....

a cura di Carlo Beraldo, Vittorio Borraccetti, Sandra Savogin

 

  1. La motivazione di questo numero è stata la guerra in Ucraina iniziata nel febbraio 2022 con l’invasione russa, che ha sollecitato una riflessione sulle molteplici cause della guerra, sulla necessità della pace e sulle vie per promuoverla.
    Si era detto che venivamo da settant’anni di pace, contati dalla fine della Seconda guerra mondiale, ma non è stato così. Nei decenni successivi al 1945 di guerre il mondo ne ha vissute molte altre, per stare agli ultimi anni, quelle in Afghanistan, Iraq, Yemen, Libia, Siria. Quell’impressione di pace non è vera neppure per l’Europa che negli anni ’90, all’indomani della dissoluzione della Jugoslavia, ha conosciuto il conflitto sanguinoso dei Balcani. Senza trascurare la riflessione sulle cause profonde della guerra, fenomeno costante nella storia dell’umanità, e sulle motivazioni e le dinamiche che caratterizzano i conflitti, abbiamo voluto approfondire il tema di quali azioni, politico-istituzionali, sarebbero necessarie per limitare e, in prospettiva, estromettere la guerra dalle vicende umane. Con la consapevolezza della complessità della tematica, è stato chiesto un contributo a diversi esperti nel campo delle relazioni internazionali, del diritto, della psicologia, della sociologia religiosa, della teologia. 
  2. Abbiamo innanzitutto voluto ricordare il conflitto dei Balcani, non del tutto sopito e a rischio di nuove accensioni. Di questo scrive Francesco Privitera, docente di storia delle relazioni internazionali all’Università di Bologna.
    Di alcune delle guerre in Africa, delle quali poco si parla, e distrattamente, che sono all’origine di molte delle migrazioni verso l’Europa, abbiamo parlato con don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm.
    Altri interventi legano la questione della guerra e della pace a quella dell’ordine internazionale politico e giuridico, nella convinzione che sia possibile evitare la deriva dei conflitti verso la guerra con un ordinamento condiviso delle relazioni tra gli Stati intorno ad alcuni principi fondamentali, a partire da quello del rifiuto della guerra. Dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati sembravano aver capito che la pace è la condizione base dello sviluppo economico e sociale e della tutela dei diritti dei popoli e dei cittadini, e avevano intrapreso la strada della creazione di organizzazioni internazionali, come appunto l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) che limitassero il potere sovrano del singolo Stato. Nei fatti invece il principio di sovranità e del primato dell’interesse nazionale, soprattutto da parte delle grandi potenze, ha continuato a prevalere rendendo difficile l’azione dell'ONU. In alcuni recenti drammatici conflitti, come quello in Iraq e in Afghanistan, non positiva è stata la parte avuta dall’ONU, assente sostanzialmente nei confronti del conflitto sanguinoso consumatosi in Siria.
    Quel principio di ordine costituito all’indomani della Seconda guerra mondiale fondato, oltre che sulla creazione dell’ONU, sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, su istituzioni di arbitrato e di giustizia internazionale, sembra che si sia indebolito e abbia perso credibilità. Questa debolezza impedisce che esistano Istituzioni dotate della necessaria forza giuridica, fondata su trattati multilaterali, capaci di intervenire nei casi di aggressione di uno Stato nei confronti di un altro e negli altri casi di condotta violatrice dei diritti degli Stati, dei popoli e delle persone. Così come è costruita, l’ONU, che pure rimane l’organismo internazionale più rappresentativo, non sembra in grado di essere una tale Istituzione, condizionata come è dal potere di veto delle grandi potenze nel Consiglio di sicurezza.
    Eppure, come spiega nel suo contributo Marco Mascia, docente di relazioni internazionali all’Università di Padova e titolare della cattedra Unesco “Diritti umani democrazia e pace”, non vi è altra strada se non quella a suo tempo intrapresa, che dia all’ONU, con le dovute correzioni rispetto all’assetto attuale, e alle istituzioni sovranazionali una maggiore legittimazione democratica. A tal fine sarebbe significativo limitare fortemente, se non abolire, il diritto di veto dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza, USA, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna. 
  3. È incontestabile la centralità della Dichiarazione dei Diritti Umani nella prospettiva di un ordine internazionale fondato sulla pace, ma il moltiplicarsi, nel corso dei decenni di politiche aggressive verso quei diritti e di guerre, ha posto l’interrogativo sulla sufficienza di essa e ha portato alla promozione da parte di personalità politiche e intellettuali di una Carta dei diritti dei popoli, la Dichiarazione di Algeri del 4 luglio 1976, e alla creazione di un Tribunale d’opinione, il Tribunale permanente dei popoli, nella convinzione che accanto ai diritti dei singoli dovessero essere riconosciuti i diritti dei popoli, innanzitutto quello all’autodeterminazione, come compimento della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e delle altre carte di diritti. Anche questa innegabile esigenza, anziché trovare risposta nella politica degli Stati e della comunità internazionale, è stata più volte contraddetta dal prevalere di logiche di dominio. Di questo tema tratta il contributo di Simona Fraudatorio e Gianni Tognoni. 
  4. La guerra è morte, violenza, distruzione, contrasto pieno dei beni che il diritto mira a tutelare e tuttavia nel corso dei secoli la comunità internazionale ha provato con convenzioni e trattati internazionali, tra i quali la più nota è la convenzione di Ginevra, a fissare dei limiti e delle regole all’uso della forza nei conflitti, creando la categoria dei crimini di guerra. In realtà umanizzare la guerra non è possibile. E i limiti e i divieti all’uso di un certo tipo di armi (come le armi chimiche) e all’uso della violenza contro la popolazione civile sono stati continuamente trasgrediti.
    Ma dopo la fine della Seconda guerra mondiale è emersa la volontà di chiamare a rispondere i capi degli Stati e dei governi, per i comportamenti tenuti nelle guerre, e i comandanti militari per le azioni criminali commesse, andando oltre la responsabilità dello Stato dietro la quale rimanevano impuniti i responsabili dei crimini. Sono stati costituiti così specifici Tribunali penali internazionali, il più noto dei quali è il Tribunale di Norimberga, per giudicare dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e dei genocidi. In seguito, si è fatta strada l’idea di stabilire in via permanente un Corte penale internazionale che avesse giurisdizione sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità, idea che si è concretizzata nella istituzione della Corte sulla base di un trattato internazionale, lo Statuto di Roma, sottoscritto da 120 Stati a Roma nel 1998. Della giustizia penale internazionale tratta il contributo di Matteo Costi, Sostituto Procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aja. 
  5. La guerra Russia-Ucraina, tra le molte questioni, ha posto quella dell’equilibrio tra potenze, avendo molti osservatori sostenuto che la causa vera del comportamento russo fosse stata la messa in discussione della propria sfera di influenza a vantaggio della NATO, indicata nelle tesi più estreme come responsabile ultima del conflitto. Simona Lucarelli, docente di relazioni internazionali, e Marco Puleri ricercatore della stessa materia all’Università di Bologna, spiegano nel loro scritto come nel conflitto ucraino le dinamiche identitarie e il faticoso riassetto dello spazio ex sovietico si siano intrecciati con la strumentalizzazione di un senso di insicurezza ontologica da parte della leadership russa. 
  6. Come si diceva, la guerra è un fenomeno costante nella storia dell’umanità. Abbiamo allora voluto indagare, nei limiti di spazio della rivista, le ragioni di questa tragica perseveranza, al di là della dimensione storicopolitica. Abbiamo quindi chiesto allo psicoanalista Alberto Semi di ragionare sul carteggio del 1932 tra Einstein e Freud. Interpellato dalla Società delle nazioni, l’organizzazione sovranazionale di allora, Einstein volle porre a Freud, che aveva studiato e studiava l’animo umano, la domanda sulle ragioni profonde della tensione alla guerra. Semi ci guida a capire la risposta di Freud, che chiama in causa la spinta pulsionale di specie, il desiderio soggettivo, le forze di attrazione e repulsione ineliminabili e costitutive della realtà umana e il processo di incivilimento che progressivamente le contiene.
    Sul piano storico culturale si pone il contributo di Paola Cavallari sul nesso tra guerra e un idealtipo di maschilità, pervasivo di tutti gli aspetti del vivere sociale, il cui superamento richiede la presa di coscienza da parte degli uomini, momento essenziale del processo di incivilimento di cui Alberto Semi parla nel suo articolo.
    Non poteva rimanere estraneo il tema del rapporto tra guerra e religione sul quale si soffermano i testi della teologa Marinella Perroni, su alcuni testi biblici che parlano di vendetta e di pietà, del sociologo Enzo Pace, sul rapporto tra religione e identitarismi nazionali nei conflitti bellici, dello storico Daniele Menozzi sul Papato e l’ordine internazionale dalla Pacem in terris a Papa Bergoglio. 
  7. Mentre lavoravamo a costruire questo fascicolo è esplosa un’altra terribile guerra, a seguito del criminale attacco terroristico di Hamas alla popolazione civile di Israele - uomini, bambini uccisi o rapiti e donne orrendamente stuprate o uccise - il 7 ottobre scorso, a cui Israele ha risposto con massicci bombardamenti e successiva invasione della Striscia di Gaza con migliaia di morti - uomini donne e bambini - e di sfollati.
    Niente può giustificare l’efferato terrorismo di Hamas. Neppure la politica israeliana di discriminazione, oppressione, occupazione di territori destinati ai palestinesi, che ha raggiunto forme estreme nell’azione recente del governo di Netanyahu. Una politica che va fermamente condannata.
    Siamo convinti che prima di esprimere opinioni sulla dolorosa vicenda del conflitto israelo-palestinese sia necessaria la conoscenza della sua storia, anch'essa per la verità oggetto di letture e descrizioni non uniformi. Aiuta tale conoscenza lo scritto di Paolo De Stefani docente di Diritto internazionale dell’Università di Padova. Le opinioni e le valutazioni, che ciascuno di noi si forma ed esprime non devono però assumere il carattere di una radicale contrapposizione di parte, come se anch’esse dovessero necessariamente partecipare del conflitto. Il conflitto israelo-palestinese nasce da una decisione delle Nazioni Unite, che costituiva un atto di giustizia e di riparazione nei confronti del popolo ebreo, oggetto di persecuzioni nel corso dei secoli e del progetto di sterminio attuato dal nazismo e dai suoi alleati. Il modo con cui quella decisione si è concretizzata ha provocato sofferenze e dolori nella popolazione palestinese, per responsabilità di tutti i soggetti coinvolti, e ha dato inizio a un lungo conflitto che si è via via inasprito. Quale che sia la valutazione che si dà del modo con cui quella decisione è stata presa ed è stata attuata, quali che siano stati gli errori da più parti commessi, non si può oggi prescindere da essa e non si può in nessun modo mettere in discussione il diritto a esistere dello Stato di Israele. L’angoscia che proviamo davanti al dolore e alla sofferenza di tutte le vittime devono tradursi innanzitutto in una richiesta della cessazione delle ostilità e nella successiva ricerca della soluzione che garantisca ai due popoli un’esistenza libera e dignitosa e che viene indicata da più parti con la formula “due popoli due Stati”. L’alternativa a questa soluzione, che appare oggi così difficile, soprattutto per la radicale avversione che divide le due parti, è una guerra interminabile, con il rischio di estensione del conflitto.
    Per questo ritorna attuale un pensiero del cardinale Martini, espresso in un articolo sul “Corriere della Sera” il 27 agosto 2000, dopo un attentato terroristico a Tel Aviv: «Certamente l’odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l’idolo dell’odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell’altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l’odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell’altro, dell’estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l’inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace».