La questione del potere all'interno della chiesa

di Franco Macchi

Ho letto con attenzione l’ultimo numero del 2017 di Esodo e volentieri espongo alcuni echi, che gli articoli dedicati in quel fascicolo al tema centrale del sacerdozio nella chiesa, hanno movimentato il flusso dei miei pensieri. La loro lettura alla fine, almeno a me, ha lasciato la sensazione della mancanza di un filo conduttore logico e della mancanza di un nodo centrale intorno a cui avrebbero dovuto ruotare i vari contributi, pur nelle legittime variazioni che esso naturalmente permette e richiede.

Il nodo centrale non è quello del potere sacerdotale ma quello della natura teologica del sacerdozio

Il vizio centrale da cui nasce quella che ho definito trattazione disorganica, forse sarebbe meglio dire magmatica, a mio avviso è generato da quanto afferma lo stesso editoriale, in cui, dopo aver indicato alcune questioni collegate all’argomento centrale, si dice: “Queste ultime sono certo questioni rilevanti, ma il nodo centrale sta nell’affrontare il tema del “potere”, che nelle comunità religiose è il non detto, tema scabroso ma assai reale”[i]
Certamente la questione del potere nella chiesa cattolica, come in tutte le chiese cristiane, e come in tutte le realtà associate di qualsiasi tipo siano, religioso, culturale, politico…, è centrale. Ma per quanto riguarda la chiesa cattolica la questione centralissima è quella della natura teologica del sacerdozio. Il potere, che da esso strettamente è originato, non può conseguentemente che essere titolare di una forza dogmatica ineludibile. Finché non si modifica la concezione del sacerdozio come sacramento specifico riservato solo a un ceto separato della chiesa e che ne imprime un carattere indelebile, conferendo alla persona consacrata dei poteri religiosi a lui solo riservati, non sarà possibile dare organicità ad analisi e prospettare possibili soluzioni a tutte le altre questioni che il fascicolo di Esodo in modo sparso mette in evidenza, compreso il problema sicuramente importantissimo del potere. In altri termini: finché i disagi religiosi che affliggono la chiesa cattolica non sono affrontati nella loro radice teologica, essi rimarranno solo e sempre questioni di natura sociologica, psicologica, giuridica, etica e molto spesso anche in gran parte politica e quindi passibili di una chiacchiera continua ma non costruttivamente tematizzabili.

Nessun passo in avanti dagli anni dell’immediato postconcilio

Sono andato a rileggermi due fascicoli di Esodo del lontano 1980, i n.5 e 6, che affrontavano il problema della crisi del prete. L’argomento era stato proposto con lucidità dal compianto prete operaio e membro della redazione di Esodo Gigi Meggiato. Nel suo articolo Meggiato parlava della sua esperienza di prete operaio e, come indicava già con chiarezza il titolo ("Tra” o “Per” la gente?), sottolineava la sofferenza che provava nel non riuscire a capire se in quanto prete distaccato dalla parrocchia continuasse nonostante tutto a svolgere una funzione di inviato dalla gerarchia a trasmettere le sue indicazioni al popolo o se, immergendosi laicamente nella vita del popolo, avesse ora piuttosto il compito di incalzare la gerarchia, perché prendesse atto delle sue nuove esigenze religiose maturate a contatto quotidiano con la vita normale della gente del popolo[ii].
Lo scrivente, a quel tempo ancora cattolico, prendeva spunto da quanto scritto da Meggiato e gli faceva notare che quel dilemma non si sarebbe sciolto finché, per essere veramente laico, non avesse rinunciato anche ad essere e a sentirsi prete, a morire in quanto prete[iii]
A 37 anni di distanza mi sembra che Esodo abbia ripreso e impostato il tema del prete su basi più arretrate e confuse di allora, circoscrivendone la criticità principalmente al problema del potere. Credo però che, se non si fa un passo in avanti e non si ha il coraggio di negare la diversità “ontologica” (scusate il parolone tecnico) del sacerdote ordinato rispetto a quello del cosiddetto “semplice” credente, il mondo cattolico non potrà affrontare in modo veramente nuovo la questione del potere all’interno della chiesa, e le numerose problematicità ad esso connesse.
Gigi Meggiato nel 1980 aveva, di fatto, impostato la questione del prete con l’interrogativo perentorio con cui aveva introdotto il suo articolo: “ La vita dei cristiani della nostra diocesi continuerebbe se improvvisamente venissero a mancare tutti i preti?”. Ebbene la risposta implicita avrebbe dovuto essere sicuramente un bel “No!”.  Meggiato però non lo pronunciava e anzi si premurava di esorcizzare la domanda stessa, definendola assurda. Ma quella domanda non era assurda, si può proporre e ad essa credo bisognerebbe rispondere in questo modo: “Se si realizzasse quell’ipotesi verrebbe a mancare sicuramente la struttura della chiesa cattolica, ma non necessariamente la fede dei cristiani, che anzi potrebbe svilupparsi con maggiore libertà e con maggiore vitalità in forme diverse”.  

C’è chi ha dato quella coraggiosa risposta

Nel passato la domanda come formulata da Meggiato nel suo articolo del 1980 è già stata posta e non in modo semplicemente accademico. Ad essa è stata data più volte una risposta non solo teorica, ma pratica. E’ per esempio quello che successe in Germania nel sec XVI con la riforma di Lutero. Il riformatore sassone non voleva assolutamente distruggere la chiesa cattolica per fondarne un’altra, voleva solo rendere la vita dei cristiani più conforme al messaggio evangelico. Per fare questo, come scrisse nel suo Alla Nobiltà cristiana del popolo tedesco nell’anno cruciale del 1520, occorreva abbattere le tre muraglie, che “i romanisti” avevano eretto a difesa della loro cittadella, la prima della quale era proprio l’espropriazione a proprio vantaggio del sacerdozio di tutti i cristiani. Chiare e nette erano le parole che Lutero scrisse a questo proposito: “Si è trovato conveniente che i papi, i vescovi, i preti e gli abitanti dei conventi si chiamino ceto ecclesiastico e ceto secolare invece i principi, i signori, i commercianti e i contadini; tal cosa è una finissima e ipocrita costumanza, ma nessuno si lasci abbindolare per le seguenti ragioni: tutti i cristiani appartengono allo stato ecclesiastico, né esiste tra loro differenza alcuna, se non quella dell’ufficio proprio a ciascuno; come dice san Paolo (1Cor, 12,12ss)… perché tutti abbiamo il medesimo battesimo, il medesimo Vangelo, la stessa fede e siamo tutti cristiani allo stesso modo…”[iv]. Lutero, come abbiamo detto, quando scriveva queste cose insisteva nell’affermare che non era sua intenzione disarticolare la struttura della chiesa cattolica, ma ben presto dovette prendere atto che questa era una conseguenza inevitabile delle sue affermazioni. E, infatti, dove si affermò il luteranesimo la struttura della chiesa cattolica si dissolse. Non fu però la fine del cristianesimo, ma prese forma un nuovo modo di interpretare e di vivere la vita cristiana. Ed anche oggi potrebbero nascere forme ancora più originali e interessanti difficilmente ipotizzabili a tavolino. Pensiamo solamente al successo mondiale del movimento pentecostale.

Quali prospettive?

La direzione verso la quale può evolvere il ripensamento radicale della natura del potere all’interno della chiesa cattolica è indicata con lucidità nell’articolo ospitato da Esodo di Anne Soupa[v] . E’ interessante notare come  l’argomentazione dell’autrice francese prenda le mosse dalla legittimità o meno del sacerdozio femminile, un problema che si scontra direttamente con la concezione del sacerdozio ministeriale maschile e quindi del potere. Per mettere su basi solide questo dibattito, Anne Soupa prende le mosse proprio dalla confutazione preliminare delle basi teologiche,  su cui ancora la teologia e la dottrina cattolica attuali insistono per sostenere l’esclusività del sacerdozio ministeriale maschile.  Scrive la teologa francese: “ L’impasse resterà fino a quando i ministeri saranno pensati a partire dal sacerdozio ministeriale. E con ciò, la posizione delle donne riceve una nuova luce; essa non sarà riconosciuta fino a quando l’insieme dei ministeri non saranno ripensati in riferimento non più al sacerdozio ministeriale, ma al sacerdozio comune dei battezzati, riabilitati dal Vaticano II. E’ dunque dovere di ogni battezzato di lavorare alla rivitalizzazione di questo fondamento evangelico”. Niente da obiettare. Ma il difficile comincia quando si vuole tradurre in pratica queste affermazioni, sostanzialmente analoghe a quelle che aveva fatto Lutero. Si apre a questo punto tutta una serie di interrogativi, che richiederebbero un’ampia trattazione che non è possibile affrontare nello spazio di questo articolo. Ma non si può fare a meno di porci una domanda cruciale: è pensabile che una rivoluzione così radicale sia compiuta proprio dal ceto sacerdotale che  impropriamente e dogmaticamente si è appropriato del potere all’interno della Chiesa cattolica? Chi la deve e chi la può fare questa rivoluzione? Una cosa credo che dovrebbe essere ormai acquisita. Come ci insegna l’esperienza delle comunità di base[vi] , nuove comunità cristiane sono possibili solo se è sradicata la concezione sacerdotale e sacramentale, che rimane come un freno al loro sviluppo: basta pensare alla difficoltà di accettare una celebrazione eucaristica non presieduta da un prete ordinato. Inoltre, credo, esse hanno sbagliato strategia, quando hanno pensato di risolvere il problema concentrandosi sulla questione del potere. Tutto sommato questa lotta nascondeva il desiderio di raggiungere l’ideale di una figura sacerdotale pura, con la sua funzione di autentico testimone del vangelo e di presenza trasparente del sacro. In realtà non ci si rendeva conto se non a fatica che anche nel caso che questo si fosse verificato, non veniva risolto il problema del potere. Il problema del potere e dei ruoli riconosciuti ai membri della comunità cristiana, fra i quali ovviamente i rapporti fra la componente maschile e la componente femminile, non può scomparire, ma si rimodulerà in base alle dinamiche sociali, culturali e funzionali che regolano ogni convivenza umana associata. Concludo ripetendo un concetto che credo di avere espresso abbastanza chiaramente, ma che reputo opportuno ribadire: il potere all’interno di una comunità cristiana può cambiare verso, solo se scompare la convinzione che il suo esercizio è collegato a una persona o a un ceto che per natura, in questo caso in base ad un sacramento, è depositario del potere stesso.

Un’ultima chiosa, che forse tocca il cuore vero del cristianesimo in generale e ovviamente anche del cattolicesimo: La storia ci insegna che profonde riforme della chiesa si sono avute quando lo scontro fra concezioni cristiane diverse corrispondevano ad aspirazioni sociali e politiche in forte contrapposizione fra loro e quindi quello religioso era problema rilevante di discussione pubblica. Ma oggi, nonostante tutte le enfatizzazioni mediatiche, il cristianesimo in quanto tale, e tanto più la dialettica fra tutte sue differenzazioni interne, almeno in occidente, non è più avvertito e sentito come determinante, ma è diventato secondario, se non irrilevante.

 

Note

[i]   Esodo, 2017 n.4, p.1 
[ii]  Gigi Meggiato, “Tra” o “Per” la gente? in Esodo 1980,n.5,pp.23-27
[iii]  Franco Macchi, Intervento sul dibattito “Il prete oggi” in Esodo 1980,n.6, pp.28-33
[iv]  Riportato da: Giuseppe Alberigo, La riforma protestante. Origini e cause. Editrice Queriniana, Brescia 1977, p.60
[v]   Anne Soupa, L’ordinazione delle donne è una buona causa?, in Esodo, 2017, n. 4, pp.54-59
[vi]  Cfr. su Esodo, 2017, n.4 gli articoli: A cura di C. Bolpin e P.Cavallari: Riscrivere la storia “ a partire da sé”, pp.23-27; C.Galetto e B.Pavan: Prete in una comunità di base, pp.18-33

 Esodo n. 1/2018, Quale comunità? Tra paure e speranze, pp. 76-80