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a cura di Carlo Beraldo, Carlo Bolpin, Carlo Rubini

La presidente del Consiglio Meloni in occasione del conferimento, il 24 settembre 2024 a Washington, del premio Global Citizen Award da parte del magnate di Tesla Musk, ha dichiarato che la bussola che guida il “suo” governo è: ”Nazione e patriottismo sono parole di cui non dobbiamo vergognarci. Significano più di un luogo. Significano uno stato d’animo a cui si appartiene condividendo cultura, valori, tradizioni. Quando vediamo le nostre bandiere, se ci sentiamo orgogliosi, significa che proviamo l’orgoglio di far parte di una comunità e che siamo pronti a fare la nostra parte per migliorarne le sorti”.

Sono affermazioni molto dense di significati, condivise da leader politici italiani e non solo, che accompagnano dichiarazioni riguardanti il valore della famiglia e l’adesione al cristianesimo, quali riferimenti dell’azione po-litica del governo da lei guidato.
Sulla famiglia e sull’utilizzo della religione in funzione di determinate scelte politiche la rivista, in precedenti numeri, ha già scritto. È parso significativo completare l’approfondimento sui concetti declamati di patria e di nazione, ritenendo eccessivamente limitate le consuete definizioni dei dizionari che attribuiscono alla nazione l’insieme di persone che hanno in comune origine, lingua, storia, cultura e tradizioni e alla patria il territorio abitato da un popolo i cui componenti sentono di appartenere per nascita, lingua e cultura: troppe sono le variabili che accompagnano codeste definizioni e che possono assumere significati assai diversi nei vari contesti nazionali, culturali e religiosi.
Variabilità nelle interpretazioni di significato a cui dà evidenza il contri-buto di Alessandro Santagata ponendo altresì in risalto come, dal punto di vista storico, “patria” e “nazione” non possono essere considerate “idee na-turali o immutabili”. Questa variabilità di interpretazioni è presente anche nel mondo cattolico a seconda dei posizionamenti espressi dai suoi diversi attori e nei diversi contesti. Secondo questo autore l’appartenenza patriottica ha, soprattutto tra i giovani, carattere “universale” e non nazionalistico; è altrettanto vero che vi sono porzioni di popolazione, con vissuti di sconfitta e di emarginazione rispetto ai processi di globalizzazione, che nei sovranismi e nei nuovi nazionalismi si illudono di trovare protezione e sicurezza.
È infatti l’aspetto economico che, oggi, appare di estrema attualità, ci suggerisce Paolo De Stefani, diviene ragione, da parte dei vari governi, di riscoperta dei tradizionali valori nazionali e patriottici nella prospettiva di una competizione globale, in campo economico, sempre più accesa, a discapito della democrazia sfidando lo stesso esercizio della sovranità europea. 
La crisi di legittimità della democrazia liberale con l’abbattimento dei diritti sociali e l’aumento delle disuguaglianze economico-sociali, afferma Colombo, ha favorito nuovi nazionalismi, riducendo di conseguenza la legittimità dei processi multilaterali contribuendo in tal modo alla crisi di credibilità del processo di integrazione europea. Secondo Colombo le categorie interpretative di questa situazione comunemente usate appaiono insufficienti a individuare soluzioni adeguate, non comprendendo le cause interne del crollo del progetto cosmopolita voluto a immagine dell’Occidente. Solo l’attivazione di nuove e pacifiche relazioni con i vari popoli e culture può contribuire all’acquisizione di nuove categorie interpretative in grado di comprendere un mondo sempre meno uniforme.
Tale critico scenario si aggrava di fronte all’operato sovversivo dell’amministrazione USA, nei confronti della quale, sottolinea Giuseppe Bronzini, l’Unione Europea deve reagire, recuperando la propria identità comunitaria, che ha nella Carta dei diritti fondamentali il suo originario riferimento, valorizzando principi e procedure oltre le sovranità nazionali. Di fronte alla sfida della delegittimazione diretta e univoca degli organismi internazionali, è bene far presente la specificità europea, che non trova in nessun’altra parte del mondo un’analoga realtà politico-istituzionale organizzata. È questa peculiarità che può permettere la predisposizione di un contro piano, alter-nativo al nuovo ordine mondiale in corso tendente al restringimento del welfare, all’imbrigliamento dei contropoteri istituzionali, a cominciare da quello giudiziario e degli spazi di pluralismo, alla negazione del diritto internazionale, alla cattura militare degli immigrati e alla loro detenzione in condizioni inumane, alla saldatura tra amministrazioni pubbliche e monopoli privati.
Ma qual è l’idea di patria che emerge nei contesti religiosi? Stante la complessità di una compiuta risposta a tale quesito si è preferito soffermarci al composito arcipelago cristiano e al contesto ebraico.
Il contributo di Paolo Naso ci introduce nella paradossale realtà della destra religiosa nordamericana ovvero della teologia del nazionalismo cri-stiano, interpretato e benedetto da Trump, nutrito dalle varie correnti del fondamentalismo evangelico e apparentato alla scuola teologica del sionismo cristiano; approcci religiosi, questi, tendenti a condizionare la scena politica internazionale avvalorando la mai sopita missione americana nel mondo, sempre più affermata sulla forza a scapito del diritto.
L’approccio teologico del nazionalismo cristiano non è esclusiva appartenenza del fondamentalismo evangelico, ma coinvolge gran parte del cattolicesimo statunitense, sottolinea Massimo Faggioli. La stessa ascesa di Vance come Vicepresidente è espressione di un cattolicesimo culturale declinato in termini di identità sfidante il multiculturalismo e l’ecclesiologia sinodale come comunità accogliente di diversi. Tale opzione religiosa tende a distanziarsi dai valori democratici e costituzionali. L’autore sottolinea come l’elezione di Leone XIV, primo papa dagli USA, rappresenta un elemento di contraddizione che non può che impegnare il cattolicesimo statunitense a una presa di coscienza verso il sistema sociopolitico ritenuto più compatibile con i valori del vangelo.
Proseguendo una più generale riflessione sul cattolicesimo, Piero Stefani sottolinea che lo stesso non ha perduto del tutto la sua funzione identitaria collettiva, soprattutto in contesti sociali contemporaneamente multireligiosi e altrettanto a religiosi. In proposito l’autore cita il pensiero di Giovanni Paolo II sulla “teologia della nazione” che propone una saldatura tra la costituzione della nazione e l’adesione alla fede cristiana. A codesto pensiero Stefani oppone che l’adesione al cristianesimo è la conseguenza di una libera scelta di fede e che quindi non ci sono popoli che, in quanto tali, sono cristiani; va insomma riconosciuta la realtà di una identità nazionale dinamica e plurale. È nel contesto della contraddizione ora esposta, pur inasprita in modo particolare, che si dipana il processo di sviluppo e di allargamento geografico del mondo ortodosso nel contributo predisposto da Athenagoras (Fasiolo), Vescovo di Terme. Fatto salvo il depositum fidei, la teologia, la spiritualità, la liturgia e la struttura ecclesiale, a partire dal XIX secolo la Chiesa ortodossa da sovranazionale si trasforma in nazionalista ed etno-razziale dove prevale il concetto di ethnos-nazione sul concetto di genos-stirpe dei cristiani; sono la comune origine, la lingua comune, la comune discendenza e le comuni tradizioni a determinare l’appartenenza a una determinata Chiesa contraddistinta quindi da autocefalia ovvero da auto-governo gestionale e pastorale.
Ancor più specifico e problematico rispetto al mondo ortodosso è sicura-mente l’ebraismo caratterizzato da una contraddittoria proprietà identitaria, cresciuta nel contesto di un complesso percorso storico. Anna Foa ci ricorda che nella diaspora l’ebraismo ha assunto le caratteristiche di un’etica con una dimensione universalistica, qualificando inizialmente lo stesso sionismo dal lato prevalentemente culturale. Tale opzione ha portato a ipotizzare la necessità di dar vita laicamente a una nazione per gli ebrei, piuttosto che sull’ebraismo come identità religiosa. Solo più tardi per il sionismo il territorio e la sua difesa sono diventati riferimenti prioritari. Lo Stato di Israele quand’è sorto aveva infatti carattere laico e socialista, privo di richiami normativi ebraici pur presenti nei vissuti della popolazione, mentre ora questi richiami sono divenuti dominanti e costitutivi dell’identità statuale. La gestione del potere da parte di forze politiche guidate da guerra e razzismo sta conducendo lo Stato di Israele a chiudersi al mondo, esito delle azioni di un governo che fa dell’esaltazione nazionalistica, suprematista e vittimista i suoi fondamenti.
Non può mancare, nell’approfondimento dei vissuti e dei comportamenti verso il complesso concetto di patria, il riferimento alla presenza nelle nostre città di persone, famiglie, comunità provenienti da Stati e nazioni, le più varie del pianeta Terra. Ci troviamo dunque di fronte a una pluralità di situazioni difficilmente omologabili che intersecano i vissuti personali connotati da dimensioni psicologiche, culturali, di posizionamento e pure di tipo giuridico altrettanto differenziate. Come personalmente, e comunitariamente, convivere con la presenza di più patrie nella propria esperienza di vita, una originaria e l’altra attualmente sperimentata a esito del percorso migratorio? Ad aumentare la complessità della questione è cercare di comprendere i vissuti attinenti al concetto di patria da parte dei nativi in territorio italiano pur membri di famiglie immigrate. Per evitare astratte argomentazioni è stato chiesto a Gianfranco Bonesso, che da molti anni condivide parte del suo tempo con le varie comunità di immigrati presenti nel territorio comunale di Venezia, una sua riflessione sul tema, tendente a dare evidenza agli aspetti maggiormente caratterizzanti queste diverse situazioni.
Ritornando ai pronunciamenti della presidente del Consiglio citati all’inizio di questo editoriale vien da chiedersi la motivazione che, soprattutto in questi ultimi tempi, porta alcune forze politiche italiane e di altri contesti nazionali a ribadire concetti così fortemente identitari che istintivamente a molti paiono, oggi, desueti. Cerca di dare una risposta a questo dubbio il contributo di Lucio Cortella individuando nella crisi dell’ethos democratico, che contraddistingue le istituzioni democratiche, la causa prevalente di codesta situazione. Gli stili di vita democratici e una cultura politica ispirata ai principi costituzionali, a parere dell’autore, non hanno saputo creare coesione sociale e un reale vincolo alle istituzioni civili e politiche pur chiamate a rappresentare i cittadini. Le immagini ideali proposte da determinate formazioni politiche e rappresentate da “Dio, patria e famiglia”, formano un universo simbolico che risponde a una domanda di “trascendenza”, comunque, presente tra la popolazione, finalizzata a sostenere il “vincolo etico” ritenuto la condizione capace di ”legare” i membri di una comunità.
Proprio per contrastare queste soluzioni fortemente regressive Cortella afferma la necessità che le democrazie rilancino un nuovo orizzonte ideale nel quale i cittadini possano pienamente identificarsi senza dover rifugiarsi nei surrogati del passato.