di Vittorio Borraccetti
1. Dopo la sconfitta del nazifascismo, l'orizzonte della storia futura sembrava promettere un cammino verso un ordine internazionale da cui fosse bandita la guerra e verso una società ordinata sulla base del riconoscimento dei diritti della persona, della libertà, dell'uguaglianza. Anche se molte erano le contraddizioni presenti, a partire dalla profonda diversità delle concezioni politiche degli Stati che si erano alleati per sconfiggere il nazifascismo, l’impegno era quello di operare da una parte perché nei rapporti tra gli Stati non ci fosse più la guerra e dall'altra affinché all’interno della società governata dallo Stato fossero riconosciuti, tutelati e promossi i diritti delle persone, con una forma dello Stato democratica, respingendo l'idea di un potere che si impone contro il popolo, quest’ultimo inteso come entità plurale. Questa visione, peraltro, e la stessa concezione di democrazia, non erano intese nello stesso modo dagli Stati che avevano sconfitto il nazifascismo e da quelli che sottoscrissero la dichiarazione dei diritti dell’uomo e diedero vita all’Onu. Neppure in Europa e nel nostro Occidente. Del resto, ancora oggi in molte parti del mondo e nella stessa Europa molto sono gli Stati con ordinamenti non democratici.
Mai più guerra mai più Auschwitz, questo significavano la creazione dell’Onu e la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Prefigurando un ordine internazionale in cui il potere del singolo Stato fosse limitato dal multilateralismo delle organizzazioni internazionali, soprattutto per la gestione e la risoluzione dei conflitti e in cui la dignità originaria di ogni essere umano si imponesse, con il riconoscimento di diritti fondamentali incomprimibili, al potere di governo e alla ragion di Stato. In questa direzione è andata anche la creazione di organismi sovranazionali, come l’Unione Europea, nella quale gli Stati componenti hanno ceduto e cedono parte della loro sovranità per cooperare verso obbiettivi di pace, di libertà, di tutela dei diritti civili e sociali, di benessere economico.
Alla dichiarazione universale ha fatto seguito nel corso degli anni, faticosamente tra forti resistenze e contraddizioni, anche l'istituzione di corti di giustizia, per la punizione dei crimini di aggressione, di guerra e contro l’umanità, per affermare che la ragion di Stato e l’obbedienza agli ordini non potevano essere invocate per giustificare le aggressioni e la violenza indiscriminata contro le popolazioni civili, che già aveva contrassegnato le due ultime guerre mondiali.
C’è un’obiezione risalente, si tratta di istituzioni di marca prevalentemente occidentale e segnate, quelle giudiziarie in particolare, da comportamenti a doppio standard e ipocrisia.
Tuttavia, rimane il fatto che pur in mezzo a forti contraddizioni quella strada era il prodotto che caratterizzava il meglio del che il c.d. Occidente avesse pensato e creato in tema di istituzioni e che la direzione intrapresa era e rimane giusta.
La creazione dell’Onu aveva comunque coinvolto quasi la totalità degli Stati e l’esistenza di una istituzione internazionale a cui affidare la prevenzione e la composizione dei conflitti, il mantenimento della pace e la promozione di forme positive di cooperazione in materie importanti per l’intera umanità, dalla salute alla cultura, costituiva un primo passo importante per una convivenza internazionale ordinata ed equa, pur nelle gravi difficoltà costituite da una parte dalle regole di funzionamento dell’Onu, segnate dal diritto di veto delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale e dalle esistenti contrapposizioni di interessi, ideologie, forme politiche. Si trattava di un inizio di superamento del primato degli Stati nazionali, che in realtà non ha avuto seguito.
Per quanto riguarda la giustizia internazionale, dopo il processo di Norimberga nei confronti dei capi nazisti, l'auspicio era che per il futuro i capi politici degli Stati che avessero promosso l'aggressione verso altri Stati e che si fossero resi colpevoli di crimini gravi in particolare in danno della popolazione civile sarebbero stati chiamati a rispondere del loro operato senza più potersi dire nascondere dietro la ragion di Stato e dietro il dovere di obbedire agli ordini. Sono state istituite quindi nel corso di questi ultimi decenni Corti internazionali per i crimini commessi nei conflitti jugoslavi e nel Ruanda e nel 1998 è stato istituita la Corte penale internazionale con lo statuto di Roma, ma anche in questo caso quanto è successo in seguito ha smentito le intenzioni originarie. La Corte penale internazionale, già limitata dalla mancata ratifica del trattato istitutivo di molti Stati importanti, è stata di fatto fortemente indebolita nel corso dell’ultimo periodo dalla dichiarata ostilità delle grandi potenze, Stati Uniti in primis, da cui è derivata in più casi la mancata ottemperanza ad alcune sue decisioni anche da parte del nostro paese.
Oggi sembra andare tutto in frantumi. Sul piano internazionale sembra riaffermarsi la vecchia idea dello Stato che non riconosce altra autorità al di fuori di sé, si riaffermano nazionalismo e sovranismo. Di conseguenza i rapporti internazionali e la loro regolamentazione restano affidati ai rapporti di forza. La gravità di ciò è aumentata dal fatto che è la più grande potenza occidentale a operare esplicitamente in questo senso.
In questo contesto la guerra è inevitabilmente nuovamente legittimata, diventa una possibilità, si può contrastare o meno per ragioni economiche o di convenienza, ma non è più il male da impedire con un ordine internazionale multilaterale.
Quanto ai diritti umani, al loro primato, è la situazione di Gaza a denunciare tragicamente che essi sono tornati a essere subordinati al potere di governo e alla ragion di Stato. Non stupisce quindi assistere alla messa in discussione della Corte penale internazionale e della sua importante funzione da parte di molti Stati. In questo panorama qualcuno ha osservato che la Chiesa cattolica sembra l’’unica istituzione a rimanere globale e sovranazionale.
2. Sul piano dell’ordinamento interno dello Stato, la fine dei totalitarismi aveva portato all’affermazione di ordinamenti democratici e costituzionali. In essi il principio di sovranità, che si vuole ancorato al popolo e che fonda e legittima l’esercizio del potere, incontra il limite dei principi costituzionali in tema di libertà e diritti dei cittadini. Nello Stato democratico, che chiamiamo Stato costituzionale di diritto, il potere di governo e il suo esercizio avvengono secondo legge e la garanzia che questo limite venga rispettato, così come vengano rispettati i diritti delle persone, è costituita dalla divisione dei poteri e dall’esistenza in particolare della giustizia, amministrata da una magistratura autonoma e indipendente.
Ci si deve intendere sul significato di democrazia, di ordinamento democratico dello Stato.
È molto diffusa l’opinione che la democrazia si concentri nel momento elettorale e che in forza della maggioranza dei consensi chi governa abbia il diritto di realizzare comunque i propri programmi. Senonché la democrazia disegnata in Costituzione, come si è appena detto, pone limiti alla sovranità, come dice espressamente l’art. 1 della Costituzione, e questi limiti sono da una parte i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini, e dall’altra l’esistenza delle istituzioni di garanzia, di cui si è detto. Per questo si parla di Stato costituzionale di diritto.
Succede invece che la visione sovranista e nazionalista all’interno dello Stato si rivela insofferente all’idea che esistono istituzioni deputate a valutare la legittimità degli atti di chi governa, tendendo a ridurre l’area in cui questi controlli operano.
Infine, una osservazione importante sulla centralità del principio costituzionale di uguaglianza affermato nell’art. 3 della Costituzione, sia dal punto di vista formale (tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge), sia come obbiettivo da perseguire da parte delle istituzioni della Repubblica, che vengono impegnate a rimuovere le situazioni negative che quel principio di fatto limitano. Mi sembra importante richiamarlo parlando di sovranità politica dei cittadini, che altro non è che la partecipazione alla vita politica e sociale; per essere di fatto possibile richiede condizioni di libertà ed esige la tensione verso l’uguaglianza.