di Gianni Bacci, in "Spigolando: notizie in breve e mie opinioni"

Ho conosciuto altre realtà cresciute intorno a una personalità carismatica ma che non sono riuscite ad andare oltre al loro fondatore. Alcune si sono dissolte rapidamente. Altre sono sopravvissute come semplici custodi della memoria.
Ma Bose è una vicenda diversa perché ciò che è stato generato possiede una vita propria e fin dalla metà degli anni ottanta non è più stata solo Enzo.
Molti si sono fermati a leggere l’ultimo decennio, le tensioni, le incomprensioni, le sofferenze che hanno accompagnato la separazione tra Enzo Bianchi e la comunità da lui fondata.
Ma Enzo e Bose non sono solo questo e l’avvio per una riconciliazione richiesto ed accettato senza remora o condizione alcuna lo testimonia.

Prima delle difficoltà che hanno portato a una separazione ai più incomprensibile, per altri non così improvvisa quanto poteva apparire, vi sono stati decenni di vita comune condivisa che oggi prosegue nel Monastero di Bose e nelle sue tre Fraternità.
Lì ci sono delle persone concrete, frutto di una generazione spirituale, donne e uomini che hanno scelto di condividere la propria vita nella ricerca e nella sequela di Gesù, il Cristo.
Sono monaci e monache che ogni mattina si svegliano prima dell’alba per pregare, lavorare, accogliere, studiare, soffrire, sperare ricominciando ogni giorno. Monaci e monache che hanno nella propria bisaccia la propria storia fatta di fatiche e di gioie, il proprio presente da vivere intensamente alla luce dell’Evangelo e, con questa, discernere il cammino che sta loro davanti. Non sono pochi e il Signore continua anche in questi anni ad aggiungere novizi e professioni definitive.
È questo il frutto migliore della vita di Enzo che si può già da tempo cogliere per chi ha occhi attenti. Un frutto che va oltre lui stesso, nella capacità di reinventarsi ogni giorno nella fedeltà a una intuizione che è stata ed è capace di essere feconda, proprio perché ha avuto ed ha la capacità di andare oltre.

Di questo bisogna essere grati a Enzo: non ha costruito una Comunità perché questa rimanga immobile come un monumento fino a insterilirsi. La sua eredità non sono i suoi libri, gli audio delle sue conferenze, delle sue interviste, dei suoi interventi nei media, nelle TV e nelle reti radiofoniche. La sua vera eredità sono le vite di quelle persone che con lui hanno reso possibile la realtà di Bose che oggi continua autonomamente. 
L’insieme attuale degli edifici di Bose sono una bella realtà ospitale, sorta dai ruderi di quel cascinale nel quale, chi vi si recava ospite d’inverno nei primi anni – lo dico sempre scherzando – l’unica comodità che trovava era l’aria corrente in camera.
Ma ampliare, rendere efficiente e accogliente quell’ampio complesso che è oggi, sarebbe stato inutile se lo non avesse – assieme ai suoi fratelli e sorelle – reso vitale attraverso una grande capacità di cura che si esprime pure attraverso una accoglienza attenta, direi premurosa, capace di precedere le esigenze degli ospiti, facendoli sentire a loro agio.
Bose non è un semplice Monastero, non sono solo le sue mura ma è un luogo che si percepisce essere vissuto nella fede, nel quale c’è un certo modo di essere cristiani: è una Comunità al servizio della Parola e dell’unità dei credenti, testimoniata come possibile e reale.

Molte volte in questi ultimi anni, a volte anche con ansia, mi son sentito chiedere: “Come va Bose?” e io ho sempre potuto rispondere con franchezza senza alcuna titubanza che quei fratelli e quelle sorelle continuano a portare avanti la loro ricerca incarnando l’intuizione di Enzo, avendo la capacità di proiettarla nel futuro. Certo, superando la biografia del loro fondatore, ma sono loro la Bose che continua a vivere, sono loro la sua eredità che ha lasciato a noi, per e nella Chiesa universale.
Per questo Bose continua ad essere un luogo accogliente, dove poter giungere per la prima volta o tornare per l’ennesima, trovando accoglienza e la possibilità di respirare una fede vissuta con la quale pregare assieme, confrontarsi sull’Evangelo e sulla vita concreta del nostro presente. Certo, perché non sono “fuori dal mondo” ma al suo interno, con tutte le sue tensioni positive ma pure con le sue contraddizioni e difficoltà.
Allora “commemorare” Enzo significa non fermarsi alla sua figura, ma andare a ciò che ha seminato dal 1966 a un mese fa. Si scoprirà allora che non sono stati semi qualsiasi, ma semi dello Spirito. Significa saper guardare con occhio limpido quello che continua a crescere, a mettere radici sempre più profonde oggi e nel futuro. I semi piantati da Enzo sono germogliati e cresciuti, è diventando un albero nel quale i frutti abbondano offrendo e portando speranza. Non quella umana, ma quella dello Spirito che non delude, non può deludere perché non può smentire se stessa.