a cura di Gianni Manziega, Lucia Scrivanti, Sandra Savogin

              

"Gesù di Nazareth, forse, non è mai stato così affascinante. Nel momento in cui il cristianesimo del XI secolo si scopre stanco, la sua figura fondatrice attira sempre più l'attenzione degli storici, degli scrittori, dei registi. Come mai questo interesse, vivo e mai sazio, per l'uomo che veniva da Nazareth? Dopo due millenni, non è stato tutto detto, scritto, discusso, predicato al suo riguardo? Le ricerche per ritrovare il "vero Gesù" hanno dato vita a un Gesù rivoluzionario, un Gesù hippie, un Gesù rabbi, un Gesù profeta, un Gesù medico, un Gesù femminista, un Gesù filosofo... Di quale ritratto fidarsi? A distanza di duemila anni, l'enigma Gesù continua a resistere".

"E voi, chi dite che io sia?". La domanda che il Maestro di Nazaret rivolge ai suoi apostoli è riportata da tutti e tre i Sinottici (Mt 16,15; Mc 8,29; Lc 9,20), e questo fa supporre che si tratti di una domanda fatta certamente da Gesù e riportata alla lettera dagli evangelisti, una domanda che ha continuato a interrogare i/le discepoli/le di Gesù dalle origini dell'era cristiana fino ad oggi.
Pur in un periodo di secolarizzazione, o forse proprio per questo, l'interesse per la figura Gesù è presente anche fra i/le non credenti. La risposta più immediata è ritenere Gesù un maestro illuminato accanto a Confucio, a Buddha, a Socrate... che aiutano a dare un senso alla vita, a creare buone relazioni con il prossimo e con la natura, a superare le paure e le angosce. Senza dubbio la condivisione del messaggio di Gesù tra credenti e non credenti, al di là della fede nella risurrezione del Cristo, non solo è possibile, ma permette comuni azioni di solidarietà e di pace. Ma il confronto non può che avvenire anche sul fondamento di questo messaggio incomprensibile, se non come esperienza unica che rivela nell'umanità di Gesù la piena presenza dell'Amore di Dio. Si tratta di una sfida per il pensiero in quanto tale, e non solo per la fede. Nella stessa storia del cristianesimo, fin dalle prime comunità, il confronto ha generato e continua a generare una pluralità di prospettive in riferimento alle diverse esperienze e culture.
Le eresie cristiane dei primi secoli sono prevalentemente cristologiche: il tentativo di comprendere e di definire Gesù, conosciuto dai discepoli come Maestro di vita e compagno di strada, lungo le strade della Palestina, e confessato come Cristo e Figlio di Dio da testimoni che l'avevano incontrato Vivente dopo la crocefissione (At 2,32): uomo e Dio. Razionalmente impossibile comporre nell'unica persona le due identità. Saranno prevalentemente due le posizioni dottrinali che si fronteggeranno duramente: quella che troverà in Ario il teologo di riferimento, e che riconosceva Gesù semplicemente uomo - solo il Padre è Dio -, e quella monofisita (che afferma, cioè, un'unica natura), che fin dalle prime comunità post-apostoliche credeva in un Gesù Figlio di Dio solo apparentemente uomo. Sarà il Concilio di Calcedonia (451) che chiuderà lo scontro, dichiarando che Gesù Cristo è Figlio di Dio in unasola persona, nelle due vere nature, una divina e una umana.
Nel lungo percorso della storia della Chiesa, pur riconoscendo il dogma di Calcedonia, molti credenti hanno per lo meno sottovalutato l'umanità di Gesù, privilegiandone la divinità. Ed è stato un impoverimento che solo negli ultimi decenni si è tentato e si tenta di colmare, attraverso lo studio storicocritico dei testi, attraverso l'attenta analisi dell'ambiente geografico e culturale in cui è vissuto Gesù, attraverso l'attenzione ai generi letterari.
Conoscere il contesto relativo all’ambiente e alla cultura religiosa giudaici in cui Gesù ha operato ci permette di capire non solo la radicalità della sua pratica di vita, ma anche lo strappo profondo operato dal suo insegnamento rispetto al tempio e alla casta sacerdotale. La sua predicazione è avvenuta in molti luoghi, anche nelle sinagoghe, ma solo marginalmente nel tempio. In realtà nell’insegnamento di Gesù vi è un superamento della centralità del “sacro” inteso come spazio “separato” che fa riferimento all'inaccessibile Dio e perciò collocato in uno scenario “altro”. Ma alla morte di Gesù il velo del tempio si spezza - velo della separazione - e la terra tutta è il "luogo" di Dio: nel colloquio con la samaritana Gesù afferma che è giunto il tempo “in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Gv 4,23).
Tutte le narrazioni evangeliche su Gesù e sull'annuncio del Regno sono state scritte a partire dalla fede in Gesù morto e risorto, Figlio di Dio. Ma cosa diceva Gesù di sè stesso? Secondo i Sinottici Gesù acquisisce progressivamente coscienza della propria identità e della propria missione; solo in Giovanni Gesù afferma apertamente la propria identità divina, pur essendo al contempo pienamente uomo ed essendo morto in croce come un malfattore. In che senso Gesù è Dio? Professare Gesù come Dio significa affermare che egli è il "primo sacramento del Padre", la sua immagine fedele, come ribadiva Edward Schillebeckx, uno dei grandi teologi pre-conciliari.
Una simile prospettiva evidenzia la necessità di riformulare la dottrina teologica tradizionale, fondata su concetti mutuati dalla filosofia platonica e aristotelica, ormai profondamente distante dalle nostre categorie mentali e culturali. Soprattutto è necessario che i/le credenti in Cristo morto e risorto ripensino all'esigenza della sequela. La sua vita e le sue parole cosa ci chiedono? La domanda rimane: "Chi dite che io sia?". Quali i segni che rivelano oggi il risorto?. Lo dice lui stesso: riconoscete nel povero e nell'emarginato la mia presenza e chinatevi su di loro (Mt 25,31-46); amatevi come io vi ho amato: da questo tutti capiranno che siete miei discepoli (Gv 13,34-35).