di Paolo Naso e Brunetto Salvarani 

A Gaza ha fatto un deserto e l’ha chiamata pace; con Netanyahu ha sottoscritto un patto di ferro dal quale, di fronte ai continui bombardamenti in Libano, non sa come uscire; in Iran non ha ottenuto (quasi) nulla e ha appena scalfito la forza del regime degli ayatollah. Sin qui le guerre di Trump non hanno conseguito nessuna delle vittorie che, da miles gloriosus, si è accreditato. Soprattutto ha perduto la battaglia di Roma, l’irragionevole contesa con “l’americano papa” che è cosa ben diversa dal “papa americano” che il presidente sperava di arruolare tra i propagandisti della “guerra giusta”. I fatti sono noti: negli ultimi mesi il Presidente che si accredita come messia di una nuova America finalmente “di nuovo grande” decide di ingaggiare una guerra senza precedenti contro il vescovo di Roma accusato di essere “debole sulla criminalità, debole sulle armi nucleari. Dovrebbe rimettersi in carreggiata come papa, – ecco il consiglio paterno inviato dalla Casa Bianca – usare il buon senso, smettere di compiacere la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande papa, non un politico. Questo lo sta danneggiando molto e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la chiesa cattolica”.

Non è il primo, ma certo è il più grande passo falso compiuto dal presidente che, immediatamente, sembrerebbe avere perso il consenso di una buona parte dei cattolici che l’avevano convintamente votato solo un anno e mezzo fa. Secondo vari istituti il 60% dei cattolici avevano optato per il tycoon, distaccandosi dalla loro tradizionale propensione per i democrats. Il sostegno ha retto fino  allo shock morale provocato dagli interventi dell’ICE nei confronti dei migranti – molti di loro cattolici – e dell’attacco all’Iran. Secondo un sondaggio condotto tra il 20 e il 23 marzo scorsi, il tasso di approvazione di Trump tra gli elettori cattolici è sceso al 48%, con il 52% che esprime un’aperta disapprovazione. Tutto fa pensare che dopo lo scontro con papa Leone sia sceso ancora. L’articolazione del dato è ancor più significativa: solo il 23% approvava pienamente l’operato del Presidente mentre il 40% lo disapprovava fortemente.
La sortita antileonina di Trump ha avuto effetti importanti anche all’interno del cattolicesimo americano perché ha rotto il prudente immobilismo suggerito dal fatto che una quota non irrilevante di vescovi statunitensi ha un orientamento decisamente conservatore: esplicitamente contrario al terzomondismo di papa Francesco, guardingo nei confronti del confratello Robert Francis Prevost. In questa situazione un po’ stagnante la regola aurea era quella del minimo comune denominatore: non dire nulla e non fare nulla che possa infrangere il fragile equilibrio tra “progressisti” e “conservatori”. I lettori ci scuseranno queste categorie schematiche e semplificatrici, ma che riflettono l’indiscutibile spaccatura che da anni caratterizza il cattolicesimo d’oltreoceano. Dopo le sortite di Trump, abbiamo assistito a un altro imprevedibile strappo: l’intervista congiunta di “tre cardinali” – l’arcivescovo di Chicago Blase Cupich, Robert McElroy, a capo della diocesi di Washington (DC), e  Joseph Tobin di Newark (NJ) – che il 12 aprile si sono presentati insieme di fronte alle telecamere per dire una cosa (quasi) ovvia, e cioè che i vescovi stanno con il papa; e una assai meno scontata, e cioè che la chiesa cattolica condanna l’attacco all’Iran – una guerra giudicata sbagliata anche nell’ambito delle dottrina della “guerra giusta” – e le politiche migratorie dell’attuale governo. Molti dei deportati dell’ICE sono di fede cattolica, come si accennava, e le statistiche attestano un crollo della presenza alle messe degli immigrati, sempre più impauriti e restii a partecipare a eventi pubblici nei quali potrebbero essere identificati. È dello scorso gennaio una lettera al Senato firmata da diverse personalità cattoliche e quindici vescovi in cui si chiedeva una drastica revisione delle politiche migratorie: “La dottrina sociale cattolica afferma che la famiglia è l'unità fondamentale della società – si leggeva – voluta da Dio e meritevole di tutela nella legge e nelle politiche pubbliche… Le recenti azioni di contrasto all'immigrazione hanno accresciuto la nostra preoccupazione che questo principio fondamentale venga compromesso. In molte comunità, le pratiche di contrasto hanno portato alla separazione delle famiglie con scarso preavviso e senza possibilità di ricorso”.
Ovviamente il Faith Office, di stretta osservanza  trumpiana, non ha colto minimamente  la rilevanza di queste critiche né la reazione cattolica all’ attacco a papa Leone.
D’altra parte, dobbiamo ricordare che il fondamentalismo evangelical al quale possiamo ricondurre Paula White e gli altri membri del Faith Office nacque con una forte caratterizzazione anticattolica nella quale, senza mezzi termini, il papa veniva identificato con l’Anticristo. Tramontato l’ecumenismo dell’odio nel nome del quale le Destre religiose di tutto il mondo e di tutte le confessioni speravano di costruire un “fronte morale” contro la laicità degli stati, l’emancipazione femminile, i movimenti LGBTQ+ e persino il pluralismo religioso che altera l’identità nazionale, ritornano antichi fantasmi come quello di un anticattolicesimo virulento e speculare all’antiprotestantesimo con cui fino al concilio Vaticano II la chiesa di Roma reagiva al crescente protagonismo delle chiese evangeliche.
Ma come possiamo spiegare l’escalation comunicativa che ha portato Trump  a ritrarsi con le vesti di un papa, del messia, di un taumaturgo? Non era meglio continuare sul filone fantasy, assai meno divisivo, dello Jedi, come in passato? La risposta più facile e scontata è quella della senilità e di un filtro, sempre meno efficace, da parte del suo staff comunicativo. A noi pare un’ipotesi sostenibile ma poco convincente. La Casa Bianca non è il municipio di un qualsiasi villaggetto dello Iowa e, come è ovvio, dispone di qualificati staff dediti alla comunicazione e alla trasmissione del Trump pensiero. Riteniamo quindi che l’intemerata antipapale sia stata calcolata con una precisa intenzione e nella consapevolezza del “costo politico” che avrebbe comportato. Agli occhi di Trump, papa Leone ha espresso la più autorevole opposizione alla sua dottrina “della guerra necessaria per fare la pace” – assai di più dell’antica “si vis pacem para bellum” – proponendo la visione radicalmente alternativa della “pace disarmata e disarmante, umile e perseverante”. Duole dirlo, anzi riteniamo che sia il massimo problema del momento, ma nessun altro organismo o personalità sovranazionale ha trovato la forza o il coraggio per affermare con altrettanta nettezza un principio alternativo alla visione imperiale espressa da questa Casa Bianca.
D’altra parte, Trump e il suo cerchio magico si augurano che l’emorragia di voti conseguente alla rottura con Roma possa essere compensata da nuovi consensi provenienti dall’immensa prateria affollata da coloro che non votano: soprattutto uomini bianchi di estrema destra, nazionalisti e suprematisti per i quali persino il tycoon sarebbe un moderato. Infine, c’è la convinzione, tipicamente trumpiana, che tutto si possa comprare e che, alla fine, anche i cattolici torneranno all’ovile repubblicano. Le elezioni di Midterm del prossimo novembre ci diranno se sondaggi e previsioni che danno Trump in netto declino sono giuste, e comunque – dal suo punto di vista – ci sono altri due anni per recuperare i consensi persi nella battaglia di Roma. Eppure, forte è Il rischio che il plautino miles gloriosus che si accredita trionfatore in battaglie mai vinte faccia la fine della rana di Fedro che, volendo mostrarsi più grande di quanto non era, finì per scoppiare come un palloncino da luna park.