di Annachiara Banzoli 

Una premessa
Parigi, 10 dicembre 1948.
L’aria è fredda, quasi tagliente, mentre delegati provenienti da tutto il mondo si alzano per votare.
In un clima di attesa carico di speranza, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, adotta la Dichiarazione universale dei diritti umani, risposta del mondo alle ferite aperte dalla Seconda Guerra Mondiale.

Le macerie lasciate dal conflitto sono ancora fumanti, tanti pezzi di mondo non hanno smesso di bruciare ma gli orrori resi evidenti dalla guerra hanno aperto lo sguardo di molte nazioni. 
E da questi occhi aperti sul mondo e su un’umanità ferita nasce un’urgenza: la necessità di tutelare l’uomo e la sua essenza dagli abissi in cui può cadere, la necessità di ricordare costantemente all’essere umano cosa significhi essere tale.
Con questa intenzione, la Dichiarazione viene approvata e presentata a tutto il mondo: uomini e donne devono vivere in pace tra loro e con sé stessi in ogni angolo della terra. 
C’è una parola che in questo testo, divenuto negli anni cardine per la tutela dei diritti umani, viene ripetuta nelle prime righe del preambolo e nel primo articolo, questa parola è: dignità.  

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo […] L’Assemblea Generale proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni […]. (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948 Preambolo)

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948 Articolo 1)

La dignità umana viene così posta come principio nel suo duplice significato di punto di partenza e fondamento morale, come inizio e come caposaldo da non dimenticare.
La dignità umana è origine perché da esso derivano i diritti, le leggi e le forme della convivenza dell’umanità. Senza tale principio tutto crolla: la libertà, la giustizia, la pace, perdono di senso se non si riconosce prima la dignità della persona.
Parlare di principio significa però anche riconoscere qualcosa di permanente e universale: non una concessione storica ma una realtà inscritta nella condizione stessa dell’essere umano.
La dignità non si guadagna, non si misura, non si perde: si possiede in quanto esseri umani e va riconosciuta.
Nonostante sia principio però, la dignità umana resta fragile, continuamente esposta al rischio dell’oblio, della negazione, della violenza e ricordarla non è un esercizio teorico, ma un atto di custodia dell’intera umanità.

Negli anni più recenti, la riflessione cristiana ha parlato della dignità umana utilizzando la formula dignitas infinita a indicare una verità che nessuna condizione o potere può annullare, perché radicata nell’esistere stesso della persona.
La dignità di cui parla la Dichiarazione sulla dignità umana del Dicastero per la Dottrina della Fede è infinita, inalienabile, propria di ogni essere umano a prescindere dalle circostanze storiche e sociali in cui esso si trova inserita e sorge in quanto tale dagli stessi fondamenti del Vangelo.
Uno sguardo all’umanità tradita, ferita, calpestata e violata non può che aprire però la strada a un paradosso: come si può parlare della dignità umana come inalienabile e allo stesso tempo dichiarare che in determinate circostanze essa è stata ed è calpestata, quasi annullata e che l’uomo stesso sembra estraniarsi da quello che dovrebbe essere principio del suo stesso vivere e agire?
La Dichiarazione Dignitas Infinita apre la strada alla risoluzione di questo conflitto interno e affronta questa tensione riconoscendo la dignità non come un blocco unico e immobile ma come una realtà viva, che si manifesta su più livelli dell’esperienza umana: ontologico, morale, sociale ed esistenziale.

La dignità umana nella sua accezione ontologica è quella di cui si è parlato fino ad ora, una dignità che ci appartiene in quanto esseri umani e che in quanto uomini e donne non possiamo perdere.
È la dignità che non dipende da ciò che l’uomo fa, ma da ciò che è poiché è inscritta nel suo stesso essere, nella sua natura di persona creata, pensante, capace di amare.
È la dignità che rimane anche nell’errore, nella colpa, nella malattia, persino nel peccato: quella che nessun fallimento può cancellare e che chiede solo di essere riconosciuta. 
Accanto a essa si colloca la dignità morale che nasce dal rapporto tra libertà e verità.
Ogni persona è chiamata a custodire la propria dignità vivendo secondo il bene, scegliendo di costruire e non di distruggere.
È la dignità che si traduce in responsabilità, in etica concreta, in coerenza di vita: quando le azioni non contraddicono ciò che si è, ma lo confermano.
Non si perde la dignità morale compiendo il male ma si smarrisce la consapevolezza del suo valore. 
C’è poi una dignità sociale che si rivela nel legame tra le persone in quanto esseri non isolati.
È la dignità come esperienza di riconoscimento reciproco che nella relazione con l’altro si riflette e si rafforza. Ogni volta che una società esclude, discrimina o dimentica, non solo nega la dignità di qualcuno, ma ferisce anche la propria.
Riconoscere la dignità altrui significa costruire comunità, generare giustizia, dare corpo alla fraternità. 
Infine, c’è una dignità esistenziale, quella che accompagna l’uomo nelle pieghe quotidiane della vita: nel dolore, nella fatica, nella fragilità, ma anche nella gioia, nella speranza e nella ricerca di senso. È la dignità che si rivela nella vulnerabilità e che trova forza proprio nella consapevolezza del limite.

Tante forme di dignità quindi, tanti modi di intenderla e presentarla, tanti modi di viverla. 
Dignità intrinseca, dignità negata, dignità rafforzata.
Dignità che collima con l’esistenza e dignità che si perde tra le azioni di disumanizzazione di cui a volte l’essere umano si macchia.
Un solo aggettivo si accosta invariabilmente a ogni forma di quelle presentate e ricalca ciò che sin dalle prime righe di questa presentazione è stato ricordato: la dignità è umana.

Ma come raccontare questa dignità tante volte negata?
Come dare voce a ciò che è intrinseco ma spesso dimenticato?
Tra le ferite e le sofferenze, le gioie e gli entusiasmi, le fragilità e i desideri, ci sono uomini e donne che sperano, lottano, vivono.
E dove ci sono uomini ci sono storie: storie di passioni e di idee, storie di errori e di perdono, storie di vita.

Tra i tanti modi che l’uomo nei secoli ha utilizzato per parlare di sé stesso e con sé stesso c’è un arte silenziosa ma dalla voce potente, l’arte delle parole scelte con cura per descrivere la vita in ogni lingua e in ogni spazio. Quest’arte è la letteratura che, in ogni tempo sin dai primi segni scritti, si è fatta custode silenziosa della dignità umana.
Non definendola, non misurandola ma raccontandola.
Attraverso le storie di uomini e donne, reali o immaginari, la letteratura rende visibile ciò che nei trattati rimane astratto, dà corpo e voce a ciò che altrimenti resterebbe solo principio.
Nelle pagine di un romanzo, nel verso di una poesia, nel dialogo interrotto di un’opera, la dignità umana si mostra non come un concetto ma come presenza viva.
Antonio Tabucchi, in Sostiene Pereira, affida al suo protagonista questa frase:

La filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità. (Tabucchi 1994, 30)

E in questa apparente inversione si rivela il potere più profondo della letteratura: dire la verità dell’uomo attraverso le parole, attraverso la costruzione di una storia, talvolta anche attraverso la finzione.
C’è una letteratura che narra la realtà, che la ricostruisce sotto gli occhi del lettore per renderla maneggiabile, che esorcizza nel racconto l’esperienza umana, che tramuta in storia umana ciò che rischierebbe di restare solo storia da manuale. 
E c’è una letteratura che inventa, che crea mondi e persone, che attraverso la finzione aiuta l’uomo a vivere la realtà con consapevolezza, che costruisce storie a partire dalla vita.
Entrambe le forme raccontano, nelle più alte espressioni la dignità umana attraverso le storie.
Perché l’uomo che inventa è anche l’uomo che ricorda, che si interroga, che soffre e spera.
E l’uomo che scrive è colui che ha compreso che per dare valore a una storia a volte serve renderla viva, raccontarla con le giuste parole.
Ogni personaggio della letteratura, infatti, anche il più lontano dal reale, porta in sé una scintilla dell’umano universale e ogni lettore, nel riconoscersi in quella scintilla, può riaffermare la propria appartenenza alla stessa famiglia umana. 
I grandi autori non descrivono soltanto il tempo in cui vivono, ma ciò che in ogni tempo abita l’essere umano: la paura, la speranza, il coraggio, la colpa, la fede.
Ogni pagina di letteratura, ogni voce, ogni storia restituiscono forma ad un’umanità che non si lascia cancellare.
È così per la letteratura del passato che diventa specchio del presente.
È così per la letteratura che racconta in forma d’arte storie di uomini e donne reali, dolori e sofferenze non fittizi.
Ed è così per la letteratura di oggi che contro lo scorrere del tempo continua a dar forma ai pensieri dell’uomo.

In un mondo in cui generare frasi sembra sempre più facile, in cui parole e immagini si moltiplicano a ritmo incessante, c’è ancora chi sceglie di raccontare non per riempire il silenzio, ma per ascoltarlo.
Nonostante le scorciatoie, gli algoritmi, i testi generati all’istante, la letteratura autentica resiste, perché nasce non dalla velocità ma dalla profondità, non dalla produzione ma dall’esperienza. 
Raccontare la dignità umana, farlo attraverso la letteratura, significa mettere in gioco la propria presenza, il proprio corpo che sente, la propria mente che pensa.
Solo parole che passano per la carne e per il respiro possono dire davvero qualcosa dell’uomo. 
Raccontare la dignità, allora, significa raccontare l’uomo nella sua totalità: non l’idea astratta di ciò che dovrebbe essere, ma la concretezza viva di ciò che è.
La letteratura restituisce questo volto dell’umano perché non teme la contraddizione, la debolezza, l’ombra. Essa custodisce la fragilità e insieme la forza, la caduta e il riscatto, l’errore e la possibilità di ricominciare.
Ogni volta che uno scrittore si china sulla pagina e ogni volta che un lettore incontra una storia, si rinnova un atto di riconoscimento reciproco.
E in questo incontro la dignità torna a farsi visibile, come una luce discreta che illumina ciò che resta essenziale: l’uomo stesso. 
Perché, in fondo, la letteratura è la forma più alta di memoria della dignità umana: la custodisce, la interroga, la narra.
E finché continuerà a raccontare storie, l’essere umano continuerà a ricordare chi è, dando voce alla propria dignità.


Fonti:
•    Dicastero per la Dottrina della Fede (2024), Dignitas infinita. Dichiarazione sulla dignità umana. 2 aprile 2024. 
Disponibile su: https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ddf_doc_20240402_dignitas-infinita_it.html

•    Nazioni Unite (1948) Dichiarazione Universale dei Diritti umani. Traduzione italiana ufficiale. 
Disponibile su: https://www.ohchr.org/sites/default/files/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf