Rivista

a cura di Carlo Bolpin, Lucia Scrivanti, Laura Venturelli                         

Esiste un filo conduttore tra i numeri precedenti di Esodo e il tema del linguaggio nonviolento. La domanda di fondo è se e come restiamo umani oggi. Il linguaggio, infatti, caratterizza il processo di umanizzazione o di regressione alla barbarie.
Il nostro patrimonio artistico, letterario, filosofico non a caso è definito come “cultura umanistica”: le parole creano bellezza, ordine, significati, con­vivenza civile e democratica, oppure possono produrre disordine, caos, guer­ra, oppressione. Non è questione di persone “colte”, ma di essere educati al linguaggio per costruire buone e belle relazioni, prendersi cura di tutto ciò che è umano, con attenzione a tutto ciò che nega la comune umanità, come l’indifferenza, il “prima io”. Il linguaggio apre al colloquio o all’inimicizia.
Noi siamo relazione, quindi colloquio e ascolto, dialogo. Facciamo conti­nua esperienza che le parole che usiamo ci identificano, svelano chi siamo, anche nei conflitti interiori. Sappiamo che siamo fatti anche da parole, pro­nunciate o subite, segnate da rapporti di dominazione o di dono reciproco e creativo.

Analisi socio-linguistiche affermano che siamo una società aggressiva, nei diversi ambiti e nelle relazioni quotidiane. Oggi le nuove tecnologie della comunicazione sembrano imporre un concetto autoritario della parola, fino a forme violente esplicite o sottili.
Certamente c’è chi strumentalizza le situazioni di degrado ambientale e di malessere sociale per alimentare un linguaggio rancoroso e gestire odio e violen­za attraverso la deformazione delle informazioni e l’invenzione di nemici.
Ma non basta denunciare questo. Vediamo, infatti, che anche chi si defini­sce di cultura “democratica” usa le parole come armi, divisive e offensive, non per gestire i conflitti, ma nella logica amico-nemico.
Diffusa è la menzogna e l’incoerenza tra parole e narrazioni dei fatti, che vengono manipolati. Si perde il significato delle parole, usate come pietre per accusare e colpire, in nome dell’efficacia della comunicazione. Le mistifica­zioni linguistiche hanno contribuito a quell’anestesia individuale e collettiva deresponsabilizzante, per cui non proviamo orrore nel vedere i campi di tortura e morte in Libia e a Lesbo, o i barconi che si rovesciano in mare. Anzi le parole negano i fatti e colpevolizzano chi aiuta le vittime.
Accanto alla necessità di analisi delle forme di violenza, sottolineiamo l’urgenza di “partire da noi stessi”, dal nostro personale uso delle parole, per capire come siamo condizionati sia dall’educazione avuta, sia dal contesto sociale e politico. Il condizionamento storico fa sì che anche le parole bibliche, tese a creare comunità ospitali e liberazione, possano essere usate come fattori di contrapposizione e d’incitamento alla violenza.
Poniamo l’esigenza dell’educazione alla comunicazione nonviolenta come modalità attiva per creare relazioni miti e gentili, a partire dalla quotidianità, nella vita familiare, sul lavoro, nelle chiese, in politica, nello sviluppo di comunità. La mitezza non può essere confusa con arrendevolezza e passività, infatti non esclude la necessità di utilizzare parole forti e vere nel caso di denuncia di situazioni di ingiustizia e di oppressione Questo percorso è pro­duttivo per capire e contrastare i processi che oggi stanno passando dalle parole alle azioni violente, allo scontro fisico, rivendicato come espressione di volontà popolare.
Le nostre parole destano risonanza emozionale importante perché possono dare serenità, conforto, speranza o al contrario sofferenza e disperazione. Do­vremmo, per questo, riuscire a metterci nei panni dell’altro per capire quali parole vorremmo ascoltare nei momenti difficili e dolorosi della vita. Siamo responsabili delle parole che diciamo come di quelle che dovremmo dire e non diciamo. L’indifferenza di fronte agli effetti delle parole produce violenza.
Non possiamo accettare anche in modo inconsapevole che la violenza (fino alla guerra stessa) sia inevitabile e normale nella gestione dei conflitti diversamente presenti nella nostra vita di ogni giorno e nei rapporti collettivi locali e internazionali. Esistono meccanismi più sottili, quando, in modo anche inconsapevole, usiamo termini per rimuovere la violenza dalla nostra “normalità” quotidiana, come una realtà estranea che non ci riguarda diret­tamente. Questo avviene nei confronti della rappresentazione del femminici­dio, ma anche per altri soggetti, come oggi le persone migranti: le vittime sono dimenticate o colpevolizzate, i carnefici sono giustificati. La lingua non è neutra: è il luogo della codificazione dei ruoli sessuali e dei rapporti sociali, codifica gerarchie e rapporti tra oppressi e oppressori.
Abbiamo bisogno di un’ecologia linguistica che ci educhi a ritrovare il significato originario e creativo delle parole che abbiamo smarrito. Serve un’educazione che disarmi il linguaggio e faccia emergere sempre la ragione umana, umanizzi i rapporti, facilitando le parti a vedere, l’una nell’altra, delle risorse con cui collaborare, invece che dei nemici contro cui lottare. Ogni metodo “umanistico” della gestione dei conflitti punta ad abbandonare il nostro abituale stile di pensiero centrato sui giudizi, in favore di uno stile di pensiero e di un linguaggio di processo centrati sui “bisogni fondamentali”, che motivano ogni comportamento umano, anche quello violento. In partico­lare nei rapporti collettivi siamo consapevoli che occorre un lungo e faticoso processo educativo che porti anche a modifiche strutturali dell’economia e della politica.

Parola che crea, parola che distrugge                                       

Contributi di         

 Attianese, Bolpin, Bonesso, Borgna, Calvani, Canella, Castoldi, Del Soldà, Grillo, Mancuso, Menegazzo, Naso, Pittella, Reginato, Ricca, Salvarani, Scavo, Scrivanti, Venturelli.

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