a cura di Carlo Bolpin e Laura Venturelli                                            

Le conoscenze scientifiche degli ultimi decenni in che misura mettono in discussione l’idea di creazione, di un disegno divino intelligente, di un’energia buona di Dio che continua ad agire?
Nel Catechismo della chiesa cattolica si afferma che la creazione ha un ordine e un fine perché scaturita dalla bontà divina, governata non dal caso, ma da un Essere trascendente, intelligente e buono. Dio conduce la creazione verso la perfezione ultima. Quanto questa “dottrina” si fonda sulla Bibbia o su categorie filosofiche datate, ampiamente discusse che hanno determinato l’interpretazione di Genesi?
Crediamo necessario partire dalla rilettura della Bibbia, per ripensare le costruzioni teologiche, liberandole da immagini che sono diventate idolatriche e dogmatiche. Racconti della creazione si trovano in varie parti dell’Antico Testamento che è errato cercare di comporre in una sintesi, in un “catechismo” organico sulla “giustizia e bontà di Dio”.
Varie piste, oggi, sono vagliate da teologi e biblisti per reinterpretare i “miti” biblici, ripensando gli interrogativi reciproci tra gli ambiti del sapere, pur nell’autonomia di ciascuno. Ci interessano le domande poste alla teologia dal continuo processo di autocorrezione e revisione della scienza, nella consapevolezza che a questa conoscenza non sono riducibili le diverse dimensioni della nostra esperienza.
Un altro aspetto da tenere presente: le categorie della teologia occidentale sono spesso indecifrabili ai popoli non europei e appare errato sia voler forzare le diverse spiritualità verso un’unica visione, sia abbandonare la nostra cultura in nome di un sincretismo o di un dialogo che appiattisce le differenze. Altro è la conoscenza reciproca e la ricchezza del confronto.

Il numero cerca di porre alcune questioni prioritarie.
La prima questione riguarda il rapporto dell’azione di Dio tra creazione e salvezza, se cioè la creazione ha una sua rilevanza autonoma come spiegazione dell’origine del mondo, cui è seguita la caduta che l’ha corrotto e la necessaria successiva redenzione.
La teologia sistematica, alla quale siamo stati educati, ha al fondo l’idea, più propria della filosofia greca che della Bibbia, dell’unitarietà di tutto il cosmo, ordinato e regolare in tutte le sue parti, sia per quanto riguarda la vita naturale che quella umana e sociale. La stessa idea di “creazione dal nulla” nasce dal successivo confronto con la filosofia greca per spiegare l’unicità di Dio in relazione con la natura e con l’umanità, con la molteplicità degli esseri.
Secondo questa dottrina, la natura costituisce, a partire dall’Antico Testamento, una prima rivelazione del Creatore. Con il cristianesimo, inoltre, tutta la creazione segue la logica del Verbo fonte di razionalità e suo fine. Ne deriva per tutto il cosmo la validità delle categorie di universalità e di regolarità, la possibilità di studiare - compito della scienza - i principi e le proprietà unificanti, come opera dell’unica Intelligenza Divina. Questa nozione comporta la visione di “leggi di natura”, di un Dio “legislatore”, garante dell’ordine che intende instaurare, anche se non in modo determinista e meccanicista, ma come effetto della Sapienza divina, personale, intelligente, buona e provvidente, che ha creato e mantiene in essere ogni cosa, conducendo tutto verso il suo fine, attraverso vie che solo Dio conosce.
Questa concezione cristiana ha favorito lo sviluppo della scienza e della tecnica in Europa, desacralizzando, con la dottrina della creazione, lo studio dell’osservazione dei fenomeni in quanto tali, opponendosi alla divinizzazione del cosmo ma anche alla sua svalutazione. Il mondo non è divino e l’uomo lo può cogliere come maneggiabile e dominabile.
Le scienze oggi mettono in discussione la razionalità e l’ordine della natura, constatando l’esistenza di grandissime parti dell’universo a noi totalmente inaccessibili e altre in cui non c’è regolarità e non sono valide le leggi fisiche conosciute. Inoltre, gli studi mostrano che l’evoluzione, cosmica e umana, non segue criteri progressivi e migliorativi ma che le imperfezioni sono fattori decisivi.
Anche la filosofia e l’arte del Novecento hanno anticipato la scienza, ponendo la necessità di nuovi paradigmi legati non più al bello ordinato e armonioso, ma al compito umano di dare senso e forma all’imperfezione, al deforme e al fortuito: il processo di umanizzazione consiste nell’andare oltre la natura, frammentata e disordinata. È l’immagine biblica di creare dando i nomi, attraverso la Parola.
Siamo natura, e anche le nostre capacità di conoscenza e creatività, di avere sentimenti e immaginazione, sono frutto dell’evoluzione naturale. Ma tutto è riducibile alla realtà naturalistica analizzabile scientificamente? Può essere ridotta a un bisogno evolutivo anche l’esperienza dell’Infinito, dell’Alterità, di andare oltre e contro lo stato di natura, la coscienza della propria gratuita responsabilità che sente l’altro come sé stesso? Da dove viene la sensazione di essere singolarità, di avere un amore più grande della morte e di averne consapevolezza? È una sfida del pensiero, che assumendo i dati delle scienze, si pone in una dimensione sapienziale. Se le scienze potessero spiegare tutti i meccanismi dell’intelligenza e dei sentimenti umani, rimarrebbe sempre questo indefinibile, l’area “mistica” delle relazioni con l’Alterità, con l’Oltre l’io, indicibile con i linguaggi sia dell’osservazione delle “cose” sia anche quelli del sacro e del misterioso.
L’inizio rimane inafferrabile. La Bibbia racconta non la creazione, ma la promessa fedele nella storia di Dio, che lascia che l’evoluzione del mondo sia. Una seconda questione è posta dalla scienza che osserva l’evoluzione per miliardi di anni con la distruzione di enormi quantità di esseri viventi, con la possibilità del ripetersi nelle innumerevoli galassie di questo enorme spreco di varie forme di vita intelligente sconosciute tra loro. Ogni teologia della natura, della creazione e della redenzione, deve fare i conti con questa immensa distruzione e sofferenza “inutile”. Com’è possibile giustificare alle vittime il disegno divino, inglobare il male nel bene, le colpe verso di loro nel progetto di redenzione, di salvezza definitiva? Che significa ora per le vittime innocenti l’idea stessa di creazione, di un disegno divino intelligente, di un’energia buona di un Dio che continua ad agire?
Questo scenario ci può angosciare continuando a ragionare in termini idolatrici; può essere però anche liberante se ci poniamo su un altro piano, da sviluppare: quello della “specificità” della libertà umana, della capacità di dare un significato alle cose, per cui ci impegniamo a realizzare la speranza di Dio. È possibile, allora, che all’interno di questa prospettiva nasca la riflessione sul “perché” dell’esistenza delle cose, e su quel Dio, che nella Bibbia, lotta con l’umanità per dare parola, creare senso e fine nel caos? In quale Dio creatore crediamo nella presente crisi? Come ci parla la Bibbia?
L’evoluzione si giustifica meglio senza Dio. Infatti, se non c’è Dio o si pensa a un “divino” immanente al mondo, energia evolutiva, oppure identificato con il Mistero, il Sacro, non si pongono i problemi del male e del dolore, che diventano meri fatti, necessarie condizioni della vita stessa, rientranti nel processo evolutivo del cosmo. Diventano invece un “dramma” se si pensa a un disegno di Dio.
Che significato ha, infatti, un “Dio” impassibile e costretto dalla necessità dell’evoluzione naturale? Ivan Karamazov giustamente restituisce il biglietto, non ha alcun interesse per questo Dio, meglio farne a meno. Anche Giobbe si pone così, ma con una diversità sostanziale. Contrapponendosi ai suoi amici che cercano di giustificare Dio e di colpevolizzare l’uomo, Giobbe continua a contestare Dio, a interrogarlo chiedendogli di rendere conto di quanto ha fatto. E Dio risponde a lui e rimprovera i suoi amici. Il Dio ebraico è un Tu che accetta la sfida, la protesta, si mette in discussione, colloquia con l’umanità.
Non è forse questo il dramma che è raccontato in tutta la Bibbia, fino a Cristo crocefisso? A partire da Genesi in cui, quando tutto sembra perduto e la promessa di Dio sembra fallita, si canta ciò che il popolo nel dialogo con Dio spera. I poemi biblici, con il linguaggio simbolico e del mito, non sono interessati a spiegare come abbia fatto Dio a creare l’universo e come si origini il male. Ci parlano, invece, delle nostre speranze e responsabilità. Ci dicono che il male c’è, lo troviamo, e che è anche dentro di noi, ma che possiamo far vincere la vita e il bene. Ci interrogano anche sul presente di ciascuno, chiamandoci all’impegno che rifiuta la rassegnazione al “destino” e all’indifferenza, alla ricerca di una salvezza puramente individuale. L’umanità continua l’azione creatrice dando forma e ordine attraverso la parola, il linguaggio.
In Genesi non troviamo le leggi della creazione e dell’evoluzione. È una forma di idolatria costringere Dio nelle leggi naturali, come necessità logica a sostegno della razionalità cosmica o come necessità ontologica a giustificazione dell’esistenza del mondo. Solo la riscoperta di un Dio prossimo, che conosce la sofferenza e che è relazione, può cogliere appieno le attuali sfide, che rendono impossibile ogni tipo di idolatria come il patriarcato di un Dio Padre che chiede sacrifici alle creature per il suo disegno.
Il racconto della creazione ha carattere soteriologico poiché vuol mostrare l’emergere della vita dal caos disorganizzato, universale, in vista della redenzione di tutto il creato e quindi escatologico. La Bontà e la Bellezza sono indicate come le attese future e l’impegno nel presente cui l’umanità è chiamata, non sono proprietà “naturali” insite nelle creature.
Il poema pone la creazione nella storia della salvezza attraverso l’Alleanza tra Dio e il suo popolo, che si fonda su un evento universale, e non può essere irrigidito nello schema creazione-caduta-redenzione.
Viene, invece, messo in scena il dramma vissuto allora come oggi.
Gli ebrei, dentro le diverse esperienze d’ingiustizia, di mancanza di futuro, di separazione da Dio, s’interrogano sulla radice della loro fede nel futuro, rappresentato come ritorno a quell’ordine armonioso sognato, rivelatosi fragile, minacciato, lasciato nelle mani dell’umanità. In Genesi, come nei Salmi e in Giobbe, è cantata l’onnipotenza di Dio proprio nei momenti di sventura, di abbandono, come se Dio si separasse dalla propria creazione, si ritraesse, per lasciare che la libertà umana si sviluppi, condividendo il Male e il Bene, e che anche l’evoluzione si compia autonoma. Ma, con noi, Dio soffre.
E come ha spiegato Dietrich Bonhoeffer (in Resistenza e resa): non l’“atto religioso” ci fa essere cristiani, “ma il prendere parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo”. E questo perché, diceva, “la Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio”, al fatto che “solo il Dio sofferente può aiutare”.
Restano, alla fine, dubbi, domande, interpretazioni ma anche la meraviglia e la bellezza della Parola permanente che muove l’Istante eterno della creazione come relazione, e che risuona nel Cantico dei Cantici: Amami, dentro tutte le ferite, le distruzioni.