. (Levi 1992, 212)

Levi riconosce in alcuni dei volti dei suoi compagni l’unico modo possibile per restare umano, per non dimenticarsi di essere tale.
Tra tutti c’è un uomo, nelle pagine del libro, che incarna la dignità morale con una forza delicata e ferma: Lorenzo, un operaio civile italiano, che per sei mesi portò gli avanzi del suo cibo a Primo Levi.
Si legge nel racconto:

Io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi. (Levi 1992, 14)

Lorenzo aiuta Primo Levi a non dimenticare cosa sia l’umanità, a non dimenticare il bene che l’essere umano è in grado di compiere. Lorenzo aiuta Primo a ricordare come è possibile essere uomini.

I personaggi di queste pagine non suono uomini. La loro umanità è sepolta o essi stessi l’hanno sepolta sotto l’offesa subita o inflitta altrui. […]
Ma Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo. (Levi 1992, 14)

La letteratura come ritorno all’umano: Pikolo, Dante e la dignità che resiste nella parola
Tra le pagine più luminose e inaspettate di Se questo è un uomo vi è il tragitto verso le cucine condiviso da Levi con Pikolo che gli chiede di insegnargli l’italiano. Una richiesta quasi assurda per due che vivono il campo di sterminio ma ancora più assurda sembra ai nostri occhi la risposta di Levi che, per spiegare la lingua, parte da Dante, dal canto di Ulisse.
Nonostante il tema elevato quello di Levi non è un momento eroico, non è un grande discorso: è uno sforzo incerto, un’evocazione che affiora nonostante tutto.
Levi cita, traduce, spiega, scivola sui significati e sulle parafrasi ma proprio in questo tentativo quasi fallito che accade qualcosa di radicale e Pikolo sembra capirlo.

Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanche della zuppa sulle spalle. (Levi 1992, 139)

I versi di Dante che riemergono, la memoria letteraria che insiste per esistere, non è più solo cultura: diventa una forma di riconoscimento reciproco.
Per un istante, attraverso Dante, Levi e Pikolo non sono più numeri, non sono più ingranaggi di una macchina che non li vuole umani: sono due uomini che condividono una storia, un’immagine, un senso.
In quell’attimo Levi comprende che la letteratura può fare bene: può restituire un nome, può riaccendere una domanda, può far intravedere un frammento di dignità lì dove tutto tende a negarla.
E in questo riconoscimento improvviso si manifesta ciò che Levi esprime con una semplicità quasi disarmante con la zuppa sulle spalle: ciò che è grande nella letteratura non appartiene soltanto al passato, né solo a chi la conosce ma riguarda tutti.
Non è solo un’esperienza personale ma un’esperienza condivisibile: riguarda “tutti gli uomini in travaglio”, riguarda ogni essere umano che, in condizioni estreme o nella quotidianità, tenta di restare fedele alla propria dignità.
È qui che il messaggio del Canto di Ulisse si riflette su Se questo è un uomo stesso.
Il libro di Levi, come Dante nel campo, parla oltre i confini della sua storia e raggiunge chiunque abbia a cuore la domanda più radicale: che cosa resta dell’uomo quando tutto congiura per cancellarlo?
Come Dante con Pikolo, Levi offre a noi lettori un frammento di umanità restituita, un lascito che attraversa il tempo, continua a interpellare e ci riguarda, riguarda tutti noi che tentiamo di ragionare sulla dignità umana, sulla sua resistenza e sulla sua negazione, sulla sua fragilità e sulla sua forza.
Riguarda tutti noi perché ci mostra che la dignità non è un concetto astratto, ma un gesto, un incontro, una parola ricordata nel momento opportuno capace di ridare forma all’umano.
Il messaggio che Levi consegna non è soltanto memoria del passato: è un invito al presente.
Nell’oscurità del Lager, un verso di Dante riesce a riaccendere l’“io”: oggi, nella complessità del nostro mondo, la letteratura può ancora aiutarci a custodire, riconoscere e difendere quella stessa scintilla di dignità.
Perché l’uomo resta tale non quando è trattato come tale, ma quando, anche nella negazione più feroce, continua a cercare ciò che lo riguarda: il bene, il senso, la vita e la propria dignità.

 


Fonti

•    Agamben, G. (2016), Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone. Torino: Bollati Boringhieri.
•    Levi, P. (2009). I sommersi e i salvati. In Levi, P. Opere, vol. 4, pp. 995 – 1153. Torino: Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.a.
•    Levi, P. (1992). Se questo è un uomo. Milano: Einaudi Scuola.