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a cura di Carlo Bolpin, Beppe Bovo  

    L’interrogativo posto riguarda la possibilità di capire se, come e dove Dio parla, cogliere il punto di intersezione dell’eterno con il tempo, una comunicazione da costruire con altruismo e abbandono di sé, in un annientamento di tutta una vita nell’amore, nell’ardore. Il riferimento è la risposta di Gesù al suo tentatore:“Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Lc 4,1-13). Gesù parla a ogni essere umano perché il nutrimento è questione di tutti e Gesù stesso non parla di un Dio “religioso”.


   Questa parola di Dio, da quale “bocca” “esce”, e come arriva a chi vuole ascoltarla, anzi se ne deve cibare per non “morire di fame”? Come distinguerla da parole che ingannano perché servono alla propria affermazione, ai propri bisogni, al proprio utile? Come discernere le parole di Dio che portano bellezza, pace, perdono, da quelle diaboliche, che portano odio, violenze,guerre? Dio ci parla nelle nostre diverse esperienze del bene, della bellezza e del male e dell’ingiustizia, nella natura e nella storia?

   Oggi viviamo il rischio di non saper ascoltare, dentro una Babele di narcisismo, di estetismo, di riduzione dell’ascolto a ciò che provo e mi consola,piegando la parola al mio bisogno. Prevale l’indifferenza verso la stessa idea di Dio, uno sconosciuto che non interessa più. Si vive bene come se Dio non ci fosse. Questo vale anche per “credenti”: Dio è secondo il proprio gusto o quello che si prova in emozioni momentanee o in situazioni di bisogno. Tra questi modi di sentire è difficile quel confronto necessario per porre il problema stesso di Dio.

   Inoltre, per il pensiero scientifico e filosofico contemporaneo, la natura e la storia non ci parlano di Dio; non reggono più le vie che vanno dagli enti alla Causa ultima, fondamento e spiegazione dell’universo, che non ha una razionalità ordinata a un fine. Come è pensabile il colloquio con Dio se è assente dalla natura, dalla storia, dalla vita personale? Se le parole di Dio sono sempre e solo le nostre parole umane e raccontano le nostre esperienze? Possiamo però pensare altrimenti? Possiamo parlare con Dio senza la pretesa di parlare di Dio? Possiamo riprendere percorsi (di diverse spiritualità) che non considerano Dio in sé, o un “bisogno” o un vissuto solo soggettivo? Sono possibili vie che aprano a una Alterità attraverso un ragionare diverso sulla condizione umana tesa al desiderio di senso, di Bene e di Verità, in ogni relazione, in cui faccio esperienza di un'eccedenza di gratuità rispetto al calcolo dei bisogni, e vivo la gratuità totale, un amore radicale dono di sé. Perché c’è un essere umano spinto da questo rapporto gratuito, mosso dal desiderio di amare ed essere amato? Aperto quindi a un'Alterità radicale, dono non misurabile, totalmente Amore. Nelle relazioni, anche con la natura e con ogni espressione dell’arte,si può cercare un germe di gratuità senza perché e l’”orma” di un Tu -totalmente Altro -, con cui parlare anche nella situazione di scarto, nella casualità disordinata e dentro la morte e le infinite incomprensibili devastazioni. Non è una “prova” (Dio non è un ente), ma è una via da percorrere uscendo da sé per accogliere il dono e il donarsi.

   Gesù chiede da bere a una donna samaritana, desidera da lei il dono che disseta e suscita in lei lo stesso desiderio. Si crea una reciproca donazione. Non siamo solo ricettori della parola di Dio.

   Non è pura contemplazione ma impegna a vivere nella logica del dono il rapporto con la natura e con gli esseri umani; impegna a essere con e per l’altro, alla cura di ogni essere. Non tutto parla di Dio, ma un Tu ci interpella in tutto, anche nelle distruzioni e nelle ingiustizie che rimangono senza senso e spiegazione; ci chiama all’azione per costruire relazioni positive, vita dove c’è morte, un senso dove non c’è bello né buono.

   Ribellandosi al caos e all’ingiustizia, Giobbe impara il linguaggio di Dio pieno di enigmi senza risposta, e a stare nel non-senso per assumere il punto di vista della liberazione delle vittime. Non costruisce un idolo consolatorio:le lacrime rimangono come le ferite di Cristo risorto, non abbellito.

   Tutta la Bibbia racconta il Dio che desidera che tutto il “creato” sia “liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio” (Rom 8,21). La Bibbia ha desacralizzato la natura, che non“contiene” il divino e rimane nel disordine. Troviamo Dio non nelle bellezze illusorie, non nella forza, ma in ciò che è debole, precario, ignobile e disprezzato, in ciò che è nulla (1Cor). Francesco vede Cristo nei poveri, nei lebbrosi e le creature lodare Dio.

   In Cristo si manifesta pienamente che Dio è Amore (unica definizione possibile: “chi vede me vede il Padre”). “I giudei cercano segni, i pagani cercano sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo e follia” (1Cor1,22-25). San Paolo definiva Cristo «immagine (eikôn) del Dio invisibile» (Col1,15). Se per i cristiani di ogni credo, Cristo è la Parola di Dio, abbiamo considerato due figure di grande importanza per il pensiero del ’900: Simone Weil e Camus. Per loro la parola e il volto di Dio sono nel Cristo e in tutte le vittime crocifisse, rifiutando i dogmi e le costruzioni delle Chiese. Rifiutano il“bisogno” della resurrezione opera di un Dio potente, cercano invece il Dio che condivide radicalmente la condizione umana e che parla nella fragilità,nell’imperfezione, nella finitezza; un Dio che chiama alla responsabilità, al patire assieme, per cercare di mettere ordine nel caos, rendere giustizia e pacificazione, per praticare ogni giorno la resurrezione e riparare le lacerazioni, pur senza garanzie di successo, del “lieto fine”. Cercano quel Dio che ci mette di fronte alle nostre scelte radicali tra la vita e la morte (Dt 30,15-16).“Siate quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori”(Gc 1,22).