
...
a cura di Gianni Manziega, Cristina Oriato, Sandra Savogin
Per non rassegnarci alla guerra dobbiamo ricordare! Ce lo dice Anna Bravo: “per fortuna le buone storie in tempi bui... non fanno preferenze, si materializzano dove vogliono e dove possono, dove capita; e predispongono un terreno di unità che attraversa le dottrine per arrivare a noi con la forza dei fatti” (citata da Savogin).
Storie di donne (e di uomini) che alla guerra in ogni modo, luogo e tempo si sono opposti e che hanno riconosciuto che è necessario e doveroso bandire la guerra dal mondo, per muovere dal famoso brocardo, ma diversamente declinato: si vis pacem para pacem. Per questo abbiamo sentito la necessità di indagare e riportare all’attenzione alcune figure di donne, forse ai più sconosciute, che si sono impegnate e attivate per la pace prima e durante le due guerre mondiali, ma anche in molti conflitti armati successivi e nelle molte situazioni di crisi e di ingiustizia che sono tutt’ora sciaguratamente in atto nel mondo.
Siamo partiti lontano, dal testo della Bibbia: la teologa Tomassone ci ha dimostrato attraverso figure di donne dell’Antico Testamento come “piccole azioni di giustizia esercitate nella vita quotidiana, possano cambiare la direzione della storia”. Mentre la biblista Virgili, in una bella esegesi delle nozze di Cana, ci mostra Maria come colei che con autorità previene possibili proteste e conflitti.
Le donne fin dal secolo XIX hanno chiesto di partecipare alle iniziative politiche e internazionali proponendo di bloccare la guerra, hanno chiesto di essere parte dei processi di pacificazione e riconciliazione. Racconta Suriano che solo nel 2000 con una famosa Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato riconosciuto giuridicamente questo loro ruolo. Le donne nei trattati di pace “sono in grado di allargare lo sguardo, riescono ad ampliare l’agenda della politica [...]”, ponendo questioni alle quali gli uomini non pensano come i “sistemi educativi, le politiche per il futuro dei propri figli, come vivere assieme creando spazi sicuri di convivenza delle vittime e di come risarcirle o di questioni relative ai diritti umani e all’uguaglianza” (Mariani).
Tante testimonianze di donne mettono in risalto la necessità di “partire da sé” anche di fronte al problema della guerra e della pace. “Radicarci nella nostra soggettività,” secondo le parole di Simone Weil, perché chi non ha radici sradica: la storia non è solo la storia di chi ha potere, ma storia di ogni donna e ogni uomo (Marcomin). Sono testimonianze che affrontano il tema della pace-guerra “pensando diversamente” (come dicono i filosofi) dalla ragione calcolante-oggettivante, che assume le categorie deresponsabilizzanti della “necessità” oggettiva, della inevitabilità della guerra come legge della storia.
Le donne, ancora, da sempre hanno legato la loro lotta per l’emancipazione, per i loro diritti di fronte a una società maschilista, al tema della pace. “Per la teoria femminista, quindi, il ripudio della guerra ha strettamente a che fare con il superamento definitivo del sistema patriarcale [...], interrompendo il suo monologo che sulla violenza si costruisce” e “femminismo e pacifismo, sul punto, convergono chiaramente” (Giolo).
Dire che le donne, afferma Schitt, siano “strutturalmente estranee alla guerra per la loro connaturata sensibilità” sarebbe una costruzione, peraltro contraria dal punto di vista degli interessi femminili. Relegando la figura della donna a una dimensione astratta e angelicata, si alimenta nella realtà una condizione opposta di subalternità e di discriminazione. Per Schiff affermare il nesso tra emancipazione femminile e battaglia per la pace è strutturale, perché solo una donna restituita alla sua piena dignità e autonomia, a suo avviso, può esercitare una funzione positiva nella società (Gazzetta).
Molte donne hanno considerato la nonviolenza come metodo di risoluzione dei conflitti, ad esempio Chanterelle, che chiese nell’ambito del Concilio Vaticano II in tema di pace e di guerra di non relegare la nonviolenza nell’ambito della virtù privata, interiore e spirituale, ma di riconoscerne la validità politica (Carfora).
La storica Residori ci racconta che la guerra mette in crisi l’educazione impartita dalla società alle donne, uno stato di fragilità e di impotenza che, “per alcune coincide con la scoperta della possibilità dell'identificazione con l’universo maschile", che arriva fino a "imbracciare il fucile e combattere armate”. In un’intervista Carla Capponi, Elena nome di battaglia, parla del “senso di op-pressione che ci dava ogni nostra azione così estranea al nostro carattere; eppure, così necessaria”. Parteciparono alla Resistenza anche molte suore, svolgendo compiti di assistenza ai partigiani, nascondendo messaggi, medicinali, bianche-ria pulita per i detenuti politici sotto l’abito religioso. Di tante suore che hanno operato per la pace in diversi Stati del mondo dal Myanmar, al Congo, alla Somalia al deserto del Sahara ecc., quali “custodi della pace”, ci racconta Ceschia.
Questa cultura, che le donne possono vantare e che hanno espresso nei secoli, crediamo debba essere tenuta in considerazione proprio oggi che molte donne ricoprono importanti posti nella società, anche posti di “potere”, entrano nell’esercito e dirigono strategie di guerra. Su questo una riflessione interessante ce la offre ancora Paolina Schiff che pensa a un pacifismo progressivo: “vale attendersi per le donne ciò che vale per tutta l’umanità, un lento ma pur reale progresso della mentalità, dei comportamenti, degli ideali”.
Siamo a 80 anni dall’Assemblea Costituente, dal Referendum istituzionale e dal primo voto delle donne. Nel logo creato dallo Stato italiano per i festeggiamenti, nel numero 80 è inscritto l’emiciclo stilizzato, un richiamo all’Aula di Montecitorio. Dall'emiciclo quando fu approvato l’articolo 11 della Costituzione Italiana nella formula proposta dalle donne con a capo Teresa Mattei: “l’Italia ripudia la guerra...” anziché “rinuncia” o “condanna”, le 21 Costituenti (Iantosca) scesero tutte assieme e danzarono tenendosi per mano piene di gioia, mentre gli uomini, restarono seduti sugli scranni e applaudivano.