....

a cura di Matteo Menegazzo, Carlo Rubini   

La più antica sepoltura risale a 100 000 anni fa e rappresenta la prima testimonianza di religiosità umana che sta a indicare l’esigenza, già per i primi esseri umani, di creare continuità tra la vita terrena e il post mortem. I rituali funebri hanno sempre rappresentato dei ponti con la vita oltre la morte. Ma cosa avvenga all’essere umano quando finisce l’esistenza terrena è domanda che non trova risposta nell’esperienza di alcun vivente. Per qualcuno l’interrogativo ha una risposta nella fede in una vita che non avrà fine o, al contrario, in una definitiva conclusione con la morte; per altri, l’aldilà resta il grande forse.


In una recente indagine, risulta come nella nostra società ormai secolarizzata, dove l’adesione alla pratica religiosa cristiana va velocemente scemando, ben il 45% della popolazione si dice possibilista riguardo a un qualche, indefinito destino oltre la morte. È un dato di fatto, però, che la morte e il post mortem, oggi non siano più né argomento di riflessione, né abbiano un ruolo sociale come in passato. Il disgregamento progressivo della struttura familiare, la sempre maggiore difficoltà di gestione all’interno della famiglia della malattia e della morte, i progressi fatti dalla medicina e dalla sanità che hanno prolungato di molto l’esistenza umana hanno prodotto la perdita di contatto con la morte, trasformandola in un momento molto privato, personale, da non condividere, in certe situazioni, nemmeno con i propri cari.

Eppure la morte e l’aldilà sono stati sempre presenti in tutte le culture e religioni, sia pur con una percezione differente, perché in fondo si inseriscono in un'incessante ed eterna domanda di senso. Se nelle culture orientali la morte rappresenta un processo naturale, e quindi meno traumatico perché riporta l’essere al Tutto, la cultura occidentale, sulla scorta della tradizione filosofica greca, vede la vita dell’individuo come centrale, da valorizzare al massimo; certo con la consapevolezza che il tempo non è illimitato, e il suo termine va accettato serenamente. È stato il cristianesimo a introdurre il concetto della risurrezione, non solo dell’anima (in qualche modo già presente nel pensiero platonico) ma pure della carne, aprendo ad aspettative di una vita oltre la morte. Tutte le altre religioni fanno riferimento all’insegnamento di un Fondatore e a testi religiosi considerati autorevoli o normativi. Anche il cristianesimo avrebbe potuto basarsi sulla vita di Gesù e sul suo insegnamento; invece il cristianesimo è l’unica religione incentrata sulla morte e risurrezione di Gesù che ne rappresenta il fondamento, pur difficile da capire e, per molti, da accettare. Difatti il messaggio cristiano, pur annunciando che il Cristo innalzato dalla tomba coinvolge ogni credente nella sua morte e risurrezione già da ora (chi ama è già risorto anche se non è ancora nella pienezza di luce), nei secoli ne ha mutato profondamente le chiavi di interpretazione, con profondo impatto sulle vite dei fedeli e della società.

Nel Novecento la riflessione nell’ambiente teologico introduce importanti novità: il ritorno al cristocentrismo, alla risurrezione, l’emergere del ruolo dello Spirito hanno iniziato a spostare la parusia nella storia dell’uomo. La chiesa vive nella tensione tra la predicazione di un Regno celeste alla fine dei tempi, che non trova più appeal in una società secolarizzata e dominata dalla tecnica e la scienza, e il farsi largo di una teologia recante un messaggio più comprensibile oggi, convergente col pensiero di chi vede il significato dell’umano nell’impegno nella storia.

Infatti chi non spera in una vita oltre la morte, recupera quella maggior consapevolezza della brevità della vita, dell’unica vita a disposizione, un frammento di tempo in cui ha la possibilità di dare un senso. Quindi va valorizzata, nobilitata, amministrata responsabilmente in quanto non ci sarà altra vita dopo la morte sulla quale investire. Ed ecco che se la fine è accettata serenamente quando giunge in vecchiaia, la vera tragedia, la vera morte è quella che giunge troppo presto, a causa di fatti accidentali o malattie precoci. Ancor peggiori sono quegli eventi che tolgono la possibilità di vivere appieno: malattie degenerative, incidenti che inficiano la dignità della persona. Questi eventi aprono a temi scottanti socialmente come l’eutanasia o l’opposizione all’accanimento terapeutico, temi che esigono una risposta meditata e responsabile.

Altro tema che si pone è il contrasto tra chi vive una vita sterile e chi invece, pur amando la vita, arriva a sacrificarla in nome di valori alti, quali la libertà o la giustizia. A una non-vita si contrappone la morte vitale e vitalizzante. Ed ecco il punto di contatto, l’idea che attualizza il messaggio cristiano. Cristo ha promesso la risurrezione, ha promesso il Regno di Dio, che non è nei cieli remoti. La sequela di Cristo va attuata qui e ora e consiste nella responsabilità nei confronti dei fratelli, di chi ci sta vicino, di chi soffre, di chi è incappato nelle disavventure che ne hanno minato l’esistenza, nella responsabilità verso la terra, l’ambiente, le generazioni future. Il minaccioso memento mori seicentesco acquista la dimensione della presa di coscienza della brevità della vita che ci impone di usarla bene, donandole pienezza. Per realizzare qui e ora quel regno d’amore di cui parlano i vangeli. Un messaggio lontanissimo dalle tradizionali dottrine religiose. La riflessione sulla morte quindi diventa feconda e converge verso l’esigenza di dare pienezza alla vita.

Tutto ciò non risponde alla domanda iniziale su cosa ci aspetti dopo la morte: nessuno l’ha vissuta, nessuno l’ha vista. Aldo Moro in una lettera alla famiglia pochi giorni prima di morire per mano delle Brigate rosse scrive: “Vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”. Forse la sua è l’attesa nascosta nel cuore di tutti.