di Carlo Bolpin, presidente dell'associazione   

Introduzione   
Abbiamo pensato anche in questa Assemblea [Campalto, 13 maggio 2023, ndr] di affrontare alcune questioni nodali oggi, per individuare tematiche per l’Associazione e per la rivista. Abbiamo chiesto a tre persone nostre amiche da tempo di darci il contributo di riflessione dal punto di vista etico e culturale su tre temi diversi, cruciali della contemporaneità: il rapporto con la fede, il rapporto tra tecnica e umanità con riferimento all’intelligenza artificiale, la questione pace guerra nell’ordine internazionale.

Abbiamo posto come titolo l’interrogativo se è finito il nostro tempo (della nostra generazione), cosa resta delle nostre visioni e speranze, delle nostre conquiste, in rapporto con l’attuale e futuro scenario totalmente nuovo vissuto dalle nuove generazioni. Rispetto a noi la frattura generazionale appare molto più forte. In che misura c’è un cambio d’epoca e quanto servono i vecchi criteri, valori? 
Non sta a me e in pochi minuti entrare nel merito. Pongo prioritariamente un problema. Caratteristica di Esodo è cercare di essere un luogo di ricerca plurale tra diverse posizioni, pur partendo da una identità iniziale, non escludente che vede nell’interazione con altre sensibilità e culture una risorsa. Chiedo se questo luogo pubblico sia ancora possibile, non solo per la frammentazione delle posizioni, per la perdita di un orizzonte etico e culturale condiviso, ma soprattutto per il diffuso clima rissoso, di ricerca dell’amico/nemico, per cui ascolto e comunicazione sono molto difficili. Da riflettere è se sono le stesse tecnologie ad aver cambiato le dimensioni del vero e del falso, dell’autentico e dell’artificiale, del tempo e dello spazio, delle identità personale e delle relazioni. 
Pensando a una chiave di lettura credo si possa ipotizzare che la nostra generazione manteneva, con le precedenti, la necessità/possibilità di costruire uno sviluppo progressivo economico e democratico con una visione unitaria tra passato, presente e futuro, tra fede, etica, diritto, politica, che si pensava avessero un Fondamento unitario e universale.  
Oggi si vivono condizioni di frammentazione, fluidità, pluralità delle stesse fonti dell’etica e del diritto, la separazione tra etica e politica, l’affermazione di identità particolari sovrane, la contrapposizione individualità e socialità, diritti e doveri.
Questo particolarismo conflittuale vale anche per i cristianesimi, con la separazione del destino del cristianesimo da quello dell’Europa. La Chiesa cattolica e l’Europa hanno continuato a proporsi ciascuna come detentrice di un discorso universale, che non regge. 
Mi sembra che le nuove generazioni più impegnate siano disincantate rispetto a queste visioni, in cui siamo cresciuti. Cercano nuove vie, modi di aggregazione, significati e linguaggi, cercando il globale in significati particolari, nella propria esperienza diretta, praticando i propri obiettivi. Difficile negare che lo scenario che stanno vivendo sia caratterizzato da una serie di crisi radicali di diverso tipo ma collegate: dall’ambiente alla democrazia, al welfare, alle guerre; dal dopoguerra è la prima generazione che teme per il futuro, con condizioni peggiori della precedente di precarietà e strutturale disuguaglianza. Se le ideologie passate sono finite, chiedo se le culture politiche del ‘900 siano adeguate e utilizzabili quando hanno rimosso, negato queste questioni, affrontate sempre in una logica emergenziale, senza nemmeno ora un inizio di riflessione autocritica. Non c’entrano le categorie di pessimismo e di ottimismo. Tantomeno il rimpianto del passato e le lamentele. 
Cerchiamo di esaminare le profonde criticità con uno sguardo critico storico di lunga durata, condizione per proposte positive. Uno sguardo “escatologico” serve per leggere la realtà, non per condannare ma per discernere le contraddizioni e i fattori negativi e positivi, senza sovrapporre le idee alla realtà. Smaschera la visione fatalistica della storia che avanzerebbe in base a leggi inevitabili, che giustificano il male in nome del bene, come si fa per le crudeltà nelle guerre e nelle politiche criminali dell’immigrazione. È la denuncia etica che chiama alla responsabilità personale contro le giustificazioni deresponsabilizzanti di azioni criminali perché “è la guerra”, “è la difesa della civiltà e del nostro modello di vita” “è lo sviluppo”; è ancora possibile una riflessione su questo, come articolarla? A quali culture far ancora riferimento?  

Intervento di Franca Bimbi 
Dichiara di apprezzare Esodo, considerando l’introduzione all’Assemblea e gli ultimi numeri della rivista, come “spazio di ricerca e di rivolta morale tranquilla”. 
Si definisce in una posizione di relativismo: occorre non sovrapporre sistematicamente fede e religione anche per superare il dualismo discriminante tra credenti (religiosi) e non credenti (non-religiosi). Propone come chiave di lettura comune Paradiso XXIV, 64: «Fede è sustanza di cose sperate/e argomento de le non parventi,/e questa pare a me sua quiditate ». Dante aiuta a riflettere oggi sulle nostre diversità e divergenze dentro i processi di secolarizzazione che, con Covid 19, hanno svelato come ineludibile la crisi della modernità (occidentale? cristiana?). Da qui si presenta una domanda drammatica «Che mondo è mai questo?», con una prima risposta inquietante «Niente sarà più come prima», ripetuta spesso durante la nostra vita. Ambedue ci portano a considerare che il “nostro” tempo sia finito: stiamo vivendo una crisi forse irreversibile? Non possiamo vedere oltre la nostra vicenda storica e biografica: perciò che lascito, che memoria affidare alle nuove generazioni? Il tempo di Covid 19 incita a collegare i problemi globali alla vita quotidiana. Abbiamo verificato che la tensione verso la nostra “salvezza” (salute, benessere) ha escluso persone fragili, popoli poveri e chi subisce gli effetti del neocolonialismo attuale. Durante Covid 19 le valutazioni scientifiche sul valore della vita umana hanno persino rafforzato le gerarchie sociali di accesso alle cure e ai tentativi di “salvezza”. La nostra generazione, dopo il Manifesto di Ventotene e dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti umani, pensava di aver costruito una fede universale comune: niente più guerre, niente più violenze sulle persone, fine delle discriminazioni di “razza”, genere, classe, nazionalità, lingua, cultura, fedi e religioni. Purtroppo, subito, le speranze più fiduciose sono state contraddette da noi stessi: torture in Algeria, in Kenya... nei manicomi, nelle nostre carceri… e oggi anche l’uscita dall’Afghanistan, i conflitti violenti sul corpo delle donne, le persone piccolissime e adulte lasciate morire ai nostri confini… E di nuovo una guerra mondiale a pezzi che ci sta includendo. Tuttavia, dappertutto rifioriscono segni di un mondo nuovo, che custodisce molti frammenti della “nostra” modernità (occidentale? cristiana?). Riusciamo a vederli? Li troviamo soprattutto in opere narrative e artistiche proposte da persone che attraversano il “nostro” mondo venendo da culture diverse (cita il Memoir recente del cinese Ai Weiwei). 
Propone una sintesi finale. Theodor Dreyer scrive (sceneggiatura per il film su Gesù): «Gesù muore, ma con la morte portò a compimento l’opera che aveva iniziato in vita. Il suo corpo fu ucciso, ma il suo Spirito viveva». Per un cristiano una conclusione senza la Resurrezione è inquietante? Eppure: «…forse la Storia ha sempre deluso, anche se l’attesa della Liberazione l’attraversa da sempre» (dalla Postfazione di Goffredo Fofi).

Intervento di Giuseppe Zaccaria 
Quali sono i problemi etici che nascono dalle tecnologie digitali? L’autonomia degli algoritmi si contrappone all’autonomia umana? Ci siamo considerati finora l’unico agente operante nel cosmo, ora quotidianamente viviamo il cambiamento anche della nostra immaginazione, attraverso la pervasività delle tecnologie che influiscono sulla nostra stessa coscienza e condizionano le nostre scelte. Siamo nella società del controllo totale, che opera una rivoluzione simbolica e causa una trasformazione antropologica ed epistemologica, determina il nostro modo di pensare e di relazionarci, mette in discussione la stessa nostra identità. 
L’Europa dopo aver seguito per qualche anno il modello liberista americano tenta di definire un maggior controllo delle tecnologie digitali. Se attraverso questi strumenti è possibile una maggior circolazione delle idee, viene però modificato il rapporto vero/falso, spazio/tempo, privato /pubblico. Vengono provocati atteggiamenti di odio, di rissa, di ignoranza dei fatti. Si ha una radicalizzazione delle posizioni che impedisce il pensare critico. Nell’ambito della politica, nel quadro del passaggio della politica ad amministrazione e a tecnica, il digitale può condizionare la formazione delle opinioni e influire sugli stessi momenti elettorali. Si altera così la democrazia. Diminuisce il numero degli Stati democratici. 
Con il digitale il dato semplifica la realtà, dal singolo dato si ricavano generalizzazioni, il presente è ricavato dal passato, veniamo espropriati dal futuro. Calcolabile è solo il presente. Quanto non è calcolabile non esiste. I dati sono la risorsa economica, l’algoritmo elabora, la piattaforma distribuisce agli utenti. L’individuo titolare di diritti fondamentali scompare. Esplodono le disuguaglianze tra proprietari delle piattaforme e utenti. Il dataismo: voler calcolare tutto. Ma come la mappa geografica, il dato non si identifica con la realtà. Dipende da chi ha il potere di accumulare ed elaborare i dati, da come li si seleziona. Vengono fatte in tal modo scelte di valore, ma rimangono opache, non trasparenti. Molto pericolose possono essere alcune applicazioni in ambito giudiziale, che si sono realizzate in alcuni Stati americani nei processi penali. Non c’è possibilità di controllo sulla trasparenza, sui dati, sugli algoritmi e sui risultati. Si pongono rilevanti problemi etici. Di fronte a questa situazione non dobbiamo chiuderci nel rifiuto ma porre il problema del controllo delle macchine. Grave è l’idolatria della digitalizzazione: viviamo l’anoressia della critica, la pratica inconsapevole. Il problema è educare all’uso consapevole e critico delle macchine. Per le nuove generazioni nate con il digitale è più difficile porre il problema del controllo, ma quest’esigenza è condizione di una fruttuosa convivenza tra l’uomo e la macchina.

Intervento di Vittorio Borraccetti 
- Sul metodo della discussione: evitare la polarizzazione delle posizioni, la squalifica delle opinioni divergenti dalla propria, e non dimenticare che nell’opinione pubblica esiste anche una posizione di indifferenza o che sceglie in base a propri interessi contingenti. La discussione deve essere orientata a capire e individuare possibili percorsi positivi verso la pace.
- La discussione riguarda la reazione difensiva dell’Ucraina all’aggressione da parte della Russia. Da una parte si afferma li diritto dell’Ucraina di difendersi combattendo una guerra di difesa, anche con sostegno da parte di altri Stati. Dall’altra si afferma che l’insistenza nella guerra di difesa favorirebbe l’aumento e l’estendersi della guerra, con il rischio dell’uso delle armi nucleari. Sullo sfondo sta la questione dei criteri di moralità della guerra difensiva
- Dalla prospettiva geopolitica, si discute sulla responsabilità ultima della guerra. Da una parte si evidenziano le responsabilità di Usa ed Europa. In contrapposizione si afferma che nella guerra sono in gioco le idee di democrazia e libertà dell’Occidente. Vi è collegata una più generale discussione sul ruolo del c.d. occidente, sulla sua pretesa di imporre al mondo la propria visione delle cose e dell’ordine internazionale, sulla sua ipocrisia nell’affermare quei valori e negarli spesso nella pratica. Questa giusta critica, come il rifiuto di contrapporre con nettezza un sistema politico come buono rispetto ad una altro come male, non può tradursi in un relativismo indifferenziato, tra Stati democratici e regimi autoritari. 
- Va rifiutata l’idea che la guerra sia inevitabile. Ciò non significa che non sia possibile un giudizio sulle singole guerre e che alcune possono essere considerate giuste, come la guerra di resistenza al nazismo in difesa della libertà e della democrazia. 
- Ci si deve chiedere cosa voglia dire pace, se sia accettabile una pace a ogni costo. Se si possa prescindere nel perseguire la pace dalle caratteristiche dell’ordine interno e internazionale della società pacificata. 
- La debolezza delle istituzioni internazionali, a partire dall’Onu, la crisi dell’idea di sovranazionalità e di quella della universalità dei diritti umani rendono difficile la prevenzione della guerra nei conflitti internazionali e l’intervento per la sua cessazione. Ma esse rimangono fondamentali per un ordine internazionale che persegua la pace. 
(Puoi leggere l'intervento integrale cliccando di seguito Guerra, pace, ordine internazionale).

 

Interventi seguiti alle relazioni

Carlo Bolpin
Sul digitale: a) è possibile che la politica controlli le multinazionali che hanno un potere così forte da sfuggire a ogni controllo e da condizionare la politica, le elezioni, i governi?; b) i singoli hanno la preparazione per un uso consapevole? considerando i grandi processi di analfabetismo di ritorno per tanti motivi, e che la “gente” preferisce la tranquilla felicità alla fatica del pensiero critico (come vuole anche il populismo di chi vuole centralizzare le decisioni disintermediando). 
Domanda trasversale: è ancora credibile proporre una “salvezza”, una “redenzione” universale? Le nuove generazioni (nelle loro diversità) cercano di vivere il globale nel locale, nel loro particolare, costruendo significati nelle relazioni quotidiane, praticando gli obiettivi globali nella specificità, parzialità, nella realtà collettiva in cui vivono?

Carlo Rubini 
a) Auspico che la rivista mantenga la sua presenza cartacea, rinnovandosi con nuove tematiche per le quali mi riservo di dare un contributo di idee; b) ho apprezzato il metodo pragmatico e laico con cui i tre relatori hanno affrontato i temi a loro assegnati, attenti alla complessità dei fenomeni e procedendo senza affermazioni apodittiche in partenza. Un metodo che è in linea con la tradizione di Esodo e che auspico l'associazione e la rivista mantengano e rafforzino.

Vincenzo Pace 
Il digitale ha un forte impatto sulle religioni e le forme di religiosità. Si crea una realtà virtuale in cui il singolo continua a parlare dopo la sua morte. Si pensa di dare un senso alla morte rispondendo al desiderio di eternità.

Carlo Beraldo 
Chiede che ruolo ha avuto e ha la Chiesa Ortodossa nella guerra della Russia. Crede che i processi identitari, di costruzione/mantenimento della propria identità nazionale e religiosa siano un fattore decisivo nei conflitti e nelle guerre.

Giuseppe Guizzardi 
È oggi impossibile parlare di un “noi”. Non esistono unità, ma solo unità parziali nella speranza. Non abbiamo sicurezze, solo possiamo/dobbiamo pensare, costruire percorsi di ricerca di punti condivisi parziali.

Isabella Adinolfi 
Considera la difficoltà di esprimere posizioni contro la guerra per la complessità del problema della pace. Si chiede cos’è la pace pensando al pensiero problematico del passato, come in particolare le elaborazioni e le proposte di azione di Simone Weil. Sono da riprendere anche Pascal e Tolstoj, ma oggi le contraddizioni sono molto forti. Il punto su cui concordare è che la pace va preparata, in primo luogo a partire da noi.

Lucio Cortella 
Pace e giustizia sono legate assieme. Non sii possono astrarre dalle situazioni storiche. 
La digitalizzazione può essere controllata solo se funziona la sfera pubblica democratica, pluralistica, altrimenti abbiamo il totalitarismo.

Carlo Giacomini 
Occorre conoscere e valutare le situazioni concrete di guerra, che conseguenze e che risultati hanno avuto. Fa esempi di come una difesa con le armi ha avuto effetti disastrosi mentre azioni di resistenza nonviolenta ha prodotto risultati positivi a più lunga scadenza.