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a cura di Carlo Bolpin, Vittorio Borraccetti    

Viviamo da tempo una perdita di credibilità della democrazia e della politica. Un aspetto di questa crisi riguarda il rapporto tra etica, intesa come sistema di valori e di regole morali per una “vita buona con e per gli altri in istituzioni giuste” (Ricoeur), e attività politica, intesa come attività per il governo della società, che comporta l’esercizio del potere nelle istituzioni con la partecipazione di cittadine e cittadini nei partiti, nei movimenti, nei sindacati e in altri momenti e luoghi di aggregazione sociale.   

È frequente l’accusa ai politici di professione, di essere privi di riferimenti ideali e di essere solo in competizione per il potere. Una buona parte dell’opinione pubblica pensa che la politica sia solo gestione di rapporti di forza e di interessi particolari. È invece auspicabile che l’attività politica si ispiri a una radice culturale ed etica, e non alla ricerca del mero esercizio del potere. In realtà il riferimento a valori non è infrequente nel discorso politico, e spesso avviene in termini assoluti, come quando di alcuni valori si dice che non sono negoziabili o come quando intorno ad essi si pretende di costruire un’identità forte, con pretesa di imporsi a tutto l’insieme della società.

Spesso la radicalizzazione dei valori viene fatta solo a fine propagandistico per ampliare il consenso e favorire quindi l’ascesa al potere, mentre a questo scopo contemporaneamente si pratica l’opportunismo di alleanze. Questo pone un problema di coerenza tra valori dichiarati e l’azione politica concreta. C’è chi ritiene, invece, che non sia utile riferirsi all’etica nell’attività politica, che dovrebbe concentrarsi solo sui mezzi e sui risultati a prescindere dai fini, con un’attenzione prevalente ai rapporti di forza. In questa impostazione si ritrova anche chi pensa che la politica non debba riferirsi a sistemi valoriali, considerati tutti equivalenti e indifferenti rispetto alle esigenze di gestire il consenso per “governare”. Le riflessioni sviluppate in questo numero vogliono invece riaffermare la necessità che l’attività politica si ispiri a una visione di valori, affrontando difficoltà e problemi del tempo che viviamo.

2. Nella società contemporanea esiste una pluralità di sistemi etici, tanto che si parla di “politeismo dei valori”. E certo non è auspicabile una società dominata da una specifica visione valoriale. Ma una fondazione etica dell’attività politica ci sembra praticabile anche in questo contesto, e la discussione pubblica sui valori necessaria, come argomentano rispettivamente i saggi di Giannino Piana e Laura Pennacchi.

Piana pone il fondamento dell’azione politica sulla relazione, come costitutiva della condizione umana, rete di interdipendenze tra persone, gruppi, popoli e con la natura, in modo globale.

Per Pennacchi la politica deve essere capace di dibattito sui valori nella sfera pubblica, per sviluppare le risorse della cura degli altri, della fiducia, della propensione alla cooperazione e alla solidarietà, per sviluppare quindi l’eticità dei soggetti politici ed economici, la rettitudine, la correttezza.

Questa riflessione non può eludere la specificità dell’ispirazione etica che si rifà al messaggio cristiano, al come si deve agire da cristiani in politica. Di questo aspetto tratta il saggio di Vincenzo Rosito che prova ad attualizzare oggi che cosa significhi seguire Cristo secondo la logica dell’incarnazione. Il discorso di Bönhoeffer è cristologico perché “riconosce la presenza nascosta di Cristo in ogni momento della realtà mondana”. Il cristiano, come Cristo, responsabilmente non si pone “al di là”, “al di sopra” della vita umana, ma sta “al di qua”, dalla parte dell’umanità: è “l’essere-per-gli altri”.

3. Il confronto tra concezioni valoriali nella competizione politica è necessario. Di fronte alla pluralità di questi sistemi si deve sfuggire sia alla radicalizzazione e alla polarizzazione conflittuale di essi, sia al relativismo, per cui tutte le affermazioni di valori, o pretese tali, sono equiparabili. Ma esso deve avvenire senza che, alla fine, ne prevalga uno a scapito di tutti gli altri, in particolare nel tradursi dei valori in legge per tutta la società, in modo da evitare autoritarismi e la cosiddetta tirannia dei valori.

Bisogna, inoltre, essere consapevoli che i valori in cui si crede per essere realizzati, almeno in parte, nelle relazioni sociali, hanno bisogno di mediazioni e compromessi, non in senso negativo per la mera acquisizione e conservazione del potere, ma nel senso dell’incontro positivo tra diverse visioni delle relazioni sociali. Il confronto e la sintesi sono caratteristiche della società democratica, e le mediazioni tra le concezioni diverse sono state realizzate nella Costituzione della nostra Repubblica, con la definizione soprattutto dei principi fondamentali, nei quali si possono riconoscere i portatori di concezioni valoriali diverse. Questi principi devono costituire

l’etica comune di tutta l’attività politica. Gustavo Zagbrelsky spiega, nel colloquio con Esodo, come dalla pretesa tendenzialmente assoluta dei valori sia possibile passare al carattere rigoroso, ma contemporaneamente flessibile dei principi, nel senso che nessuno mai prevale del tutto sugli altri, ma che essi tendono a un punto di equilibrio, che non ne sacrifichi nessuno.

Il rapporto tra etica e politica riguarda però non solo i fini di essa e il suo riferirsi o meno a valori, ma anche i mezzi con cui la politica viene fatta. Inoltre, esigere moralità nella politica significa pretendere che essa venga fatta nell’interesse generale, e non per il perseguimento esclusivo o prevalente di interessi personali o particolari. Anche la competizione e il conflitto per il potere devono avere come orizzonte il benessere dell’intera società come definito dai principi costituzionali. Nella competizione politica si confrontano i rappresentanti di soggetti sociali portatori di interessi diversi, che si prefiggono di tutelare questi interessi, ma questa legittima tutela deve comunque avvenire nel quadro di quei principi.

4. Il tema chiama in causa anche i rapporti tra politica e diritto. Infatti fare politica, governare, significa anche fare leggi, creare diritto e, d’altra parte, la stessa attività politica deve svolgersi nel quadro delle leggi. Oggi il campo del diritto è molto vasto, non è costituito solo dalle leggi dello Stato, ma da una pluralità di fonti anche sovranazionali. Non sembra che le tante leggi esistenti abbiano aiutato a migliorare la società, nella quale esistono atteggiamenti contraddittori: ci si lamenta del numero eccessivo di leggi ma, contraddittoriamente, al manifestarsi di nuove esigenze o rivendicazioni, le più diverse, nuove leggi sono richieste anche per disciplinare momenti molto personali della vita. Sui molteplici aspetti del diritto oggi, sulla crisi della legge,

ma anche sulle opportunità offerte dalla crisi, si sviluppano le considerazioni di Giuseppe Zaccaria. Da esse, come da quelle di Zagbrelsky, viene evidenziata la centralità del nucleo di diritti fondamentali, i dritti umani da riconoscere a ogni persona. Il saggio di Maurizio Ambrosini denuncia però una vistosa contraddizione, perché quei diritti, che costituiscono il patrimonio fondativo della civiltà europea, vengono clamorosamente negati nelle politiche verso i migranti e i richiedenti asilo, che evidenziano al massimo grado le negazioni dei diritti praticate nei confronti di tanti altri soggetti discriminati.

5. Nella storia del nostro Paese l’azione politica è stata spesso inquinata dalla corruzione, dall’uso cioè della funzione pubblica per perseguire il fine dell’arricchimento personale o di gruppo. A questo grave fenomeno sono dedicate le riflessioni di Vittorio Borraccetti. L’azione della magistratura, dopo una prima fase di apparente generale consenso, è stata poi oggetto di polemica da parte di vasti settori politici, tanto da far parlare di conflittualità tra giustizia e politica. In realtà, perseguendo la corruzione i magistrati hanno svolto la funzione loro assegnata dalla Costituzione, pur in presenza di insufficienze ed errori. Ma la discussione sulla corruzione si è fermata al dato giudiziario, alla responsabilità penale, senza che si distinguesse da questa la responsabilità politica in tanti casi di opacità di comportamenti e di conflitti di interesse, di cui non si era dimostrata la rilevanza penale.

Sulla questione morale in politica, sul conflitto che essa determinò negli anni Ottanta all’interno dei partiti di allora, sull’esigenza anche attuale di moralità nella politica, abbiamo chiesto una testimonianza a due esponenti del mondo politico, Gianluigi Castagnetti, esponente del cattolicesimo democratico, e Gianni Cuperlo, che ha vissuto l’esperienza del Partito comunista

ed è attualmente un esponente del Partito democratico.

Le loro risposte alle nostre domande contribuiscono ad analizzare i problemi di fondo della situazione attuale. In particolare ci sembra importante riprendere la riflessione conclusiva di Castagnetti, secondo la quale, nella situazione in cui ci troviamo, la questione non sia quella di ridefinire i valori attorno a cui abbiamo costruito la nostra civiltà, quanto di ricercare gli strumenti adeguati a conoscere, interpretare e interloquire con quei poteri che cercano di sottrarsi, purtroppo con successo, a ogni possibilità di controllo democratico. E cita lo storico Paolo Prodi: ”Il problema è di capire se l’Occidente riuscirà a conservare con la democrazia, la separazione tra potere sacro, potere politico e potere economico nella dialettica tra interesse privato e bene pubblico; se il comandamento di non rubare rimane a un tempo come condizione per la salvezza dell’individuo e del mercato”.

6. Altro aspetto di rilievo è quello del rapporto tra politica ed economia. La prima sembra essere subalterna alla seconda, anche per effetto della concezione neoliberista, secondo la quale andrebbe rispettata l’autonomia del mercato e delle sue leggi. Ma il presupposto di questa teoria, di un mercato capace di autoregolarsi e costituito di protagonisti razionali e indipendenti, è del tutto astratto. La realtà sociale, anche quella degli scambi economici, è fatta di relazioni complesse, di conflittualità, di condizionamenti e di scelte valoriali. Non è possibile separare etica (lasciata al privato), politica (limitata alla tutela dell’ordine pubblico e alla sicurezza), economia

(mercato in cui operano individui astrattamente “liberi”). Il mercato non basta, anzi il mercato senza politica e Stato non è in grado di tenere assieme la società. Occorre la mobilitazione di risorse culturali, sociali ed etiche, che pongano obiettivi condivisi alla politica. Riflette su questo argomento il saggio di Giuseppe Tattara.

7. La politica non può guardare solo al presente, deve progettare un futuro per le giovani generazioni. Ma ai giovani la politica deve guardare anche in relazione al presente. Si pongono quindi i temi della scuola, dell’educazione più ampia, della parità di genere, del lavoro, dell’ambiente, della pace. I giovani non sono destinatari passivi della politica di altri, ne sono protagonisti, come è stato in passato, con la maggiore sensibilità loro propria per le condizioni della società nel futuro. Ma l’azione politica dei governi spesso ha ignorato se non contrastato, anche con la violenza, le richieste dei movimenti politici espressi dalle giovani generazioni, com’è

successo a Genova nel 2001. Su questi temi e più in generale sul rapporto dei giovani con la politica sono le interviste con alcuni esponenti di movimenti che si battono per la giustizia sociale e per l’ambiente. Le testimonianze raccolte, di generazioni diverse, ci dicono di giovani, e non solo, che cercano una pratica di democrazia dal basso, di vivere nel sociale e nella quotidianità comportamenti “giusti”, nei consumi come nella cura degli altri. E ancora di una ricerca - non antipolitica - di forme di mobilitazione nonviolente e di partecipazione democratica.