a cura di Sandra Savogin                                                             

Dalla fine degli anni 70 l’ideologia liberista ha acquistato man mano una quasi completa egemonia, così da presentarsi come pensiero unico dominante.
Si ripropone l’idea secondo cui il mercato debba essere il principio regolatore universale e la ricerca dell’interesse individuale debba essere considerato il principio etico della società in cui lo Stato esercita un ruolo minimo. La crescita dell’economia negli ultimi decenni ha raggiunto livelli senza precedenti e avrebbe potuto creare un benessere diffuso e migliori condizioni di vita, come era stato promesso, in tutti i paesi; in realtà, sin dall’inizio del nuovo millennio e ancor più a causa della crisi del 2008 è emerso che questo processo economico ha penalizzato alcuni continenti e favorito la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.
Oggi a livello mondiale, secondo i dati Oxfam, una decina di persone concentrano nelle loro mani una ricchezza pari quanto possiede la metà di tutta l’umanità e le diseguaglianze sono aumentate considerevolmente nei paesi occidentali. Anche in Italia il fenomeno è in crescita: nel 1995 i cittadini più ricchi detenevano il 16% della ricchezza, percentuale salita nel 2014 al 25% mentre la popolazione che vive in povertà relativa è del 14,2%, il doppio del valore rilevato nel 1989 (Forum Disuguaglianze Diversità, 15 Proposte per la giustizia sociale, 2017).
Rispetto a questi risultati, alcuni economisti hanno criticato radicalmente la totale marginalizzazione del ruolo statale nella società e il laissez-fair. Josef Stiglitz in una recente pubblicazione ha denunciato il fatto che “i paesi industrializzati hanno dato alla globalizzazione una struttura che viola alcune norme etiche di base” (J. Stiglitz, La bussola imprecisa, edizioni Srl 2018). La globalizzazione non è stato un processo spontaneo, bensì guidato dalle “regole d’oro” proposte dal Fmi, dalla Banca Mondiale e dal Tesoro degli Usa, come illustrato negli articoli. Hanno sicuramente saputo trarre maggior vantaggio da queste nuove opportunità i paesi dell’Asia meridionale e in particolare Cina, Corea del Sud, Indonesia e India, dopo il Giappone. Questi paesi hanno saputo accedere ai mercati internazionali e alle nuove tecnologie, mantenendo vincoli statali e intervenendo nell’istruzione e nelle infrastrutture. Benché siano rimasti molti squilibri interni, in questi paesi dal 2.000 al 2015 la percentuale di popolazione che viveva in povertà assoluta è calata in modo considerevole.

Ben diverso l’impatto della globalizzazione in gran parte dei paesi dell’Africa nera, in cui è attualmente in crescita il divario tra il reddito medio annuo pro capite e quello presente nel mondo occidentale. In queste aree le politiche volte a privatizzare e liberalizzare hanno comportato il taglio di parti considerevoli di spesa pubblica, favorendo la corsa degli investimenti privati, occidentali e non, per l’accaparramento di terre coltivabili, miniere, impianti produttivi. La crisi economica del 2008 ha ancor più evidenziato che il modello “neoliberista”, dettato dalle istituzioni internazionali, ha funzionato solo a vantaggio di alcuni, mentre gli effetti perversi creati hanno favorito fenomeni come immigrazioni di massa, rabbia sociale, terrorismo e guerre civili.
Nel 2015 papa Francesco, nella sua enciclica Laudato sì, denunciava le innumerevoli forme di sfruttamento dell’ambiente così come delle persone, secondo un sistema economico fondato sulla “cultura dello scarto”, in base a cui il concetto stesso di progresso è identificato esclusivamente con la ricchezza e il profitto personali. Da qui l’appello rivolto a tutte le persone a livello individuale per modificare stili di vita, ma anche agli Stati e alle istituzioni internazionali per cambiare il modello di sviluppo globale e la governance dei beni comuni secondo un approccio integrato: infatti crescita economica senza limiti e degrado ambientale sono strettamente interdipendenti, e “la cura della casa comune” richiede anche un cambiamento del modello di sviluppo globale.
Sempre nello stesso anno l’Onu adottava l’Agenda 2030, cioè gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (OSS) che, come l’enciclica papale, analizzava i legami tra clima e sviluppo, ed era animata dalla stessa ambizione universale, poiché i diciassette obiettivi sono inscindibili e pensati per interagire tra loro.
Il perseguimento di uno sviluppo sostenibile auspicato in entrambi questi “manifesti” richiede un profondo ripensamento dell’agire dell’homo oeconomicus considerato, nella visione corrente, come individuo totalmente centrato sull’interesse individuale: un ripensamento che richiede una nuova concezione del fine stesso dell’economia, orientandolo verso il perseguimento del bene comune e della giustizia sociale.
Si sono attualmente mobilitate in questa direzione una pluralità di associazioni, istituzioni culturali, soggetti economici, e sono in campo più linee di pensiero e molteplici proposte. Alcune, più radicali, prospettano una diversa antropologia su cui fondare l’agire economico, che ponga al centro l’essere umano visto nella sua dignità, apertura e armonia con il mondo della natura in grado di operare in base alla logica del dono o, riprendendo il pensiero economico dell’illuminismo italiano, capace di fondare lo scambio su legami di reciprocità e fiducia, in uno scambio in cui nessun soggetto prevalga sull’altro ma ci si rapporti sostanzialmente in una relazione di mutuo vantaggio.
Altre strategie appaiono più mirate a forzare sino ai suoi limiti gli spazi del modello capitalistico, disciplinandolo con politiche innovative dei modi di produzione della ricchezza, attraverso interventi predistributivi in grado di garantire un più equo accesso da parte di ogni soggetto a beni pubblici come salute, istruzione e credito. Assieme a queste, vengono indicate politiche che coniughino le nuove forme di welfare, per garantire livelli di servizi minimi e pari opportunità, capaci di restituire dignità al lavoro, con politiche redistributive per assicurare equità tra i generi e le generazioni.