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a cura di Carlo Beraldo, Carlo Bolpin, Gianni Manziega

 

          

"Un giorno l’anziano monaco chiese al suo discepolo: “Quando ti accorgi che non è più notte?”. Il giovane, alquanto perplesso, rispose: “Quando guardando fuori dalla finestra riesco a riconoscere il profilo delle case...”. Il monaco parlava di ben altro e sentenziò: “Solo quando passandoti accanto una persona a te ignota la riconosci come fratello/sorella, allora non è più notte” (dai racconti dei padri del deserto).

È oggi diffusa la consapevolezza dell’interdipendenza delle disparate crisi che stiamo vivendo (umanitaria, ambientale, sanitaria, sociale e politica) e dell’impossibilità di impiegare vecchie soluzioni. Solo nuove risposte, connesse tra comportamenti attivati dai vari livelli di governo con le azioni di ciascun abitante della Terra, possono portare a risultati di miglioramento della vita nelle sue diverse dimensioni.
Dovremmo convenire che le azioni responsabili e solidali di ciascuno portano benefici a tutti e a ogni singolo; ma sempre più, anche nell’attuale situazione di pandemia, questa convenienza trova il limite dell’interesse egoistico individuale, del proprio gruppo o della propria nazione che induce a sentirsi responsabili verso gli altri solo quando lo si ritiene funzionale a un’immediata utilità.


Anche la tragica situazione in Afghanistan ha messo in evidenza la prevalenza delle strategie politico-militari rispetto al riconoscimento a quel popolo della piena umanità e dei diritti esistenziali; alla verbale ammissione delle soggettive sofferenze, non ha corrisposto un vero impegno umanitario da parte dell’Occidente. Al massimo, viene riconosciuta la povertà materiale di questa gente, disconoscendo però che ciascun profugo dall’Afghanistan o dalla Siria è una persona che avrebbe diritto al pieno riconoscimento della sua dignità e dei conseguenti diritti come essere umano.
Come accaduto nel passato, sembra imporsi la parte oscura della razionalità e delle scelte effettuate da gran parte dell’Occidente e dalle stesse religioni. Il rifiuto di riconoscere l’altro come se stesso, con la stessa dignità umana, e di costruire relazioni non di dominio, impedisce di prendere coscienza di questa parte oscura, della barbarie celata dietro i dichiarati principi di civiltà.
Occorre ripensare le radici dell’Europa, dell’humanitas, che ha origine nella cultura greca e latina, e in cui il cristianesimo è stato uno dei fattori importanti, proprio per la capacità di creare relazioni con le altre culture. Le lotte dei lavoratori, delle donne, dei popoli, dei giovani, per il riconoscimento della dignità umana universale, hanno evidenziato la dimensione etica che qualifica e supera lo stare assieme, dando valore al principio della concreta cura, del farsi carico del bene dell’altro/a come fine in sé. Va riconosciuto che il volontariato nelle sue molteplici espressioni, insieme alle esperienze di solidarietà e di responsabilità sociale realizzate nell’economia, nella cultura, nella vita della città, rappresenta oggi, per le motivazioni valoriali fondanti, il possibile, positivo modo di vivere nei contesti comunitari.
Moni Ovadia ha ricordato le parole di Gino Strada: “Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti (...)perché ignorare la sofferenza di una persona è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi”.
Ma perché devo avere cura dell’altro? Ha torto Caino, interpellato da Dio, quando afferma: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Il presente numero della rivista cerca di capire le motivazioni dell’esperienza etica in alcune specifiche tradizioni religiose, ma anche nella cultura europea più in generale, da cui emerge che l’essere-per-l’altro è una dimensione costitutiva della soggettività, senza bisogno di far ricorso alla teologia, bensì con un rigoroso uso di approcci razionali. La nostra autocoscienza non è il semplice esito di un processo meramente individuale, ma di una crescita che sta nella relazione con l’altro, nei cui confronti abbiamo contratto fin dalle origini della vita un debito fondamentale.
Se sempre occorre partire da sé, dal lavoro su di sé per creare relazioni sane, scopriamo che la relazione e il reciproco riconoscimento costituiscono la condizione della costruzione della soggettività. È un processo che comporta una lotta interiore per fare silenzio e fare spazio all’altra/o, saper porsi faccia a faccia con l’altra/o, come la Bibbia indica a noi oggi il rapporto di coppia. È questa la ragione e l’origine dell'esperienza etica. Perciò riconoscere l’altro come soggetto libero e nostro fine, e non mezzo, è il nostro imperativo morale fondamentale. Violare questo imperativo è violare la nostra umanità, che perdo se non la riconosco e curo nell’altro, vicino o sconosciuto, naufrago, scartato, ma anche in chi intende negare il mio umano.
Francesco nelle sue Encicliche afferma che la carità è al cuore di ogni vita sociale sana e giusta; l’amicizia si esprime non solo nelle relazioni intime e vicine, ma anche nelle più ampie macrorelazioni inerenti alle varie dimensioni della vita sociale, economica e politica. La cura è azione che si realizza nei gesti e nelle parole che, nel costruire relazioni, generano comunità estranee da logiche mercantili.
Utopia? Testimonianza etica di pochi? Ma la storia mostra che le relazioni di cura sono risorsa e sorgente permanente e, soprattutto ora, necessità di fronte alle varie e intrecciate crisi. Queste tematiche sono affrontate negli articoli del numero. Un ulteriore tema, solo introdotto, indica come proprio il rapporto con l’alterità apre al “totalmente Altro”, diversamente identificato.