Rivista

a cura di Carlo Beraldo e Sandra Savogin                                            

Commentando l’episodio dell’uccisione di Abele da parte di Caino, il filosofo lituano di origine ebraica Emmanuel Lévinas (1906-1965) citando la domanda di Dio: “Dov’è tuo fratello?” e la risposta di Caino: “Forse che io sono il guardiano di mio fratello?” afferma che questa risposta, essendo priva di etica -“io sono io e lui è lui” - è all’origine di ogni immoralità.
Riprendendo l’affermazione di Lévinas, il sociologo polacco Zygmund Bauman (1925-2017) dichiara: “(...) che lo ammetta o no, io sono il custode di mio fratello in quanto il benessere di mio fratello dipende da quello che io faccio o mi astengo dal fare. E sono un essere morale perché riconosco quella dipendenza e accetto la responsabilità che ne consegue. Nel momento in cui metto in dubbio quella dipendenza e chiedo come Caino che mi si dica per quale ragione dovrei curarmene, abdico a una mia responsabilità e non sono più un soggetto morale. La dipendenza di mio fratello è quello che mi rende un essere etico; dipendenza ed etica si reggono insieme, e insieme vanno a picco”.
È proprio il tema dell’indifferenza come problema di tipo etico e antropologico che questo numero si propone di affrontare, prendendo in esame quei comportamenti di noncuranza e totale distanza verso “gli altri esseri umani” fino alla loro negazione e oscuramento.
Indifferenza, in realtà, è un termine che può assumere una pluralità di significati e contenuti nei diversi contesti sociali e culturali: distacco e nonsenso esistenziale, disinteresse, apatia, inerzia, abulia o il necessario distacco dal dolore e dalla sofferenza per cercare di pervenire a una desiderata tranquillità. Infatti non si presenta sempre allo stesso modo. Ad esempio, non è la stessa indifferenza quella sentita oggi e quella espressa nel romanzo di Moravia, messa in scena da personaggi inetti a vivere, incapaci di dare senso alla propria esistenza.
In questa sede si è ritenuto di assumere come principale riferimento la definizione che Liliana Segre ha scritto per il nuovo dizionario Zingarelli: “L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori”.
In questa sede si è ritenuto di assumere come principale riferimento la definizione che Liliana Segre ha scritto per il nuovo dizionario Zingarelli: “L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori”.
Secondo questa definizione, l’indifferenza non rimane un atteggiamento interiore ma ha conseguenze sociali e politiche poiché porta al compromesso, alla complicità, alla giustificazione dei crimini fino alla partecipazione diretta a essi. Viene evidenziato il legame tra i diversi livelli di indifferenza, fino alla complicità con i crimini, e indipendentemente dalle cause come paura, terrore, insicurezza e precarietà. Ciascuno è posto di fronte alle conseguenze dei propri comportamenti. La conoscenza di situazioni passate, proprio perché estreme, totalmente diverse dall’oggi, insegna che ciascuno di noi risponde degli effetti sull’altro di ciò che fa o non fa. Non comporta un giudizio in astratto, ma indica la necessità di prendere coscienza della catena di interdipendenze delle proprie azioni, e di imparare a prendere decisioni nelle situazioni concrete.
Lo spazio monumentale che la città di Milano ha dedicato alla Shoah e alle deportazioni è stato ispirato a una pedagogia della cittadinanza attiva che si vuole fondare proprio su quel concetto: senza l’indifferenza dei più, le deportazioni realizzate in quel luogo appartato della stazione centrale non sarebbero potute avvenire.
Gli articoli mostrano la complessità del fenomeno e della sua manifestazione in forme diverse nei vari contesti storici, grazie all’influenza determinante della cultura e dell’organizzazione sociale, pur evidenziando, nella specificità delle singole situazioni, costanti e regolarità che sono proprie della condizione umana. La nozione di “banalità del male”, espressa da Hanna Arendt (1906-1975)3, evidenzia come saper restare umani non sia un requisito permanente ma sempre in pericolo: l’umanità di ogni donna e di ogni uomo è costantemente a rischio quando prevale quell’area oscura di ambiguità che appartiene a ciascuno di noi.
Le stesse Scritture ebraico-cristiane mostrano diverse scene dell’indifferenza, spesso dissimulata dalla religione caratterizzata da un uso strumentale del divino, che ha come esito connivenza e pure consenso alle diverse forme di ingiustizia e disuguaglianza. Un rapporto individuale con il sacro rende possibile una deresponsabilizzazione verso l’umano.
Il brano del Vangelo (Luca 10,25-37) che riporta la parabola del buon samaritano mette in evidenza il diverso comportamento verso la persona ferita, delle tre figure descritte nella parabola schierate tra l’indifferenza del sacerdote e del levita (che seguono le leggi e la religione) e il prendersi cura da parte del samaritano (considerato impuro e disprezzato dagli ebrei all’epoca di Gesù).
L’analisi storica dei crimini commessi all’epoca dei totalitarismi del novecento permette - in modo esemplare come in un laboratorio - di esaminare i processi collettivi e i meccanismi culturali e psicologici, attraverso i quali si manifesta l’indifferenza, per paura, per mantenere privilegi e vantaggi personali o di gruppo, rinunciando a pensare autonomamente. I crimini commessi da chi ha partecipato allo sterminio degli ebrei e di altre minoranze non richiedevano un’eccezionale malvagità, ma un atteggiamento di partecipata obbedienza da parte di persone la cui coscienza, già compromessa da pregiudizi antisemiti, era stata pienamente manipolata e asservita mediante norme imposte da uno “stato etico”, rispetto al quale non è stato posto alcuno scrupolo morale. Lo stesso atteggiamento di indifferenza “verso l’altro” coinvolgeva quanti sapevano e hanno taciuto, non si sono opposti o, peggio, hanno collaborato. Il sistema concentrazionario ha implicato l’affermarsi di una logica di sopravvivenza e di comportamenti di collusione/ collaborazione, che Primo Levi (1919-1987)4 ha definito zona grigia. Secondo l’autore si tratta di una realtà con una struttura interna incredibilmente complicata, che non va semplificata, ma conosciuta, per capire fino in fondo come la specie umana possa arrivare a confondere lo stesso potere di giudicare e la capacità di vedere la piena umanità dell’altro, anche del nemico, del criminale.
Ogni situazione storica ha una propria specificità, ma la comparazione permette di analizzare e capire la situazione presente. L’indifferenza - e la responsabilità come suo opposto – oggi assumono, infatti, caratteri del tutto specifici. Dopo aver vissuto gli orrori del colonialismo, della seconda guerra mondiale, della Shoah, si pensava mai più possibile il ritorno al tragico passato per l’asserita maggior coscienza dei diritti umani universali e dell’interdipendenza globale. Purtroppo non è così: prevalente è il pensiero unico, determinato dal mercato e dall’ideologia consumistica ed egoistico-strumentale.
Il cimitero del Mediterraneo è oggi la scena rappresentativa dell’attuale ritorno dell’indifferenza dell’Europa, chiusa nell’interesse economico, nella difesa dei privilegi, venendo meno alla propria identità culturale, più volte affermata, fondata sulla proclamazione dei diritti dei più deboli e del riconoscimento delle diversità. Dominante è la comunicazione ideologica fortemente convincente del sistema dei poteri economici e tecnologici e militari guidati dal pensiero neoliberista, che corrompe le anime e induce oggi all’assuefazione verso il dolore altrui.
Non è solo “indifferenza” ma spesso è esibizione del male che l’altro subisce. La parabola del buon samaritano va aggiornata: oggi chi vede un ferito si ferma per fare una foto ed eventualmente un selfie con il malcapitato da inviare a tutti. Per approfondire l’oggi vengono presentate, nel presente numero della rivista, le analisi di esperti su alcuni fenomeni particolarmente significativi per il grado di indifferenza, più o meno elevata, che li contraddistingue: i profughi e i migranti, i giovani, l’ambiente, i senza fissa dimora. Come in precedenza sottolineato, l’indifferenza non è un problema nuovo, ma si trova narrato ampiamente nella Bibbia, nostra radice culturale.

Il male oscuro dell'indifferenza                                          

 Contributi di  Ambrosini, Benzoni, Beraldo, Bettin, Bignardi, Boella, Bolpin, Bovo, Curi, Felisati, Fonte, Grandesso, Luzzatto-Voghera, Macchi, Naso, Piana, Reginato, Salvarani, Savogin, Tesio.

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